E ora parliamo di Kevin

Lynne Ramsay, GB-USA, 2011, 110 min.

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Giudizio: *** 3/5

Genere: thriller psicologico

Recensione: Miglior film al London film Festival, tratto dal best-seller di Lionel Shiver, è stato co-prodotto dall’attrice protagonista, una Tilda Swinson che la macchina da presa non molla mai. Si parla di Kevin, naturalmente, dal suo concepimento fino alle soglie dei diciotto anni, quando dal riformatorio verrà trasferito ad una galera vera per aver compiuto un crimine orrendo, che già si intuisce dalle prime scene. E, naturalmente, si parla di sua madre Eva, che ripercorre la sua relazione con il figlio, alla ricerca di un perché. Neworkese, viaggiatrice, scrittrice, donna in carriera, diventa madre riluttante di un bambino dai capelli e gli occhi scuri, lo sguardo intensissimo, che non le somiglia affatto. Dopo la tragedia, perso tutto ma sempre in attesa del figlio, vive da sola in una casetta misera e lavora come segretaria, rivede se stessa in gravidanza, con lo sguardo perso nel vuoto, poi con un neonato che piange ininterrottamente, quindi un bambino di pochi anni oppositivo, provocatorio, ricattatore, infine alle prese con un adolescente bello, solitario, arrogante e crudele, interpretato da Ezra Miller, che la sfida continuamente. Il padre Franklin, John C.Reilly, appare un uomo ingenuo, che si fa manipolare, che non coglie i segnali di disagio della moglie e del figlio, li sminuisce e li sottovaluta, tanto da regalare inconsapevolmente al figlio l’arma letale, gratificato dalla apparente buona relazione con lui. Le cose precipitano quando arriva la sorellina bionda, buona, dolce, amabile in tutto e per tutto, dall’aspetto molto più familiare, che Eva sembra amare incondizionatamente, anche lei vittima dell’atroce vendetta di Kevin, determinato a “far crollare il palco”.

Vedere o non vedere il film?: Colori forti e netti, montaggio perfetto, ritmo incalzante, colonna sonora convincente. È un film perturbante, ostile verso lo spettatore come lo è Kevin verso la madre Eva. Alcuni critici hanno detto che è un film troppo “studiato”. Sicuramente è pensato, è originale e le immagini, e la musica e i dialoghi, sono frecce che colpiscono il bersaglio. Il bersaglio credo che sia il singolo spettatore, e forse sta qui la furbizia del film: come Kevin, ammicca a tutti, e non risparmia nessuno.

La versione dello psicoanalista: Scelgo, tra le molteplici traiettorie indicate dalle immagini di questo film, la direzione dello sguardo. A me è rimasta particolarmente impressa la sequenza degli sguardi tra madre e figlio che, se talvolta si incrociano, non si intendono mai. “Che cosa vede il bambino quando guarda il viso della madre? Direi che, normalmente, il bambino vede se stesso. In altre parole, la madre guarda il bambino e la sua espressione è relativa a ciò che vede nel bambino”. Da questa ormai celebre domanda di Winnicott (1971) non si può prescindere se si vuol dire qualcosa sullo sguardo. Il senso di sé del bambino dipende dalle risposte del viso della madre quando la guarda. Se lo sguardo è vuoto o verso altrove, non si innesca quel processo a due vie che rende possibile la reciproca significazione, la possibilità di “esistere” come persona. Quello che dà valore all’immagine è il suo riflettersi, il posarsi sullo sguardo di una mente desiderante il desiderio dell’altro, che la recepisce e la rimanda arricchita di senso.
Ma dobbiamo continuare a parlare di Kevin…

Febbraio 2012