Conversazione con Alina Marazzi-2005

di Pietro RobertoGoisis

Incontro nuovamenteAlina Marazzi nella sua casa milanese due anni dopo lanostra precedenteintervista. Nel frattempo sono successe molte cose. Tra lepiù importanti, aproposito del nostro tema, l’uscita del suo ultimo film ("Per sempre", unviaggio all’interno del mondo delle monache di clausura) e la partecipazioneinsieme alla presentazione di "Un’ora sola ti vorrei" all’EuropeanPsychoanalitycal Film Festival di Londra. Il colloquio avviene alla presenza diTeresa che ormai ha quasi due anni e mezzo e che fra uno sguardo fuori dellafinestra per vedere la neve, un cartone della Pimpa ed una videocassetta diPiccolo Einstein ci ha fatto una compagnia discreta permettendoci di parlare.

R.G. Alina, tre anni fa è uscito il tuo film, cheormai vive una sua vita autonoma, e l’ultima presentazione di Londra è già allespalle. Mi piacerebbe sapere cosa ti hanno lasciato questi annid’accompagnamento al film, se qualcosa è cambiato nel tempo, che bilancio nepuoi fare.

A.M. Le coseovviamente sono molto cambiate dalle prime presentazioni, anche perché sonosuccesse molte cose, ci sono state varie proiezioni, poi è passato intelevisione, successivamente è stato messo in programmazione al cinema, dove èresistito vari mesi. Il mio atteggiamento, il mio stato d’animo è cambiatomoltissimo attraverso questi momenti della sua vita, ed ora della sua vitaautonoma, slegata da me. Sebbene, ogni volta che ci sia stata una diversa formadella sua rappresentazione, io abbia ricevuto lettere, telefonate, messaggi.Sembra quasi inevitabile che molte persone che lo vedono sentano poi lanecessità di entrare in contatto diretto con me. Che è una cosa forse naturale,ma anche un pò strana. E’ bella da un lato, ma mi mette anche un pò indifficoltà, perchè poi lo so che non riesco a rispondere a tutti. Ecco,all’inizio rispondevo quasi a tutti. Ora non ci riesco più, anche perchè nonposso passare tutta la vita a rispondere su questo film. Lui ha una sua storia,mette in moto delle emozioni, e questa è un pò la sua funzione. La suaautonomia, quindi, è ora molto piacevole.

Un pò come quella che si prova verso un figlio che si autonomizza…

Si, anche se vederloin programmazione sui giornali, nelle pagine milanesi dei film, è statocomunque un pò strano, così come sapere che era in TV e che uno potevaaccenderla e trovarsi nel bel mezzo del film…un film così particolare, cosìmio, un pezzo del mio corpo, quasi….all’inizio mi faceva un certo effetto. Poiforse ho imparato ad affrontare questa dimensione, ad affrontare il pubblico, agestire le domande ed a difendermi da quelle più personali, che poi sono semprele stesse, su mio padre, sui miei parenti, aiutando anche le persone a passareoltre questo primo passo che è importante, ma mi sembra debba fare da ponteverso una dimensione più ampia. Quella mi sembra una dimensione più televisiva,ora mi pare di saper orientare meglio le discussioni, proteggermi un pò di piùda queste intrusioni.

E Londra, in questo senso, com’è stata?

Non è che sianostate dette cose che non avevo mai sentito in altri contesti. E’ vero che gliinterventi erano più approfonditi, più pensati, erano anche emotivi, ma eranopiù articolati e sentivo che quello era un contesto di studio, sentivo che il filmera un testo e quindi era un’esperienza più complessa, con persone che erano lìanche per portare il loro commento.

Poi, per me, come hodetto a Londra, era molto emozionante vederlo lì in quel contesto, in quelluogo, con quella lingua, a Londra, che è stato il luogo dove io ho iniziato astudiare cinema ed a lavorare con le immagini. Anche parlare in inglese aveva ache fare con il mio primo linguaggio cinematografico. Il fatto che ci fosseroin sala delle persone con le quali avevo condiviso delle cose, un ex-fidanzato,gli amici, la compagna di scuola, la professoressa che è sempre stata un pò unmito, la proiezione (l’ho scoperto e ricordato dopo) nella stessa sala doveavevo proiettato il mio primo corto alla fine della scuola, lo stare due ore poicon tutte queste persone a parlare del più e del meno…è stato tutto moltoimportante, un ritorno ai luoghi.

Un’altra cosa, è successo anche a Londra, èil gran clima d’affetto, d’apprezzamento, di stima che ti circonda nelleproiezioni. Un’idea che mi sono fatto nel corso del tempo è tutto ciò avvenga,al di là degli aspetti estetici e dell’immedesimazione che si attiva, ancheperchè tu, come persona, sia per il tuo presentarti come individuo chefunziona, sia per il film che hai fatto, sia per come affronti il confrontodopo la proiezione, sei la testimonianza che c’è una possibilità diriparazione…

si, si (sorrideAlina)

…che dà molto sollievo a tutti, credo. Michiedevo anche se questi momenti d’affetto ed apprezzamento hanno anche unafunzione benefica, di ulteriore riparabilità collettiva, per te o se ormai ilpiù è fatto.

Questo è stato moltoforte all’inizio, alle prime proiezioni, che sono state quelle nei festival,dove ero presente io nel pubblico. Era veramente palpabile l’emozione, sisentiva, si percepiva. Magari non c’erano parole o ce ne erano meno. Qualcuno,però, alla fine si avvicinava molto emozionato e mi diceva delle cose moltobelle. Poi dopo il passaggio televisivo hanno cominciato a chiamarmi. Uno deiprimi è stato un gruppo legato all’Associazione IDEA. Così ci sono andata, erocuriosa, soffrivano esattamente dello stesso disturbo di mia madre, speravo diricevere qualcosa anch’io. Tra l’altro ero incinta. Sono arrivata alla fine,loro avevano già visto il film, e già il mio arrivo è stato un colpo per tutti.C’erano persone più o meno sofferenti, tutti padri e madri di famiglia. Io eroper loro davvero un esempio di riparazione, una che dopo aver ritrovato lamadre perduta, poteva anche mettere al mondo un bambino e continuare questarelazione. Infatti, un uomo sui 40 anni con due figli, con molta fatica mi hachiesto che cosa pensavo di mia madre alla fine di tutto quel lavoro, se leiera degna di essere chiamata madre. Mi ha fatto molta pena per quel suodisperato bisogno di trovare sollievo ai suoi sensi di colpa. Un altro mi hachiesto se non temevo qualcosa sulla trasmissibilità generica della malattia,Gli ho risposto che mi ero informata, ma non mi ero fermata di fronte alrischio. Si sono sentiti molto rasserenati. Era una circostanza moltospecifica. E poi innumerevoli lettere di chi ha trovato consolazione dallastoria del film. Poi il film va in giro da solo e so che viene usato come testoin diversi gruppi e contesti, corsi, lezioni, Università, ecc.

A questo proposito vorrei parlare con tedell’uso dei film da parte degli psicoanalisti. Non so se è un’esperienza cheti era già capitata prima di "Un’ora sola ti vorrei". C’è, come è noto, unparticolare interesse del nostro campo nei confronti del cinema, sicuramentepiù che verso altre discipline o espressioni artistiche. Sarà per lasimilitudine spesso ipotizzata tra i meccanismi del sogno e quelli del film,sarà per altri aspetti. Io, a volte, ho però l’impressione che si assiste ad unrischio di vampirizzazione da parte nostra nei confronti del vostro mondo.Anche se non c’è quasi più nessuno che arriva e dice: "questo vuol dire così equesto vuol dire cosà", a volte mi chiedo se davvero possiamo arrogarci ildiritto di parlare di un campo che non è il nostro. Io, personalmente, sonomolto interessato ai meccanismi che stanno dietro alla creazione di un film,non tanto o non solo sul piano creativo, ma soprattutto su quello di una menteche lavora per trasformare pensieri, ricordi ed emozioni in una creazioneartistica. Vorrei chiederti qual è stata la tua esperienza, se questo incontroti ha suscitato pensieri, reazioni, fastidi, o che altro.

Penso a Bertolucci aLondra, nel discorso che ha fatto quando ha ricevuto la Honorary Membershipdella Società Psicoanalitica Britannica, quando con simpatia ha detto che luiera in analisi da 30 anni…non è il mio caso, ma io so che molti registi ed artisti,tanti davvero, sono in analisi e, a volte, mi pare che tendano a pensare o alavorare in "psicanalese", a raccontare le storie così. Io non ci sono arrivatadopo un percorso di analisi. L’avevo incontrata, ma poi l’avevo sospesa, erorimasta un pò perplessa. Comunque, fastidio no, questo non l’ho mai provato inquesti anni negli incontri che ho avuto. Forse ora sono un pò in difficoltà conle continue richieste che ricevo per presentare il film da varie associazioni,specie se io spiego che per vari motivi non posso esserci; a volte trovoun’insistenza che dà fastidio, come se senza di me tutto fosse diverso, lapresentazione, il dibattito, ecc, in una dimensione un pò televisiva, dove civuole per forza l’ospite. Si, lì sento un pò la vampirizzazione, l’entrare coninsistenza nel mio privato. Credo che il film sia già ricco di suo, che dicatante cose interessanti, che possa vivere una sua vita autonoma anche senza dime. Certo, lo so che se ci sono io possono uscire delle cose diverse, ma questodisagio non riguarda solo l’incontro con gli psicoanalisti. Altrimenti, neivari incontri che ho avuto con chi si è interessato al film, se ne è un pòinnamorato (come te…), in quei casi non ho mai sentito una posizione di"spiegazione" o di interpretazione, quanto piuttosto uno scambio che parte deivostri pensieri ed emozioni, ed allora mi è sempre sembrata un’opportunitàinteressante che mi ha arricchito.

Sui processi creativi, non c’è quindi il tuodiretto rapporto con la psicoanalisi, ma c’è comunque necessariamentel’incontro con il tuo mondo interno…

Certo, poi tu loindirizzi in termini scientifici, io nel fare un film…

In questo senso c’è una cosa interessanteche ho visto accadere a Londra nelle varie edizioni del Festival nei dibattitidopo le proiezioni, quando, dopo gli interventi dei vari partecipanti, accadevache i registi fossero incuriositi, non tanto dalle interpretazioni chericevevano, quanto da uno scambio che partiva dalle reciproche esperienzeemozionali ed a loro capitava di dire: "Ah, interessante, a questa cosa nonavevo pensato!". Era davvero uno scambio fruttuoso di pensieri e sensazioni.

Si, ho capito, oranon mi vengono in mente degli episodi, ma so che sicuramente è successo. Poi,sai, ognuno ci vede le proprie cose, quello che è più vicino a sé. Ricordo chea Londra nel dibattito degli analisti tedeschi hanno detto che il mio film eracome il romanzo dei Buddenbrook…è chiaro che era vicino al loro background. Chici vede di più la storia della borghesia, chi la mamma, chi il padre, ecc.

Un ultimo aspetto che vorrei affrontare siriferisce al tuo ultimo film. Nell’altra intervista, parlando del futuro, tudicevi, con grande efficacia, che non sapevi cosa avresti fatto, che per ora tibastava aver fatto questo film. Ora un altro l’hai fatto… e qui, citandoBilly Crystal quando dice a Robert De Niro in "Terapie e pallottole": "SignorVitti, ora io mi devo esporre…", anche io ora mi esporrò… facendo lopsicoanalista. Il tuo ultimo film si occupa della fede, ovviamente. A me èvenuto in mente che tu non hai mai parlato della scomparsa di tua mamma come diuna assenza, ma sempre come di una mancanza, molto legata quindi al tema dellanostalgia, che si può provare, secondo me, solo se si è potuta sperimentare unapresenza. E credo che per potersi aspettare una sorta di ritrovamento di chi siè perduto, bisogna fare i conti con la fede, con la fiducia. Forse non è uncaso, quindi, che tu ti sia trovata a trattare questo tema. L’altra cosa che miha colpito è la dimensione temporale dei tuoi titoli…un’ora sola, per sempre…seunissimo i due titoli verrebbe "Un’ora sola ti vorrei per sempre", come se orail desiderio fosse quello della stabilità, che forse riguarda anche Teresa edil tuo nuovo ruolo…per sempre figlia, per sempre madre.

Mi fa piacere questaosservazione. Proprio ieri una persona mi ha scritto che vedeva una continuitànel mio lavoro, nel mio interesse alla dimensione temporale, dall’ora alsempre. La fede, invece, è entrata in connessione all’inizio della lavorazionequando ho mostrato il film precedente ad una badessa e lei, fra i vari commentied apprezzamenti, ha detto che a mia madre era mancata la fede. Certo, poi a mequesto tema interessava molto, la scelta estrema di una donna che prende ivoti, che si ritira. Poi loro, le monache, quelle che hanno accettato diincontrarmi, si sono messe molto in gioco con me ed io l’ho apprezzato molto,ed io pure sono cambiata molto durante il film e credo che la cosa si veda, edè il senso del film.

Questo ultimo lavoroè stato davvero strano, al di là del mio interesse, dato anche il momento chevivevo; era appena nata Teresa, avevo poco tempo, quel poco lo usavo cercandodi andare a parlare con delle monache di clausura…forse ero io davvero un po’in clausura, nella mia difficoltà a muovermi da casa ed a trovare ladisponibilità dei miei interlocutori. Poi nel montaggio abbiamo dovutocostruire una storia ed è venuta fuori una cosa molto più teorica, una speciedi trattatello, certamente meno emozionante del film precedente. So chequalcuno è stato deluso, ma non è che se ho fatto un film così, allora saràsempre così…no, quello è unico. Questo è stato un film di passaggio, moltolegato al momento che vivevo e nel quale mi sono anche molto demoralizzata perla fatica che facevo a trovare interlocutori disponibili. E mi piace chequalcuno ci trovi una continuità, dato che per me è stato un film importante enecessario. Poi il prossimo sarà sulla liberazione sessuale, perchè ormai èchiaro che l’approdo è quello! Dall’ascetismo, alla sessualità. E’ inevitabile,direi.

Ecco, questo è proprio il senso di quelloche ti dicevo prima. Cosa sta dietro ad un processo creativo. Su questo credoche i nostri due mondi possano incontrarsi e che possa essere un incontrofecondo ed utile.

Si, penso che se unoriesce a mantenere una messa a fuoco su quella cosa che sta cercando di fare,che magari non è tanto chiara, sull’intuizione che ha avuto, si, che possaessere utile. Poi magari il risultato non è sempre quello che tu ti aspetti oche desideri, ma è sicuramente molto arricchente ed ogni volta impari qualchecosa in più.

Sono due menti che si parlano e si conoscono.
Bello!