“Dear Comrades” di A. Konchalovsky. Commento di E. Marchiori

"Dear Comrades" di A. Konchalovsky. Commento di E. Marchiori

Autore: Elisabetta Marchiori

Titolo: “Dear Comrades” (“Cari compagni”)

Dati sul film: regia di Andrei Konchalovsky, Russia, 2020, 120’, in concorso

Genere: drammatico

 

 

 

 

Il regista russo Andrei Konchalovsky, classe 1937, ha portato alla Mostra del Cinema un film di grande pregio, che spicca in un Concorso che ha presentato lavori di qualità sensibilmente diversa, con il suo bianco e nero che colora immagini che sanno di memoria e di atemporalità.

La storia si basa su un fatto realmente accaduto in una cittadina russa il 2 giugno 1962, secretato fino agli anni ‘90: un legittimo sciopero in una fabbrica di locomotive, insorto a seguito di una diminuzione del salario di operai già ridotti alla fame, viene represso nel sangue, con l’intervento del KGB. Per insabbiare il massacro i corpi delle vittime vengono fatti sparire, tumulati in tombe anonime (restituiti ai familiari solo nel 1994), i feriti non escono vivi dall’ospedale, vengono fatti firmare ai sopravvissuti patti di riservatezza con la minaccia di pena capitale. I responsabili non sono mai stati identificati.

La protagonista Lyudmila (la bravissima Julia Vsyotskaya, da Coppa Volpi), membro del Partito Comunista locale, è una militante convintissima dei suoi ideali e fermamente contraria a ogni dissenso, tanto da esporsi con i suoi superiori nell’indicare una linea d’azione dura nei confronti degli scioperanti, dei “sobillatori”, definiti “alcolizzati, ex-galeotti”. Questo finché non vede con i suoi stessi occhi i cecchini aprire il fuoco contro i manifestanti inermi, tra cui c’è anche la figlia, che scompare dopo gli scontri. Temendo che sia rimasta uccisa, disperata, si mette alla sua ricerca, scoprendo di cosa sono capaci i suoi “cari compagni”.

Konchalovsky ha dichiarato di aver voluto fare un film sulla generazione dei suoi genitori, che aveva combattuto la Seconda Guerra Mondiale “per la Patria, per Stalin”, sperimentando sulla propria pelle il divario tra gli ideali comunisti, che avevano compattato il Popolo Russo, e la drammaticità della realtà.

Stefano Marino, psichiatra e raffinato cultore di cinema, nel suo blog (https://multicultiblog.org) spiega esaurientemente quali siano gli elementi autobiografici presenti nel film. La famiglia del regista apparteneva, infatti, a una ristretta élite culturale, collusa con il regime, che le consentiva particolare libertà di espressione. I genitori erano scrittori e poeti; il padre aveva anche scritto i versi dell’inno dell’URSS (aboliti nell’89) di cui ascoltiamo un frammento nel film; il fratello maggiore è il famoso cineasta Nikita Mikhalkov

All’epoca dei fatti in tanti rimpiangono Stalin, la popolazione è disorientata, i vertici del partito non riescono a spiegarsi, contro l’evidenza della realtà, come i lavoratori possano ribellarsi. La loro ottusità viene mostrata in scene dapprima quasi comiche, poi tragiche.

Mentre guardavo il film, mi è venuta in mente una notizia di questi giorni: Svetlana Aleksievic, premio Nobel per la Letteratura nel 2015, è rimasta l’unico membro rimasto del Consiglio di Coordinamento dell’opposizione bielorussa al regime di Lukashenko. La settantaduenne autrice di capolavori come “La guerra non ha un volto di donna”, ”Preghiera per Cernobyl” e “Ragazzi di Zinco”, che con la sua opera ha raccontato gli eventi più importanti dell’Unione Sovietica della seconda metà del XX, dando voce ai sopravvissuti e ai testimoni di atrocità, tradimenti e menzogne, teme che le rivolte di oggi, come quelle di ieri, siano soffocate nel sangue.

Il film di Konchalovsky, alla luce di questa associazione, mi è sembrato di estrema attualità, ricordando le famose parole di Primo Levi nel saggio “I sommersi e i salvati”: “Se comprendere è impossibile, conoscere è necessario, perché ciò che è accaduto, può ritornare”.

 

Settembre 2020