El Ciudadano Illustre (The Distinguished Citizen)

El Ciudadano Ilustre (The distinguished citizen)

Regia di Mariano Cohn e Gastón Duprat (Argentina, 2016)

In concorso

Genere drammatico/commedia

Commento di Elisabetta Marchiori

El Ciudadado Illustre – il cittadino onorario – l’unico film argentino in Concorso, è uno dei favoriti dalla critica e dal pubblico, insieme, per ora, a La La Land e Nocturnal Animals; è interpretato da un convincente Oscar Martínez (già apprezzato in “Storie pazzesche” di Damián Szifrón, 2014) in odore di Coppa Volpi, con il ruolo di Daniele Mantovani, uno scrittore vincitore del Premio Nobel della Letteratura  (che rimanda  quello mai assegnato a Louis Borges).

Un film intelligente e divertente, umano e cinico nello stesso tempo, che mette in scena non solo i paradossi socio-politico-culturali dell’Argentina, ma anche quella “spaccatura antropologica” – come la definisce  Francesco Boille (internazionale.it) – che é già un problema politico diffuso nel mondo industrializzato, dagli Stati Uniti fino alla nostra Italia: da una parte, la diffusione e lo sviluppo di una cultura progressista, di apertura e di tolleranza, dall’altra la tendenza regressiva, di chiusura e di paura.

I vertici di lettura di questo film sono tuttavia molteplici, come i sentimenti che muove e le riflessioni  che induce.

Infatti, esso realizza anche il ritratto, che a tratti diventa caricatura, dell'”intellettuale” narcisista e autoreferenziale, che dispensa la sua “cultura” (ma non può nominarla perché se ne riempie la bocca, a suo dire, chi non ne ha) con opinioni-sentenze prive di sensibilità empatica, che si percepiscono come provocatorie. Inoltre, disvela le difficoltà di un uomo che deve fare i conti con le sue origini e il suo passato, ri-immergendosi in una realtà che per anni aveva ri-visto e raccontato da lontano “come se fosse al cinema”. 

Infine, mette in luce le vicissitudini di quell’affetto così difficile da riconoscere, comprendere e affrontare che è l’invidia, titolo di una capitolo della psicoanalisi di dimensioni così vaste che qui mi limito a citare.

“El Ciudadado Ilustre” propone tutto questo, e sicuramente altro, attraverso la storia (o il racconto della storia, rimane il dubbio) del protagonista Daniele Mantovani. Si apre con la cerimonia di consegna del Premio Nobel, che lo onora ma, nello stesso tempo – come afferma nel suo discorso – lo definisce lo scrittore più “comodo” del momento, gli conferisce la “canonizzazione finale come artista” e, in sintesi, dichiara conclusa la sua evoluzione creativa. L’atteggiamento di Daniel è ambivalente: sembra disprezzare il premio e chi glielo conferisce, tanto da dichiarare, di fronte ai Monarchi, che riconosce solo l’autorità della Reginetta di bellezza che gli consegna il premio, ma non sembra disdegnarne le conseguenze in termini di fama e denaro.

Tant’è che lo vedremo in una bella casa, qualche anno dopo, annoiato e cupo, sistemare con la segretaria personale la sua agenda fitta di impegni, rifiutando con presunzione inviti, premi e onorificenze significativi, per accettare invece, con atteggiamento di sfida, la cittadinanza onoraria da parte del suo piccolo paese di origine Salas, abbandonato per l’Europa molti anni prima.

Il film segue lo scrittore nel suo improbabile viaggio per raggiungere la sperduta cittadina e nella sua breve permanenza laggiù, durante la quale ha preso l’impegno di condurre lezioni aperte alla cittadinanza, di presiedere alla giuria di un concorso di pittura, di partecipare a feste e, inevitabilmente, di rincontrare persone già conosciute e incontrarne altre sconosciute. 

Forse pensava che il successo, il denaro e il potere lo sollevassero dalla necessità inevitabile di sistemare i conti lasciati in sospeso, pagare i debiti che hanno nel frattempo hanno accumulato interessi, valutare nuovi e inaspettati investimenti.

Non voglio sciupare la sorpresa e affievolire la curiosità dei futuri spettatori, rivelando i particolari di una sceneggiatura che inanella battute e dialoghi straordinari, con sequenze dal ritmo incalzante, divertenti e dal sapore amaro, mantenendosi in equilibrio perfetto tra commedia e dramma, tra ironia e cinismo, forte dell’idea che la realtà non è altro che “la migliore delle interpretazioni”.