“Corpo e Anima” di Ildikò Enyedi. Commento di Manuela Martelli

Autore: Manuela Martelli

Titolo: Corpo e Anima

Dati sul film: regia di Ildikò Enyedi, Ungheria, 2017, 116’

Genere: drammatico

Trama

Il film “Corpo e Anima”, della regista Ildikò Enyedi, Orso d’Oro per Miglior Film alla Berlinale 2017, è la storia di un incontro e del progressivo avvicinamento tra il direttore finanziario di un macello della fredda Ungheria (Morcsanyi Geza) e la neo assunta ispettrice per il “controllo qualità” (Alexandra Borbely).

L’uomo e la donna sono molto diversi: lui di mezza età, poco curato nell’abbigliamento e ripetitivo nelle piccole abitudini casalinghe, lei giovane, carina, pallida, vestita in modo ordinario, ossessivamente precisa nei comportamenti .

Hanno in comune l’isolamento dalla vita sociale, lui per uno stato melanconico che forse molto deve alla emiplegia del suo arto superiore sinistro, lei per un importante disturbo della relazione che la vede rifuggire qualsiasi contatto vivo e vitale, in cui sia necessario “contaminarsi” un poco, per cui ancora va dallo psicologo della sua infanzia. Casualmente scopertisi avere gli stessi sogni e colpiti dalla “coincidenza”, si faranno guidare da questi per avvicinarsi.

 

Andare o non andare a vedere il film

 

Il film presenta un intrigante gioco di opposti, di coppie che si respingono e si cercano, si rimandano e si discostano.

Una prima antitesi riguarda lo spazio. La vicenda si svolge prevalentemente in luoghi chiusi, in particolare il macello di bovini, luogo freddo, presentato attraverso particolari crudi e quasi violenti, dove anche la mensa aziendale, il posto dell’incontro e delle relazioni, è asettica e bianca. Invece i sogni dei due protagonisti avvengono in un bosco innevato (ancora il bianco!), dove due cervi (i loro Sé pulsionali, preverbali) si cercano e si sfuggono, correndo in ampi e vitali spazi.

Una seconda doppia polarità è quella temporale. Si ritrova nell’alternanza dei molti fotogrammi riguardanti la realtà della veglia, limitata dalle fragilità umane dei protagonisti, alle scene oniriche del sogno/sonno. Sembra quasi che in quest’ultimo si anticipi e si prepari il primo.

Infine c’è la coppia uomo/donna, in cui tenerezza e distacco si alternano nell’incontro/ respingimento tra due diversità che si riconoscono nelle loro somiglianze.

 

La versione di uno psicoanalista

 

Il luogo dei sogni dei due protagonisti è lo spazio temporale, quasi surreale, dove ci si prepara e ci si addestra a quello che poi accadrà o si farà accadere nella realtà.

Questo “altrove” mi piace pensarlo metafora dello spazio psicoterapeutico e psicoanalitico, un “dentro” dove la coppia analista/paziente rivive e modella una relazione transferale che può essere occasione di trasformazione di ciò che è fuori. Il delicato contatto tra i due cervi sperimentato nel sogno (e nella coppia al lavoro in analisi), produce il desiderio di uscire dagli schemi abituali per rischiare l’incontro con un altro, simile e diverso ad un tempo.

Molto stimolante è inoltre il gioco sempre ravvicinato della macchina da presa, che coglie particolari minimi, pezzetti di realtà e di identità, i soli che, pare, si possano intravedere ma che l’immaginazione dello spettatore, scosso e affascinato, può a sua volta usare per comporre un visione d’insieme. Le due vite spezzate dei protagonisti acquistano così un orizzonte più ampio e vitale, dove le rispettive fragilità sono accolte ed integrate.

 

Gennaio 2017