Franny

di Andrew Renzi – USA, 2015

commento di Rossella Valdrè

Esiste un rimedio al dolore della memoria? al tormento di un passato che non passa, di una colpa che non si placa?

Questo rimedio, l’eccentrico miliardario Franny, un Richard Gere ad una delle sue prove più intense e mature, lo cerca, invano, nelle droghe, nei farmaci, in tutto quello che può placare il dolore mentale.

Molto atteso, in prima assoluta mondiale, Franny, frutto dell’’incontro tra il giovanissimo regista e sceneggiatore Andrew Renzi, presente dopo la proiezione, qui al suo primo film, con un vecchio leone del cinema americano che presta il suo volto segnato, la sua melanconia di sessantenne in crisi ad un personaggio complesso, sfaccettato, che le poche righe della copertina definiscono Shakespeariano, Franny.Il film (che arriverà in Italia con il titolo Il segreto, per la consueta mala abitudine nostrana a cambiare arbitrariamente i titoli dei film) deve, infatti, il suo merito principale, la sua forza e intensità all’interpretazione di Richard Gere, calato in un ruolo drammatico per lui poco usuale, ma non privo di ironia, speranza e capace di suscitare profonda simpatia, come è stato per me, nello spettatore.

Siamo a Philadelphia. Franny è un eccentrico, solitario miliardario filantropo, benefattore conosciuto per il suo aiuto in particolare ad un ospedale oncologico pediatrico, che da cinque anni vive ritirato nella sua lussuosa villa, alternando le opere beneficia alla penosa dipendenza da morfina da cui non riesce a sottrarsi; unico balsamo, unico clemente sonno al dolore incessante dei suoi ricordi.Cinque anni prima, in auto con il migliore amico e la moglie di lui, coppia a cui era straordinariamente legato, è lui stesso a provocare un incidente, senza volere, giocando ad abbracciare l’amico da dietro il sedile: un momento di gioia si trasforma rapidamente in tragedia. La coppia muore, Fanny solo sopravive.

Sopravvive, appunto, elargendo opere di bene con chiaro intento riparativo, tormentato dal ricordo e dal senso di colpa. E’ come se avesse uccido l’amato amico, in fondo, per tropo affetto, per troppo amore, con quell’abbraccio che diventa mortale.Non sfugge, infatti, sebbene il regista non approfondisca più di tanto, l’aspetto psicologico più interessante del film, l’amicizia intensissima, ai limiti della morbosità, certamente venata e sublimata di omosessualità inconscia, che Franny ha verso la coppia.I tre sembrano essere stati inseparabili, uniti da autentico amore e anche, per Franny, da bisogni più profondi: di non esclusione, di essere utile a qualcuno, di essere a sua volta riamato, forse.

Quando, cinque anni dopo, si ripresenta la giovane figlia dell’amico morto, Mya, ora incinta e in compagnia del marito Bobby, giovane medico all’inizio della carriera, Franny ha di fronte un’altra occasione, un’altra coppia. Non la coppia, ma le coppie potremmo dire sono il terreno in cui, sfiorando il labile confine dell’intrusione perversa, Franny tenta di inserirsi.Emozionato, eccitato all’idea di rivedere Mya dopo anni, converte il suo desiderio di trasferire – un vero e proprio transfert – su questa nuova copia, la sua influenza, e lo fa nell’unico modo che conosce: il denaro. Compra per la nascente famiglia una casa, quella appartenuta ai genitori scomparsi, aiuta la carriera di Bobby facendolo entrare nell’ospedale di cui è benefattore e, sulla prime, pur con qualche sospetto che tutto questo sia troppo, la coppia accetta. Non casuale, credo, la predilezione di Franny per gli ambienti medici, il suo puntare gli occhi sul giovane oncologo: tu salvi vite, gli dice, nel medico il vecchio miliardario ferito vede il massimo delle possibilità di riparare (non solo in concreto, ma in termini profondi) al male della morte, alla caducità ingiusta della vita.

Ma l’intesa dura pochissimo.Franny rivela presto tutta la sua fragilità, tutta la sua disperazione chiedendo a Bobby nuove prescrizioni di farmaci, ora che il suo medico storico non può più prescrivergliene, e di fronte al rifiuto di Bobby cerca di sedurlo (letteralmente, attirarlo a sé) attraverso lusso, droghe, eccessi, un terreno dal quale Bobby, però, dopo un iniziale momento in cui si lascia andare (altro spunto interessante che viene lasciato cadere, il bisogno inconscio del giovane di avere un padre), rapidamente si allontana, rifiutando ogni aiuto da parte di parte di Franny e ogni tentativo di manipolazione attraverso il fornire sempre nuovi regali.

E’ la rottura, tra Franny, sempre più disperato, privo di droghe e abbandonato, e la giovane coppia, decisa a non avere intromissioni nella propria vita. Solo Mya, che lo ricorda come l’amico del cuore di genitori, è più comprensiva: “what happened?” gli urla, cosa è successo quel giorno, come sono finiti i genitori con la loro macchina nel fiume…

 

Il segreto, ma direi soprattutto il dolore, che Franny custodiva in sé e di cui la ragazza era stata tenuta al di fuori, credo vada ben al di là della dinamica dell’incidente; il regista non sembra osare spingersi oltre, ma ad uno sguardo psicoanalitico direi che Il segreto è irrivelabile, è il nodo psichico profondo della personalità di Franny: l’amore per l’amico trasformato in amicizia, nella più calda intensa delle amicizie. Non è forse anche l’amicizia, ci ricorda Freud sin dal suo più bel testo (indiretto) sull’amicizia che è il carteggio con Fliess, non è forse anche l’amicizia uno dei possibili destini della pulsione, che impossibilitata al suo oggetto ne trova una forma sostituiva, socialmente accettata e valorizzata? E’ l’amore di Franny per il padre di Mya, il segreto…. Le amicizie possono essere, in certe fasi della vita come l’adolescenza, in certe persone ma in misura variabile anche in ognuno di noi, veri e propri amori…

                                               “non posso fare a meno di un altro e l’unico altro sei tu”

                                                                                                                     (Freud, Lettere a Fliess)

Dei molti spunti psicoanalitici – la formazione reattiva del dare compulsivo, l’omosessualità inconscia, l’esclusione edipica, l’ambivalenza presente anche in Bobby e poi soppressa… – il giovane regista ce li lascia intendere tutti, orchestrando abilmente la storia, senza che nessuno di questi prenda soppravvento, affidando al volto di Gere, l’archetipo shakespeariano dell’uomo prigioniero della memoria, ingabbiato nella colpa e nel ricordo, destinato a ripetere.

Il gioco del ritorno dell’identico, però, con la nascita del bambino di Mya, sembra spezzarsi: con un finale un po’ ‘facile’, a mio avviso, è come se l’arrivo di questa vita nuova ripianasse i conti con le morti avvenute. E Franny riesce, in una rinnovata cura di sé, ad abbandonare la sua coazione all’aiuto e il suo bisogno di inserirsi nella vita delle coppie (antico bambino escluso, questo povero ricco), evocando l’idea di un futuro che lo vede, le valigie alla porta, seguire finalmente un proprio destino personale.

Disponibile all’incontro col folto pubblico dopo la proiezione, come è simpatica tradizione del TFF, si è colta l’emozione del giovane regista di New York per un’opera in cui ha certamente creduto, un soggetto forte che ha trovato, nella collaborazione con Richard Gere, la giusta caratterizzazione a un personaggio coinvolgente, assoluto protagonista (come giustamente recita il titolo originale). E’ umano, Franny. Disordinato, impulsivo, pasticcione, bisognoso d’amore, con l’ingenua credenza che il denaro compri tutto, un clochard vestito di seta isolato nella sua villa tra il silenzio assordante dei ricordi e rimedi, quelli umani e farmacologici, capaci di fornire solo un temporaneo oblio.Poiché no, non sembra esservi altra soluzione possibile, al dolore della memoria e all’angoscia del segreto che portiamo in noi, se non passare attraverso un’altra esperienza – la nuova coppia – con la speranza che il copione non si ripeta….

                           “Ma tu chi sei che avanzando nel buio della notte inciampi nei miei più segreti pensieri?”

                                                                                                                 (W. Shakespeare)