“Doctor Sleep” di M. Flanagan. Commento di A. Moroni

Autore: Angelo Moroni

Titolo: Doctor Sleep

Dati sul film: regia di Mike Flanagan, 2019, USA, 151’

Genere: Horror, Drammatico

 

 

 

Il regista americano Mike Flanagan, appena uscito dall’intenso lavoro per le riprese di alcuni importanti episodi della serie TV Netflix Hill House”, con questo suo ultimo film rende un intenso omaggio, unico nel suo genere, a Stanley Kubrick e al suo  “Shining” (1980). Flanagan riesce a raggiungere una visione binoculare” nel momento in cui guarda anche al romanzo di Stephen King, del quale il film porta il titolo. Si tratta quindi di un omaggio doppio, che non fa torto né cinematograficamente a Kubrick né letterariamente allo scrittore horror statunitense. Realizzare questo obiettivo è già un pregio non da poco, dal momento che portare sullo schermo il sequel di Shining” , tratto da un romanzo che non è certo tra i migliori scritti da King, è un’azione di per sé, indubitabilmente coraggiosa e al contempo rischiosa. Il film ci parla dell’età adulta di Danny Torrence, il bambino sopravvissuto insieme a sua madre Wendy alla follia del padre, Jack Torrence (un Jack Nicholson magistrale ed ineguagliabile, nel film di Kubrick), dopo la famosa fuga sul gatto delle nevi dallo spaventoso Overlook Hotel, in Colorado. Danny, interpretato da un Ewan McGregor molto ispirato e convincente, è ora un alcolizzato ossessionato dai fantasmi traumatici della sua infanzia, soprattutto dalla morte del padre, posseduto e reso folle dai fantasmi che abitano l’Overlook. Mantiene tuttavia ancora il potere della luccicanza”, lo shining”, che condivide con Abra, una bambina che conosce medianicamente” e che lo informa, attraverso la telepatia, della morte di un altro bambino da parte di una banda di esseri millenari come vampiri, il cui capo è una donna, Rose The Hat (interpretata da una Rebecca Ferguson, davvero ottima nel trasmettere un senso di inesorabile malignità). Questo clan è chiaramente ispirato – anche nel’opera di King – al romanzo di Ray Bradbury Il popolo dell’autunno”.

Flanagan tratta una materia narrativa totalmente virata al sovrannaturale e al Perturbante, e ci si può chiedere come possa arrivare a produrre in film denso di sottotesti psicologici e sociologici come questo Doctor Sleep”, semplicemente partendo da tale contesto. E invece ha molto da dirci. Riesce infatti a creare un film derivativo, filologico e dal tocco assolutamente originale, riuscendo addirittura a ricostruire alcune sequenze dell’originale di Kubrick senza apparire eccessivo. I piani lunghi e le plongée del finale, sono persino impreziositi dalle note del Dies Irae, la stessa colonna sonora utilizzata da Kubrick, come se Flanagan volesse delicatamente sovrapporsi a lui per omaggiarlo, obiettivo che raggiunge più che egregiamente. I sottotesti psicologici e psicoanalitici, cui accennavo sopra, riguardano la trasposizione cinematografica delle ossessioni consumistiche contemporanee: quelle di una società bulimica, continuamente affamata, versata solo al consumo, che uccide” il tempo dell’infanzia attraverso seduzioni onnipotenti mediate dai molteplici strumenti tecnologici che ben conosciamo.

Doctor Sleep” è appunto un film sul Tempo, sulla memoria e sulla sua permanenza traumatica che va elaborata se non si vuole che ritorni (dal rimosso) a confiscare il presente del soggetto. Il vero riscatto, sembra dirci Flanagan, sta nel generare connessioni di pensiero, di relazione inter-umana, sta nel coltivare l’interiorità e nel combattere strenuamente per non farsi rubare/mangiare la nostra realtà psichica soggettiva, così preziosa e unica. La cifra stilistica di Flanagan, particolarmente accentuata in questo suo ultimo film, è dunque la malinconia, uno sguardo doloroso e consapevole della finitezza della vita, con cui avvicina a noi i suoi personaggi attraverso la macchina da presa. Doctor Sleep” è infatti il nickname che Danny Torrence assume nel suo lavoro quotidiano di infermiere in un hospice dove sono ricoverati malati terminali. E la struttura stessa del film, nella sua costruzione lenta e ondivaga, ci conduce verso l’origine della storia, cioè all’interno dell’Overlook Hotel, dove tutto però improvvisamente si dissolve, si sfalda, va in pezzi e si conclude, inevitabilmente. L’Io, sembra ancora malinconicamente suggerirci il regista, non può rimanere legato alla vita in quanto oggetto di investimento eterno da possedere, al contrario, si tratta di un oggetto d’amore che occorre lasciare alle generazioni future, rappresentate nel film dalla piccola Abra.

Novembre 2019