“First man-Il primo uomo” di Damien Chazelle. Commento di Angelo Moroni

Autore: Angelo Moroni

Titolo: First man – Il primo uomo

Dati sul film: regia di Damien Chazelle, USA, 2018, 138′

Genere: Drammatico

 

 

Trama

Tratto dalla biografia ufficiale di Neil A. Armstrong scritta di J. R. Hansen (2005), il film narra la storia dell’astronauta che per primo mise piede sulla luna negli anni precedenti la missione dell’Apollo 11. Armstrong entrò alla Nasa nel 1962 e il 20 luglio 1969 coronò con successo, ma anche con grandi sacrifici, uno dei sogni più antichi dell’umanità. Il suo percorso professionale e la sua vita personale furono segnati da molti lutti, primo fra tutti la tragica perdita della sua seconda figlia affetta da un male incurabile.

Il film intreccia i due percorsi, ponendo sempre in primo piano il lato umano, intimo e sofferto di questa vicenda, per cui rimangono impresse indelebili le parole pronunciate da Armstrong mentre pone la sua impronta sulla superficie lunare: “Questo è un piccolo passo per un uomo, un gigantesco balzo per l’umanità”.

 

Andare o non andare a vedere il film?

“First man” è innanzitutto un’esperienza sensoriale travolgente, si esce dalla sala con un senso di vertigine. Le riprese sono, infatti, effettuate utilizzando la tecnica cinematografica della soggettiva, che in questo caso potremmo definire “virata a 360 gradi”, cioè non solo visiva, ma anche sonora e propriocettiva. Vediamo le sequenze sui simulatori di volo e quelle dei voli nello spazio orbitale terrestre attraverso gli occhi di Neil e le viviamo attraverso un bombardamento di suoni ed immagini traballanti, semoventi, prolungate. Tale tecnica ha lo scopo di sottolineare la fragilità tecnologica dell’epoca, il rischio cui sono dovuti andare incontro gli astronauti, spinti al limite della resistenza fisica umana, per raggiungere obiettivi davvero pericolosi per quel periodo.

È come se lo spettatore fosse sempre posto di fronte ad una sorta di primo piano sonoro, non solo visivo, accentuato per di più dalle sequenze claustrofobiche in cui “entriamo” con gli astronauti nell’angusto spazio della navicella.

L’uso magistrale della camera a mano è adoperata per sottolineare i momenti di maggiore tensione emotiva e conflittualità tra Neil, un Ryan Gosling completamente calato e assorto nella sua interpretazione del personaggio, e sua moglie Janet, una Claire Foy i cui sguardi smarriti, angosciati e feroci valgono da soli la visione del film. Essa si alterna a primi piani intensissimi, che sembrano utilizzati per cogliere il più vicino possibile il dolore provato dai protagonisti. Il montaggio intreccia con ritmicità molto ben dosata i momenti che descrivono le missioni spaziali con la vita quotidiana vissuta da Neil con la sua famiglia, i suoi bambini, umanizzando completamente la sua figura, anzi, svestendola da qualsivoglia ruolo eroico. Ottima, toccante la fotografia di Linus Sandgren, leggermente sgranata soprattutto nelle inquadrature che descrivono la vita privata degli Armstrong, come a voler sottolineare l’ineluttabilità del tempo che passa, soprattutto in quanto elaborazione del lutto.

 

La versione di uno psicoanalista

 

“Niente è gratuito” sembra essere il principale messaggio veicolato da Chazelle: il “successo” di un’impresa come quella dell’Apollo 11, così complessa e rischiosa per l’epoca in cui è stata progettata e posta in essere, non si è raggiunta attraverso una strada in discesa. Esso è stato possibile grazie al calvario straziante di molte perdite umane e lutti da elaborare, di un dolore individuale e gruppale necessario. Le conquiste umane non sono affatto una vicenda prometeica e “First man” lo grida forte e chiaro: è infatti un film tutt’altro che celebrativo. Piuttosto, fa riflettere su quanto l’onnipotenza umana sia un’illusione destinata velocemente a sfaldarsi di fronte ad un “reale” comunque più potente di noi, che il regista ci fa cogliere mediante un’immersione sensoriale intensissima. Egli costruisce cioè un ambiente estetico e estatico in cui fa vivere allo spettatore un’orizzonte essenzialmente melanconico, nel quale domina quella particolare declinazione della “posizione depressiva”, che ci ha descritto Melanie Klein in uno dei suoi ultimi e forse più intensi scritti “Sul senso di solitudine” (1959).

 

Riferimenti bibliografici

 

Hansen, J.R. (2005), First Man: The Life of Neil A. Armstrong, New York, Simon & Schuster Inc.

Klein M. (1959), Sul senso di solitudine, tr. it. in “Il nostro mondo adulto”, Martinelli, Firenze 1974.

 

Novembre 2018