Early Winter

Early Winter (Primo inverno)

Di Michael Rowe – Canada-2015

Settimana degli Autori – In concorso

Commento di Rossella Valdrè

E’ con la perdita del desiderio – e potremmo dire del desiderio condiviso – che si apre “Early winter”, intenso dramma coniugale del canadese Michael Rowe (al suo primo film in inglese). Il rapporto sessuale d’apertura, infatti, che silenziosamente precede il titolo evoca, all’occhio dello psicoanalista, certi sogni di inizio analisi: a saperli leggere, è già tutto contenuto lì. Il gelido inverno canadese, siamo, infatti, in un’isolata zona del Quebec, fa da metafora all’inverno della passione, della comprensione e del gioco tra due coniugi, David e Maya e, più genericamente, all’inverno della vita.

David, non a caso, lavora in una casa di riposo, e accompagna le persone al morire; con dolcezza, con umanità. E’, infatti, la cifra della tristezza, dell’assenza di piacere, quella del film: profondamente triste, più che drammatico. Scandito con molta lentezza, a stile nordeuropeo, ricco di silenzi molto eloquenti, ambientato esclusivamente in interni intorno ai giorni di un Natale senza gioia, questa ulteriore rivisitazione di scene da un matrimonio propone una narrazione coerente, profonda, realistica, sulla quotidianità di una coppia come tante, dove le persone si amano, ma sono schiacciate dall’infelicità.

Se la favola dell’idealizzazione regala l’illusione che l’amore basti a tutto, il film rende ragione a un altro regista, il tedesco Philip Groening, quando disse che:

                                      “niente è più violento dell’impotenza dell’amore”.

David e Maya vivono il loro inverno sotto il peso di una quotidianità routinaria e poco appagante, fatta di conti da pagare e bambini da accudire, ma è soprattutto il passato, per entrambi, ad impedire l’accesso al desiderio. Il film ce lo lascia solo intuire, attraverso battute, litigi, dettagli: David non si perdona la morte dell’ex moglie, avvenuta in un incidente mentre lui guidava ubriaco e Maya, dal canto suo, cova una rabbia sorda verso lo sradicamento che, da una precedente relazione, l’ha condotta in Quebec, dove vive in un totale isolamento. Isolamento prima di tutto linguistico (dettaglio importante nel film, lei è l’unica a parlare inglese in una regione francofona), relazionale, emotivo: a parte il marito e i bambini, nella sua vita non c’è nessuno. Il linguaggio, ben al di là del dato realistico, è metafora della più profonda incomunicabilità: può parlare solo con David e quest’esclusività, come sempre avviene, li imprigiona. Il fantasma delle relazioni passate ingombra le loro giornate e le loro menti, è motivo di ingiustificate gelosie, di penosi sensi di esclusione e gli unici attimi di piacere, sembrano essere solitari: intravvediamo la masturbazione di Maya, e David sorridere nella conversazione con un collega e nel riparare i suoi attrezzi. Difficile stare insieme, ma ugualmente difficile separarsi: né con te, né senza di te. Una situazione comune a molte coppie: nessuno ha colpe, nessuno odia o trascura l’altro, nessuno tradisce, ma davvero tutto questo rimane impotente rispetto alla forza del dolore. A latere della casa coniugale, un altro dolore, non urlato, il dolore ovattato della casa di riposo. David, quasi fosse inconsciamente identificato col morente, ne nutre la fantasia degli ultimi attimi sussurrando parole affettuose, che l’altro forse non può capire, ma che lo fanno sentire meno solo nel momento del trapasso: che c’è lì qualcuno a trovarlo, che non si sono dimenticati di lui, che può andare in pace. In realtà, solo lui è accanto a quei letti. Trovo queste immagini, benché apparentemente marginali, il dettaglio poetico del film, la sua paradossale scena d’amore.

Nonostante il finale, abbastanza aperto a soggettive interpretazioni, sembri deporre per una qualche possibilità che David e Maya restino insieme nella loro quotidiana battaglia, lo trovo personalmente ugualmente amaro. Se il “sogno” iniziale era la perdita del desiderio, lo stare insieme non sembra regalare una soluzione di vero cambiamento, ma un umano, comprensibile compromesso. Early winter è un film con poca speranza, capace di toccare nodi profondamente veri, conflitti di difficile soluzione, rimorsi, rancori, così come affetti, tenerezze.

Contro il gelo della morte, solo il balsamo di una qualche illusione sembra avere senso, un benevolo starsi accanto, senza pretese.

Non abbiamo, uomini e donne, molta scelta…

Folgorante, nella sua prosaicità, il finale:

–       Lei: Cosa vuoi per colazione? Uova o ciambella?

(un lungo silenzio…)

–       Lui: Uova

3 settembre 2015