“Copia Originale” di Marielle Heller. Commento di Anna Migliozzi

Autore: Anna Migliozzi

Titolo: Copia Originale (Can You Ever Forgive Me?)

Dati sul film: regia di Marielle Heller, USA, 2018, 107’

Genere: drammatico

 

 

Trama

Copia Originale (2018), o come recita il titolo in inglese, Can you ever forgive me? di Marielle Heller, è un film che potrebbe passare quasi inosservato se non fosse per una certa presa che hanno, ultimamente, sul cinema le storie vere. Anche se, nel caso specifico, si tratta della vera storia di una falsaria. Ironico.

 

Siamo all’inizio degli anni ’90 e la cinquantenne Lee Isreal, scrittrice e giornalista ormai in declino, “per pagare i conti e garantire le cure veterinarie al suo gatto” si trova a falsificare, con un tocco personale, lettere di famosi scrittori tra cui Dorothy Parker, Lillian Hellmann, Louise Brooke, Spencer Tracey, Ernest Hemingway, Marlene Dietrich, Kurt Weill, Eugene O’Neill e molti altri, per rivenderle a ricchi collezionisti. La proficua attività verrà smascherata dall’FBI. Lee riuscirà, comunque, ad evitare il carcere duro ma dovrà comunque scontare una pena con l’obbligo di mantenere un lavoro e non bere.

 

Andare o non andare a vedere il film

Lee Isreal era nata a New York nel 1939 in una famiglia ebraica dai rapporti difficili. Lei stessa disse di avere un fratello “con il quale aveva ben poco in comune” Fu giornalista, editor e scrittrice di biografie di attrici/attori, una delle quali fu inclusa nella Best Seller List del New York Times. Per via del carattere poco malleabile, l’alcolismo e le difficoltà relazionali fu presto dimenticata. Si inimicò molte persone del suo ambiente, persino la sua agente – come viene raccontato nel film, così da trovarsi a vivere in condizioni piuttosto precarie nell’Upper River Side di New York, prima della sua trasformazione in quartiere alla moda. Il film è, anche, un omaggio alla New York Bohémien, ai libri e ai librai, alla comunità Gay falcidiata dall’Aids, un certo tipo di vita culturale cancellata dalla gentrificazione e sostituita con una pallida copia di sé stessa. Lee visse in quel mondo fino alla sua morte, avvenuta nel 2014 di cancro.

Melissa McCarthy, l’attrice protagonista, riesce a dare vita, in modo efficace e credibile, a una irascibile anti-eroina, donna detestabile e indigesta. La regista, M.Heller, che aveva dimostrato un certo talento nel film, Il diario di una Teen Ager (2015), ama questa donna fuori dagli schemi che, come ci ricorda, rappresenta una particolare tipologia che, ‘non trova molto spesso spazio al cinema.’

 

La versione di uno psicoanalista

La regista sembra cercare la verità proprio tra coloro che mentono per sopravvivere. Ci porta a pensare che la bugia rappresenti una possibilità di espressione, forse non sempre legale, per chi è costretto a vivere in una border-line zone dove possono trovarsi quelli come Lee, per difficoltà, per incapacità, per pigrizia. Anche Jack Hock, ben descritto nel film, compagno di truffe e bevute, si trova ad attraversare la sua crisi di mezza età e vive mentendo ma, a differenza di Lee, lo fa con passione ed eleganza. E senza risentimento per ciò che è andato perduto. Sono entrambi omosessuali ma, mentre Jack sa ancora godere pienamente della vita, Lee si sente finita con i suoi cinquantuno anni. Dice di amare più i gatti delle persone, di faticare a stare al gioco della vita e di avere un amore finito per sua incapacità. “Play your cards, Lee” le ricorda il suo agente. Ma lei proprio non ci sta. Nel suo mémoire, dirà: “Sono stata una Coward (si riferisce sia ad un autore di cui falsificò le lettere sia alla parola vigliacco) meglio di Coward. Coward non doveva essere Coward. Io dovevo essere una Coward con un pezzo in più”.

Il film ci induce a pensare che un certo grado di menzogna sia inevitabile per affrontare momenti della vita, altrimenti inaccettabili. Insuccessi, invecchiamento e malattia, intenzionalmente soggetto di rimozione nel nostro tempo di eterni giovani, chiedono continue “coperture” per essere attraversati. I nostri corpi e le nostre menti proprio perché non possono, e non devono, più invecchiare, necessitano di continui travestimenti.

Bion (1970) ci aveva allertato sul fatto che una ricerca spasmodica della verità può produrre finanche catastrofi psichiche, mentre la bugia può essere riconosciuta e compresa nella sua valenza, talvolta, protettiva. E la falsaria Lee si destreggia nelle sue falsificazioni, che per certi versi sono anche pezzi sagaci e arguti, di cui andrà fiera e di cui parlerà successivamente come “le sue migliori produzioni.” Attraverso questi alter-ego tornerà a scrivere e a vivere, anche se a caro prezzo. Come ci insegna il finale di “Io e Annie” (1977), un altro film che ha NY come sfondo: “ Dottore mio fratello è pazzo, crede di essere una gallina. E lei perché non lo interna? E poi a me chi mi fa le uova ogni giorno!”.

Abbiamo tutti necessità di poter mentire un po’a noi stessi per continuare a vivere, forse come Lee, per sentirci qualcuno.

 

Bibliografia

Bion WR (1970) Apprendere dall’esperienza, Armando editore, Roma

Isreal Lee (2008) Can You Ever Forgive Me? Memoirs of a Literary Forger by Lee Israel,  Simon & Schuster, New York