“Cuori Puri” di Roberto De Paolis. Recensione di Daniela Scotto di Fasano

Autore: Daniela Scotto di Fasano

Titolo: Cuori Puri

Dati sul film: regia di Roberto De Paolis, Italia, 115’ – 2017

Genere: commedia/drammatico

“Rimasero talmente soli, / talmente senza parole […]

Se almeno ci fosse qualcuno sulla porta,

se qualcosa per un attimo, apparisse, sparisse

lieto, triste […]

fonte di riso o timore, che importa.

Ma non accadrà nulla.”

(Szymborska 1962).

Il film di De Paolis racconta la storia di due giovani, Agnese e Stefano, molto diversi tra loro. Agnese è una ragazza di diciotto anni, cresciuta con una madre molto religiosa, frequenta l’oratorio della sua parrocchia e ha scelto il voto di castità fino al matrimonio. Stefano è un ragazzo di venticinque anni, che proviene da una famiglia disfunzionale: si trova costretto a mantenere il padre e la madre, entrambi disoccupati lavorando come custode di un supermercato in una zona degradata della periferia di Roma. Agnese e Stefano, pur provenendo da ambienti che sono agli antipodi, si innamoreranno, e il loro sentimento lì metterà di fronte a dilemmi conflittuali di non facile soluzione.

Mi è parso che i versi di Szymborska, in esergo, dicano bene il nulla in cui molti adolescenti trascinano la loro vita. Già il titolo della poesia – “Senza titolo” – richiama al loro essere senza identità e, in effetti, con Racalbuto (1999), parlerei oggi di una promiscuità generazionale che rende gli adulti, agli occhi dei giovani, “esseri senza qualità”, incapaci di porre limiti costruttivi fra il bene e il male, fra il vero e il falso.

I due protagonisti di “Cuori puri”, Stefano (Simone Liberati) e Agnese (Selene Caramazza), sono entrambi terribilmente soli e senza nessuno sulla porta di casa che li guarda andar via  e crescere, o che li aspetta quando tornano a casa, senza titolo nella loro vita da un punto di vista personale, senza un’identità “su misura”: trascinano l’esistenza.

Ripercorriamo assieme il film, che si apre con Agnese che corre rincorsa da Stefano e si chiude con Stefano che rincorre un giovane rom e Agnese che rincorre Stefano.

Due sequenze che mi hanno fatto pensare (a partire da un film come questo che, come mi è capitato di riflettere insieme ad alcuni colleghi, suscita pensieri).

Nella corsa iniziale Agnese scappa. Ma, ci si chiede, scappa semplicemente da Stefano oppure – così come in un sogno esistono più significati – Agnese scappa da un’esistenza senza un suo titolo per la propria vita, correndo in tal modo – a un secondo livello di significato – verso un futuro “su misura”, verso scelte personali?

Ha rubato un cellulare perché vuole mantenere, a dispetto del divieto materno, un contatto con il compagno di scuola.

Anche Stefano è impegnato a difendere un ruolo nella vita anomalo rispetto al “titolo” che gli è stato appioppato dal contesto e dalla famiglia dai quali proviene. Corre per applicare la legge. Ci torneremo, anche perché Stefano è una figura maschile, e questo è un elemento di rilievo. In effetti, nella scena successiva abbiamo un coro di quasi voci bianche, nonostante vi si vedano cantare anche degli uomini: la verginità del bianco nel quale giungere al matrimonio?  Colore della castità ma, in Giappone ad esempio, anche del lutto.  Lutto di potenzialità, di risorse?  Nella sequenza del coro Agnese è accanto alla madre Marta, e con lei canta “Fammi rinascere spirito”: puro spirito? Quasi a voler significare che il corpo sia un angolo sordido (Bonacchi, 2003), e che l’unica via sia la totale repressione, declinata in senso religioso, della pulsionalità/sessualità.

Infatti in un’altra sequenza vediamo il prete che dice ad Agnese: “Tu dai retta al demonio.” E perché Agnese dà retta al demonio? Perché il furto è un peccato mortale, tanto più se si tratta del furto di un cellulare che le serve per continuare uno scambio via sms con l’altro sesso. Scambio che evoca nella madre una violentissima repulsione, quasi una reazione fobica. Le dice infatti: “Ti scriveva cose oscene… Sei troppo piccola”. Nella medesima  sequenza, alle spalle delle due protagoniste, si intravvede su una mensola la foto di Agnese neonata accanto alla madre. Agnese dev’essere mantenuta piccola, scissa dalla propria nascente sessualità. Tuttavia, senza chi le spieghi cos’è crescere, Agnese diventa donna. Infatti la giovane protagonista si confronta con l’amica Beatrice sulle questioni che in adolescenza si affacciano prepotenti alla ribalta della mente: “Come sai quando fermarti?” Sottolineo, nella risposta di Beatrice, la frase “Il maschio va educato”: cioè “castrato”?

Il fatto che Agnese aneli a crescere è suggerito dalla corsa che apre il film, quando nel dire a Stefano “lasciami andare” sembra che voglia spingerlo a baciarla.

Nella scena successiva, madre e figlia selezionano abiti vecchi da portare al campo rom, dove Marta fa volontariato. Incautamente Agnese dice di una camicetta che le piace: “Non la buttare”, suscitando la reazione moralistica e colpevolizzante della madre: “Non la sto buttando, la dò a chi non ha niente”.

Poi, ancora in total white, madre e figlia pregano e poi sono inquadrate addormentate nel lettone in un abbraccio quasi incestuoso. Forse, metaforicamente, la cacciata del maschio dal lettone è rappresentata dal regista nella sequenza successiva, dove Stefano è mostrato completamente solo, nel parcheggio deserto dove lavora dopo essere stato licenziato dal supermercato per aver fatto scappare Agnese, inzuppato da una pioggia implacabile. Un uomo solo, sotto una pioggia che evoca una caduta depressiva, per la quale non ha riparo. È un caso che subito dopo Stefano sia provocato da Giulio, il suo datore di lavoro, che sottolinea continuamente che deve stare attento perché è a rischio di licenziamento, mentre sullo sfondo aleggia la battuta di un collega che dice ridendo che Stefano è stato licenziato per “aver fatto scappare una bella bischera”? Il prete spiega nel film ai ragazzi il senso della frase “beati i puri di cuore”: “Come Gesù, i puri di cuore rinunciano a se stessi per l’altro, dando tutto all’altro, anche la vita.” Come se fosse cioè necessario rinunciare a essere se stessi, fare proprie solo le esigenze dell’altro. Stefano deve votarsi a essere colui che trae fuori dagli impicci una madre e un padre “senza qualità”, parassiti del figlio, dal quale sono mantenuti, e per nulla attratti dall’idea di rimboccarsi le maniche per guadagnare e pagare pasti e affitti.

Agnese deve rinunciare a sviluppare un’identità personale, violentata – letteralmente – dai desideri che la madre ha su di lei e per lei. Questo aspetto appare molto evidente anche  quando la madre si irrigidisce ed esprime un vero e proprio ritiro affettivo perché Agnese dice, rispetto alla promessa di castità, che ci “vuole pensare” poiché “è una mia scelta”. Ma, di fronte al ricattatorio e punitivo ritiro dell’affetto della madre, Agnese capitola e le dice che lei e Beatrice hanno ordinato gli anelli per la promessa di castità.

Marta, la madre, a mio parere usa continuamente violenza alla figlia: quando la picchia e la chiude in casa per il ritardo con cui Agnese torna a casa, o, ancora, come quando entra in bagno mentre Agnese si depila senza bussare e senza chiedere il permesso, come se l’intimità di Agnese non esistesse e fosse cosa propria. E’ proprio questo tipo di possesso mentale dell’altro che blocca lo sviluppo, come ci ricorda in modo molto pregnante la  psicoanalista Gianna Polacco Williams, nel suo libro “Paesaggi interni e corpi estranei” (1999).

Colpisce nel film che tra tanti adulti senza qualità solo il prete sappia davvero parlare ai giovani, come quando spiega loro il significato della parola divertire: “de vertere”. Cioè, “gettarsi fuori di sé”. Se andiamo a cercarne a fondo il senso, scopriamo (per esempio consultando la Treccani) che uno dei significati etimologici di “divertire” ha a che fare col  dimenticare il vuoto che si ha. Nel caso dei due protagonisti di “Cuori Puri”, si tratta del  vuoto di una periferia spersonalizzante, di una vita priva di ideali e di passioni.

Addirittura, come Giorgio Scianna mostra nel romanzo La regola dei pesci (2017), si può arrivare a rispondere alla chiamata dello jihad solo (solo?) “perché i video degli jihadisti erano belli”. Sembra una motivazione fondata su una profonda scissione, quindi una  motivazione che si potrebbe definire “acefala”, ma se pensiamo al concetto di stupidità’ per come lo descrive Bion (1958), tale motivazione apparirà sensata e pertinente in rapporto al vuoto di idee e passioni della vita degli adolescenti. Come stupirsi allora se molti adolescenti restano affascinati da una chiamata che promette di restituire la bellezza della passione al loro vivere? Ciò che manca, se manca la “casa psicologica” (Brenman, 1985), l’”apparato per pensare i pensieri”, è di conseguenza l’esperienza descritta da Bion (1970) come unisono. Che i ragazzi nel film trovano apparentemente solo in don Luca. Ma, come vedremo, la presa di don Luca sui giovani non necessariamente è un bene. O forse si?

Agnese scoprirà che Stefano è stato licenziato per colpa sua. Ne è sbigottita: qualcuno fa qualcosa a danno di se stesso, per il suo interesse e non per il proprio, come in fondo anche il prete, che giustamente dal proprio vertice, fa proselitismo; o come Marta, che per la propria sessuofobia condiziona pesantemente la vita e lo sviluppo di Agnese.

Si avvia qui un processo di pensiero costruttivo.

Agnese rivendica con Marta l’ingiustizia dell’averle sottratto il cellulare.

Mentre, nel prosieguo della vicenda, Stefano è mostrato sempre più solo, tra rottami, in alterco con i rom, spesso impegnato a mangiare, in balìa del bisogno parassita della propria madre che sia lui a pensare a loro, al punto che, a sfratto dei genitori avvenuto, e dopo aver scoperto da quanto tempo i genitori non pagavano l’affitto, Stefano grida: “sò io il marito, sò io il padre?”.

Stefano a tutti i costi resiste al guadagno facile, preso in giro dagli amici teppisti e malavitosi con i quali è cresciuto perché fa il lavoro ‘infame’ della “guardia”, stando in tal modo dalla parte della legge: infatti verrà trascinato da Lele a intimidire, umiliare e derubare un povero extracomunitario gestore di un negozietto di alimentari: “Tanto non ci sono videocamere”. Sempre Lele lo apostrofa con totale sciatteria etica rispetto al rifiuto di Stefano di fare di un dodicenne uno spacciatore: “Che stiamo a fa, gli assistenti sociali?”

Mentre la storia tra Agnese e Stefano si dipana tra assenze di Agnese, reti metalliche separatorie – dai molteplici significati – che si frappongono tra loro, sono da sottolineare come foriere di sviluppo mentale e di sostegno alla crescita, le reciproche attenzioni dei due protagonisti.

Entrambi mostrano di guardare alle cose dal punto di vista dell’altro: Agnese coglie la solitudine di Stefano, Stefano la paura e il conflitto di lealtà di Agnese nei confronti della madre. C’è da parte sua un’estrema delicatezza nel chiederle una mentina prima di dare ad Agnese il primo bacio, la stessa di quando Stefano ‘mima’ il loro matrimonio, la stessa nel portarla dolcemente a fare l’amore. E c’è, al mare, una spinta di stampo ‘paterno’ nel sostenerla sulle spalle e spingerla a tuffarsi in acqua: in avanti, nel profondo.

Così, c’è una profonda attenzione all’altro da parte di Agnese quando gli chiede “Tu hai mai pregato?”: “Da piccolo, poi ho smesso. Quando mio padre impazziva, picchiava mia madre e me, allora io mi chiudevo e pregavo, mi avevano detto che in preghiera puoi chiedere tutto, e io ho chiesto di farlo morire, io pregavo per non soffrire”.

Colpisce che le domande più sensate, quelle in cui ti poni dal punto di vista dell’altro, le facciano i ragazzi: ad esempio, nella sequenza relativa a “crocefisso si/crocefisso no” quando i ragazzi preparano l’oratorio ad accogliere extracomunitari musulmani che lì dovranno mangiare, dormire, pregare.

Colpisce che quando circolano tenerezza e attenzione all’altro, invece che sciatteria morale e anaffettività, anche Stefano può far rispettare la regola ma non da incazzato, ma giocando: “potrete restare qui a giocare se mi prendi la palla”.

Tornando al ruolo del prete nella vita e nelle scelte di Agnese, dobbiamo sostare sulla scena in cui si parla dell’adultera. “Tutti noi siamo l’adultera – dice – perché pecchiamo, mentre gli scribi sono quella parte di noi che vuole distruggere il peccatore, noi invece dovremmo essere come Gesù, che si prende tutto, pure i difetti. Gesù non è come gli scribi, è come il navigatore in macchina, se sbagli strada mica ti prende a sassate e ti sgrida: cattivo, hai sbagliato!!! No, Gesù, come il navigatore, ricalcola il percorso perché ti riporta sempre a casa”. Ma il navigatore riporta alla meta, che non è necessariamente la casa. Come non chiedersi se, dopo il discorso sull’adultera, Agnese non decida di disobbedire, di peccare, di rinunciare alla promessa di castità: adultera rispetto all’incestuale rapporto con la madre?  Qui dovremmo riflettere sul rischio che corrono gli adolescenti quando siano messi nelle condizioni di mentire, quando sono lasciati in balìa di sensi di colpa e di pesantissimi conflitti di lealtà, quando si trovano privi nei dintorni di adulti che li sostengano in scelte etiche e non solo opportunistiche e narcisistiche.

Come finirà questa storia?

Stefano, anche nella corsa finale che chiude il film, finisce per proteggere qualcuno. Ma, a differenza che nella corsa iniziale, la corsa inizia proprio allo scopo di proteggere qualcuno: il rom ingiustamente accusato da Agnese di averla stuprata.

Lasciandolo scappare e proteggendolo dalla folla che lo vorrebbe linciare, protegge nella figura del rom anche la propria parte ‘aliena’, quella umiliata e diseredata, anziché sentirsi costretto a non riconoscerla come propria, ricorrendo a una scissione: io non sono così, i brutti sono loro, non io. In tal modo, proteggendola, contemporaneamente si riconcilia con questa parte di sé, con l’Altro invidiato perché ‘vezzeggiato’ dalle azioni buoniste dei volontari.

E qui subentra un altro elemento prezioso di questo film: la guerra tra poveri delle periferie del mondo, dei non luoghi in cui crescono i ragazzi, e non solo realisticamente ma anche metaforicamente. Non-luoghi mentali, non-luoghi etici, non-luoghi affettivi.

La corsa finale inoltre mostra Agnese rincorrere Stefano, e si conclude con un abbraccio dove passione e rabbia si mescolano in modo vitale e autentico. Sono giustamente arrabbiati entrambi, l’uno con l’altro, perché incontrarsi ha portato entrambi a scegliere di essere se stessi, scelta che forse non avrebbero potuto permettersi l’uno senza l’altro.

Però, al contempo, l’impetuoso abbraccio finale la dice lunga sulla reciproca gratitudine.

 

Febbraio 2018

Bibliografia

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Bion W.R., (1970), Attenzione e Interpretazione, Armando, Roma, 1973

Bonacchi Gabriella, (2003), Occhi di carne sulla storia. Quell’”angolo sordido” che chiamiamo corpo, Psiche, Corpi e controcorpi, 1, 2003, pp.167-181.

Brenman E., (1985), Crudeltà e ristrettezza mentale, in Bott Spillius E., a cura di, 1988, Melanie Klein e il suo impatto sulla psicoanalisi oggi, Astrolabio, Roma, 1995

Polacco Williams G., (1999), Paesaggi interni e corpi estranei, B.Mondadori, Milano, (ed.or.1997)

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Scianna G., (2017), La regola dei pesci, Einaudi, Cles, Trento.

Szymborska W., (1962), Senza titolo, da Sale, 1962, in Szymborska W., (2017), Amore a prima vista, a cura di Pietro Marchesani, Adelphi, Milano