“Crazy, Not Insane” di A. Gibney. Commento di E. Marchiori

"Crazy, Not Insane" di A. Gibney. Commento di E. Marchiori

Autore: Elisabetta Marchiori

Titolo: “Crazy, Not Insane”

Dati sul film: regia di Alex Gibney, USA, 202, 117’, Fuori Concorso

Genere: documentario

“Crazy, not Insane”, presentato Fuori Concorso, è un film di Alex Gibney, autore di documentari eccezionali e pluripremiati: ricordo solamente che nel 2008 ha vinto l’Oscar per “Taxi to the Dark Side” e lo scorso anno ha presentato a Venezia “Citizen K” (vedi report della 76esima Mostra) uscito – purtoppo – in poche sale, mentre su Sky è visibile “The Inventor: Out for Blood in Silicon Valley”. I suoi lavori si distinguono non solo per l’interesse del materiale trattato, ma anche per il loro ritmo incalzante, che mantiene sempre vivo l’interesse dello spettatore. Questo vale anche per questa sua ultima opera, di grande interesse per tutti gli “psi”, ma illuminante per chiunque. Attraverso il lavoro di Doroty Otnow Lewis, psichiatra americana pioniera nello studio dei fenomeni dissociativi e della personalità multipla, costringe lo spettatore a chiedersi quali fattori spingono l’essere umano a uccidere. Utilizzando un’equilibrata e pressante mescolanza di stili (immagini d’archivio, animazione, registrazioni amatoriali, interviste), che vuole rispecchiare il funzionamento complesso della mente umana, Gibney ci presenta una donna e una scienziata coraggiosa, che ha cercato di entrare nella mente degli assassini, spinta da un profondo interesse per l’essere umano, sfidando i dettami della psichiatria forense e schierandosi contro la pena di morte. La Lewis spiega, nelle sequenze in cui è intervistata, come è arrivata alla convinzione che molti crimini siano commessi, come è stato ampiamente dimostrato in seguito, da persone traumatizzate, vittime a loro volta di violenze ed esposte al fenomeno della trasformazione della vittima nell’aggressore. Sono di grande impatto i filmati delle conversazioni tra la Lewis e assassini seriali che hanno sparso il sangue di tante vittime in America tra gli anni ’70 e ’80, come il cannibale Arthur Shawcross, Marie Moore, Johnny Frank Garrett e Ted Bundy, di cui hanno trattato tanti documentari e hanno ispirato tanti film e serie televisive. La stessa Lewis è stata chiamata come consulente da Martin Scorsese per il film “Cape Fear – Il Promontorio della Paura”, e  ha permesso a Robert De Niro di incontrare alcuni suoi pazienti per prepararsi al ruolo del protagonista Max Cady.

Quello che maggiormente colpisce è la relazione empatica e di fiducia che questa donna minuta, gentile e dotata di senso ironico è riuscita a instaurare non solo con i serial killer, ma anche con il loro boia, a cui fa una inquietante intervista, mettendo in luce le loro affinità.

La sua battaglia è stata quella di dimostrare che questi soggetti, pur essendo “capaci di intendere e volere”, erano gravemente malati e soffrivano di disturbi dissociativi evidenti, oltre che presentare alterazioni cerebrali organiche. Si è messa in gioco, anche in sede processuale, per evitare (per lo più senza successo) che gravi malati psichici fossero condannati alla pena di morte. È stata vittima dellagogna mediatica” dellepoca, presa di mira da avvocati e colleghi, collusi con questioni politiche, che la accusavano di voler  fornire giustificazioni per evitare agli assassini la sedia elettrica o l’iniezione letale: Nonostante abbia vissuto momenti ed esperienze davvero difficili, non si è mai arresa e ancora oggi porta avanti con convinzione le sue teorie sempre alla ricerca di prove,, riflettendo criticamente sugli errori commessi e rivalutando l’enorme mole di materiale raccolto negli anni.

Il confine tra salute mentale e follia è stabilita dalla psichiatria, quello tra capacità e incapacità di intendere e di volere è stabilita dalla legge. Ma c’è una terra di mezzo , la più difficile da esplorare e i cui confini sono impossibili da definire: l’inconscio e i mostri che lo abitano.

Settembre 2020