Commento della prima puntata italiana

Analista della Società Psicoanalitica Italiana e Americana

2 aprile 2013

Innanzitutto vorrei sottolineare che “In treatment” che ripropone l’omonima serie fatta adesso da attori italiani è ben fatta e dà l’idea di cosa possa essere una psicoterapia; ciò almeno a giudicare il primo episodio che è l’unico da me visto. Da subito viene data la chiave di lettura: è il “confronto” che porta al miglioramento. Siamo molto lontani dal modello psicoanalitico in cui è la trasformazione, la metabolizzazione di emozioni non conosciute a portare verso la “guarigione”. Qui ci si confronta rispetto a stati emotivi abbastanza di superficie e usando la ragione si cerca di svelare i punti deboli o oscuri delle affermazioni dell’altro. Il trattamento è a una seduta, vis à vis, piuttosto attivo e con il terapeuta che dà non pochi suggerimenti. In breve la storia è quella di una ragazza che, in crisi col fidanzato, si ubriaca in un bar, dove viene molestata e quasi sedotta da uno sconosciuto che le aveva ripetutamente offerto da bere sino a pretendere poi di essere masturbato.
Tutto questo viene poi portato in seduta nel senso di un transfert erotico verso lo psicoterapeuta del quale la paziente si dice innamorata.Lo psicoterapeuta non sembra esser capace di trovare la via per contenere e trasformare questa erotizzazione. Non capisce ad esempio che alcool ed erotizzazione sono degli antidepressivi usati dalla ragazza la quale è evidentemente depressa, e l’eccitazione data da alcool e sesso sono terapie efficaci (sul momento), anche se inadeguate. Ma oltre a non comprendere le radici depressive della sofferenza della paziente, non capisce completamente le comunicazioni fatte in seduta a lui dalla paziente. La paziente si sente ubriacata dalle parole dell’analista e dall’eccesso di attitudine materna e accorciamento della distanza; paziente che poi segnala che un rapporto così fatto non porta da nessuna parte, non vi è un accoppiamento fertile delle menti, ma solo una masturbazione. Non coglie neppure la protesta contro di lui della paziente quando dice (parlando apparentemente del fidanzato, ma in realtà dello psicoterapeuta) “o ci sposiamo o ci lasciamo” che preso come comunicazione nell’attualità della seduta vuol dire “o non vengo più e interrompo la terapia oppure dobbiamo trovare una collaborazione creativa (ci sposiamo=facciamo accoppiare le nostre menti).
In sintesi una psicoterapia ben spiegata a chi è estraneo al mondo della psicoanalisi, direi una buona psicoterapia del superficiale (del profondo nessuna traccia). Bravi e convincenti gli attori.

Una nota riguardo al concetto di confrontazione per gli addetti ai lavori: “Questa è una malattia; è un modo di pensare illogico, basato su mere illazioni, inadatto, irrealistico, in balia delle emozioni, senza alcuna base nei fatti. Cerca di individuare i segni di un tale modo di pensare e tienilo sotto controllo; non lasciartene influenzare”: fingendo di rivolgersi a un immaginario paziente, Langs riassume così il senso degli interventi di confrontazione (Langs 1973-1974, p. 241). Fatta eccezione per Langs, che le dedica un intero capitolo, e a parte il ruolo che riveste nella teoria strutturale di Kernberg, la confrontazione è la cenerentola dei manuali di tecnica psicoanalitica. Ahktar (2009, p. 54), che vi accenna in poche righe, così come Etchegoyen (1986), sottolinea che nell’indice della Standard Edition non c’è una voce per confrontazione e che in molti importanti libri di psicoterapia non è neppure menzionata.

Questa relativa assenza sorprende perché abbiamo tutti in mente quanto la confrontazione sia centrale nel modello freudiano classico di psicoanalisi. Forse ciò accade perché ne possiamo avere un concetto esteso – e questo spiegherebbe la sua ubiquitarietà e il suo camaleontismo – oppure ristretto. Il concetto ristretto è quello più noto. In sostanza l’analista fa notare al paziente una contraddizione logica e gli chiede di risolverla. Una concezione più estesa tenderebbe invece a render conto del quoziente di confrontazione implicito in qualsiasi intervento. Per Etchegoyen una semplice osservazione può non essere facile da distinguere da una confrontazione (tuttavia nel primo caso è in primo piano la percezione, nel secondo il giudizio; l’osservazione invita a guardare meglio e più da vicino una certa cosa, la confrontazione ad affrontare un dilemma o una contraddizione) (Ferro-Civitarese 2013).