Commiato da Giovanni e Alice

Elena Riva

La sollecitazione che il mix di esigenze di drammatizzazione scenica ed efficaci intuizioni cliniche di “In treatment” induce in chi esercita il nostro mestiere ed è fortemente sollecitato a identificarsi con Giovanni Mari, m’induce a commentare quest’ultima puntata/seduta della vicenda clinica di Alice.

Come tutti i precedenti interventi hanno rilevato, il training formativo del dott. Mari presenta evidenti lacune che si esprimono nella scarsa consapevolezza dei propri movimenti inconsci e delle dinamiche transferali e contro-transferali che il rapporto con i pazienti mobilita. Perfino con quest’adolescente, con cui appare più a suo agio che con i pazienti adulti, Giovanni incorre in acting plateali: quando accoglie Alice offrendole due palloncini rossi a forma di cuore per festeggiarne la conquista del ruolo di prima ballerina, capita di pensare che davvero si meriti di veder comparire sulla soglia Sergio, suo padre, che subito lo fronteggia da rivale …

SI tratta di un padre fin troppo simile a quelli che incontriamo nei nostri studi, “innamorati’ delle loro bambine e tuttavia incapaci di vederle e ascoltarle, troppo assorbiti dai loro conflitti irrisolti di pseudo-adulti-narcisi per poter essere padri. A una figlia che gli rimprovera egoismi e assenze, quest’uomo stupito e dolente risponde con la lista di “quel che ho fatto per te”, apparentemente inconsapevole di ciò che risulta evidente a uno spettatore esperto, che il suo sguardo e le sue attenzioni erano tutte rivolte all’oggetto narcisistico, la ballerina in carriera, mentre restava cieco nei confronti della bambina sedotta e abbandonata che avrebbe voluto essere sua figlia.

Nonostante l’infelice esordio della seduta, Giovanni si rivela capace di portare  in scena la funzione paterna che il padre reale non ha saputo incarnare: si fa garante del setting in modo fermo, ma non rituale; proteggendo la sua paziente, ma lasciando che sia lei a scegliere se autorizzare l’ingresso del padre nella stanza della terapia. Evita la trappola che Sergio gli tende e si sottrae alla rivalità maschile per la conquista dell’amore edipico di Alice, ma le mostra come sia possibile proteggere i confini del Sé evitando intrusioni e abbandoni, e si fa interprete presso il padre del suo dolore e della sua rabbia. Presenta alla figlia l’amore e i limiti di un padre imperfetto, e al padre la sofferenza della figlia. Quando Sergio incalza Alice tentando di farla sentire in colpa per averlo criticato, Giovanni li osserva silenzioso, ma non passivo o attonito come in altre circostanze, se mai attento e contenitivo; lascia a lei il compito di confrontarsi con il padre, di rintuzzarne le accuse e di esprimere i suoi bisogni, ma non la lascia mai sola.  

Commuove il congedo fra Alice e Giovanni, che è anche il loro congedo da noi, grazie all’intensità espressiva degli attori, e perché si tratta dell’aspetto più difficile del lavoro clinico con gli adolescenti: lasciarli andare quando vogliono provare a camminare sulle loro gambe, anche quando sappiamo di conflitti ancora irrisolti e compiti evolutivi ancora da affrontare.

Giovanni avverte Alice che rimangono questioni in sospeso, accenna a Samuele e ad altro di cui ci sarebbe ancora da parlare … ma rispetta il suo desiderio di separarsi, di star sola per crescere e soggettivarsi. Un analista imperfetto, insomma, ma empatico e ben sintonizzato con i bisogni affettivi dei suoi pazienti.

17 maggio 2013