“Dafne” di F. Bondi. Recensione di R. Rizzitelli

Autore: Renata Rizzitelli

Titolo del film: Dafne

Regia: Federico Bondi, Italia , 2019, 94’

Genere: Drammatico

 

 

Dopo ”Mar Nero”, uscito dieci anni orsono, incentrato sul rapporto tra una donna anziana e la sua badante rumena, il regista Federico Bondi si avventura ancora una volta dietro la macchina da presa affrontando il tema della persona con disabilità. Lo fa con le sue tipiche doti di delicatezza, semplicità e tenerezza, che sanno mettere a confronto personaggi di grande spessore e intensità, in questo caso Dafne, che è Carolina Raspanti, una donna di trentacinque anni affetta da Trisomia 21, e suo padre, interpretato da Antonio Piovanelli.

Dafne ha debuttato al Festival del Cinema di Berlino lo scorso febbraio nella sezione Panorama, guadagnandosi l’approvazione della critica internazionale e l’apprezzamento del pubblico, anche se non ha avuto la distribuzione che meriterebbe.

Il film nasce, come il precedente, da un incontro del regista con persone reali, qui del tutto casuale: un giorno si è imbattuto per strada in un padre anziano insieme alla figlia affetta da Trisomia 21, e ha iniziato a immaginarsi e chiedersi come potesse essere la loro vita quotidiana.

Questo episodio banale sarebbe rimasto senza un seguito se il regista non avesse conosciuto Carolina Raspanti, su cui ha cucito addosso la sceneggiatura che lei ha “indossato” perfettamente, facendo di questo lavoro un’autentica esperienza esistenziale. Infatti, la condizione realmente vissuta dalla protagonista, con assoluta consapevolezza e maturità, è parte integrante della scrittura filmica e viene trasmessa allo spettatore fotogramma per fotogramma.

Dafne vive ancora insieme ai genitori, Luigi e Maria, pur essendo esuberante e trascinatrice, e pur sapendo organizzare da sola la propria vita.

Il film inizia con un dialogo intimo tra Dafne e la mamma Maria – una convincente Stefania Casini – che si svolge in un clima emotivamente intenso, atto a far capire come la persona sia potuta crescere e svilupparsi al meglio, sfruttando le proprie potenzialità ed andando oltre i confini della disabilità. Si coglie perfettamente il fatto che in lei coesistono due posizioni: da un lato vi è una donna che sta costruendosi la sua vita e la sua autonomia, dall’altro una tenera bambina che ha ancora bisogno della madre, in cui trova rifugio e conforto. In questo quadro di vita equilibrata e serena, avviene un terremoto esistenziale: Maria, all’improvviso, muore. Luigi sprofonda nella depressione, mentre gli equilibri familiari vengono messi completamente in discussione, perché Dafne non solo deve affrontare l’elaborazione del lutto per la perdita della madre, ma anche consolare e sostenere il padre.

Tutto sembrerebbe oscurato da questa grave perdita quando, un giorno, i due decidono, inaspettatamente, di partire per raggiungere il paese natale di Maria, con un trekking attraverso le montagne.

Questo lungo cammino consentirà a padre e figlia di confrontarsi e conoscersi in una dimensione più profonda, che farà loro scoprire aspetti differenti l’uno dell’altro, superando entrambi i propri limiti.

Dafne, con la sua determinazione e la sua lineare e diretta sincerità, aiuta l’anziano padre a superare l’ostacolo dello stato di doloroso abbattimento: in un percorso duro e ruvido – come è lei stessa in alcuni passaggi – lo aiuta a ritrovare la gioia di vivere.

La realtà proposta dal film è certamente interessante: la narrazione sobria, calibrata fra drammaticità e leggerezza che a volte sconfina nella commedia, focalizza moltissimi punti chiave della realtà di Dafne, che da individuali diventano universali.

Un’opera che mostra come, superando pregiudizi e difese, sia possibile un’ evoluzione  personale in grado di trasformare i vincoli in possibilità.

Bondi ha la capacità di far emergere le personalità dei suoi protagonisti in modo realistico e autentico, in particolare per quanto concerne la Raspanti, che sa rendere in modo convincente la complessità e la vitalità della propria esistenza.

Dafne è infatti una forza della natura anche come umanità, simpatia ed empatia; trasmette al padre il senso di poter essere insieme “una squadra”, pur provenendo quasi da due mondi “diversi”, coesistenti da sempre nella stessa famiglia. Mondi molto distanti, per un uomo che ha sempre osservato la condizione di Dafne con distacco difensivo, mantenendosi in disparte e non mostrando mai il desiderio di comunicare con quella figlia verso cui ha a lungo innalzato delle difese. Nonostante ciò, Dafne cerca in tutti i modi di raggiungerlo, andando oltre la depressione severa ed amara che lo limita ed affligge,  combattendo continuamente contro questi ostacoli comunicativi con grandi e piccoli gesti che sono, in realtà, comunicazioni intersoggettive sottili, profonde e creative. La giovane donna, ha una particolare sensibilità e capacità di cogliere i punti deboli altrui e portarli allo scoperto, per la connaturata propensione a manifestare i propri pensieri ed intuizioni senza ostacoli e con un candore che spesso intenerisce.

 

Infine, il film trasmette un’intensa sensazione di speranza e di coraggio, proprio a partire da un autentico confronto con la persona con disabilità, sottolineando che ciascun individuo è diverso dall’altro, a prescindere dalla sua condizione. Esso suggerisce, attraverso il registro della tenerezza, come sia possibile incontrarsi e trovarsi per davvero, stare vicini, condividere esperienze e situazioni metaforicamente rappresentate nel viaggio alla ricerca dell’alma mater mediato da un contatto umano costante e forte fra padre e figlia, ma anche con la Natura. Certo, il percorso è faticoso, un cammino che mette in gioco emozioni e sentimenti contrastanti ma che, se sperimentato insieme, in relazione, diventa un percorso appagante.

“Una stretta di mano, tuo figlio che ride, la pioggia d’agosto e il rumore del mare, un bicchiere di vino insieme a tuo padre, aiutare qualcuno a sentirsi migliore”, queste sono le parole della canzone di Nek che accompagna il fluire delle emozioni di Dafne.

 

Aprile 2019