“Il filo nascosto” di Paul Thomas Anderson. Recensione di Maria Antoncecchi

Autore: Maria Antoncecchi

Titolo: Il filo nascosto

Dati sul film: regia di Paul Thomas Anderson, USA, 2017, 130′

Genere: drammatico

Siamo negli anni ’50, a Londra. Reynolds Woodcock è un sarto raffinato e affascinante che gestisce il suo atelier insieme a sua sorella. Severo e intransigente, fa della ricerca della bellezza e del perfezionismo il nucleo centrale della sua esistenza, condotta con metodicità e rigore.

In un ristorante di campagna incontra Alma, una semplice cameriera che diventa sua musa ispiratrice e amante, ma un “filo nascosto” avvolgerà la loro storia d’amore creando un gioco crudele e velenoso.

Il film è ispirato alla vita di Cristobal Balenciaga, stilista basco che, negli anni ’50 a Parigi, divenne famoso per la sua dedizione al lavoro e per la sua precisione maniacale.

Il film è perfettamente cucito e confezionato come un abito di alta moda, unico, speciale eppure capace di trasportarci nella costruzione di una relazione perversa tracciando una continuità tra passato e presente.

Quando Reynolds incontra Alma nella sua casa di campagna, le chiede: “Mi vuoi aiutare?”. Lei, accondiscende, si presta a diventare un oggetto nelle sue mani da plasmare e manipolare e per far questo gli fa dono di “ogni singola parte di sé”. Purtoppo le donne, per Reynolds, sono proprio manichini da vestire, da ammirare, da utilizzare per dare “corpo” alla fantasia infantile di ricreare, ogni giorno, attraverso i suoi abiti, l’oggetto d’amore materno perduto.

Il ruolo dell’immaginazione è centrale nel costruire questo gioco illusorio ed eccitante – teso a mantenere una fantasia onnipotente- cominciato quando, da bambino , ha cucito il suo primo abito, l’abito da sposa di sua madre . Un “filo fantasma” (ricordiamoci che il titolo originale del film è “Phantom Thread”) che lo unisce ad Alma e che gli permette di individuarla come colei che può incarnare il suo sogno: “Mi sembra di averti cercato per moltissimo tempo”, le dice Reynolds dopo averla conosciuta. Lei, per svolgere il ruolo che le è stato assegnato, non deve essere dotata di vita propria. La scena della colazione, nella quale i “rumori” di lei lo infastidiscono, mentre lui disegna i suoi primi abiti della giornata, segnalano come l’esistenza e i bisogni dell’altro siano solo un disturbo da eliminare. Alma, apparentemente docile, ma consapevole del potere di cui è stata investita, si trasformerà progressivamente in soggetto dominante, la cui sfida è rendere l’altro inerme e sottomesso. Una dinamica sadomasochista in cui i ruoli si fondono e si confondono in un’unità vittima-carnefice il cui piacere è dominare l’altro.

La casa di moda è diretta da Reynolds come fosse un tempio dedicato a una dea-madre. La realizzazione dei suoi abiti meravigliosi e perfetti avviene con la stessa cura con cui scandisce la sua vita e il suo lavoro: ritmi sempre uguali nel tentativo di allontanare tutto ciò che è imprevedibile, imperfetto, inquietante.

 

Tutto sembra essere concertato per nascondere e controllare un’esperienza traumatica con un oggetto narcisistico, avvenuta quando il Sè non era distinto e differenziato, trattenendolo in una relazione confusiva.

Quando Alma diventa la donna-madre dei suoi sogni, il “ritorno del rimosso” si svela attraverso il fantasma della madre morta, che compare nella sua camera da letto. È stata lei, prima di Alma, a renderlo impotente ed inerme bloccandolo in una posizione infantile senza via d’uscita. Come la madre gli ha fatto bere un latte avvelenato, così Alma lo riduce in suo potere con un cibo avvelenato.

Avvinghiati in una relazione narcisistica, Reynolds riavvolge insieme a lei un nodo che non si può sciogliere e che li porta verso un abisso da cui non possono tornare indietro.

 

La comparsa della madre morta, vestita da sposa, ci mostra come il tempo psichico sia bloccato lì, e lui sia legato indissolubilmente, con un filo che non riesce a  tagliare, a quell’oggetto arcaico tanto idealizzato quanto persecutorio: ”Never cursed”, “libero dalla maledizione”, scrive nei suoi messaggi nascosti, cuciti all’interno dei vestiti. Dietro l’apparente devozione verso l’oggetto si cela un sentimento di prigionia verso colei che l’ha reso incapace di amare.

“Da bambino ho cominciato a nascondere cose nelle pieghe dei vestiti, solo io ne conoscevo l’esistenza”. È un piccolo spazio segreto, che Reynolds ha sottratto a un oggetto onnipotente che non gli riconosce un’esistenza propria e che deve soddisfare narcisisticamente attraverso gli abiti che confeziona.

Come dice la sorella di Reynolds ad Alma: “Mio fratello tende a sentirsi condannato ,crede che l’amore gli sia precluso”. In effetti, il vincolo con l’oggetto originario lo obbliga a vivere in un universo di surrogati materni impedendo qualsiasi processo maturativo, lasciandolo solo a vivere invischiato in un legame tossico e soffocante.

“C’è un’aria di quiete e morte in questa casa”, dice Alma cogliendo quell’atmosfera immobile, senza tempo, senza storia, che avvolge la loro relazione in un rispecchiamento che rende entrambi “schiavi per sempre”.

 

Bibliografia

De Masi F. (1999 ) La perversione sadomasochista. Torino. Bollati Boringhieri

Freud  S. (1912) Sulla più comune degradazione della vita amorosa. OSF vol. 6

Green A. (1985) La madre morta, in Narcisismo di vita narcisismo di morte. Roma. Edizioni Borla (1990).