Freud. Commento di A. Cordioli

Autore: Anna Cordioli

Titolo: Freud

Dati sulla serie: creatori: Ken, Hessler, Brunner; Austria; 2020; Netflix.

Genere: Thriller/Fantasy

 

 

 

 

Questa serie, uscita il 23 marzo, ha come personaggio principale il giovane Sigmund Freud, appena tornato dalla Salpêtrière. Leggendo i titoli degli episodi (“Isteria”, “Trauma”, “Sonnambulismo”, “Totem e Tabù”, “Desiderio”, “Regressione”, “Catarsi” e “Rimozione”) c’è davvero da ingolosirsi. Purtroppo però, a dispetto di tutta una serie di riferimenti reali, il telefilm non è un biopic: il personaggio di Freud viene infatti caricaturato e trasformato in un ottocentesco Dylan Dog (il noto investigatore dell’incubo) occupato a risolvere omicidi e atrocità. Il personaggio si ispira al “vero” Freud per la passione a scavare nel profondo, la  compassione per gli alienati e non mancano riferimenti alla sua fase giovanile, come la cocaina e l’interesse per l’ipnosi. Ma il personaggio della serie non riesce mai davvero ad assomigliare a Freud, creando una sorta di alterità, sospesa tra la copia e la rilettura.

L’ambientazione stessa, che dovrebbe essere la Vienna misterica di fine ‘800, si ispira un po’ troppo all’oscura Londra di “Jack the riper” e finisce per perdere il proprio milieu asburgico. Il problema è che tutti gli ancoraggi storici, come i personaggi di Schnitzler e Breuer o anche i discorsi sulla psicoanalisi, sono usati per dare coerenza al personaggio principale, ma risultano bidimensionali perché sono usati solo in maniera strumentale e non hanno uno sviluppo proprio.

Freud è, infine, interpretato da un bel giovane che non mancheremo di vedere addirittura nudo, facendoci prematuramente rinunciare al fantasie o a qualsivoglia transfert e chiamandoci ad impattare sulla sua umanità, senza poi poterci pensare.

In sintesi: la serie è troppo di tutto e troppo poco di tutto.

A dispetto di queste ingenuità, questa produzione austriaca è comunque godibile e ambiziosa. È divertente vedere come Freud venga acquisito come patrimonio mitologico nazionale e trasformato in un supereroe noir autoctono e tentativo è di non fargli aver nulla da invidiare agli investigatori di tradizione anglosassone.

Purtroppo i creatori devono essersi un po’ troppo confrontati con le serie inglesi e americane, così la sceneggiatura e lo sviluppo dei personaggi non risultano particolarmente originali.

In questi anni abbiamo già visto altre serie che hanno primeggiato in questo genere (segnaliamo soprattutto il sublime “Penny Dreadfull”, “The Alienist” o “The Frankenstein Chronicles”) ed è un vero peccato che al rivoluzionario Padre della Psicoanalisi sia stato riservato un lavoro che può solo mettersi in coda. In particolar modo, per chi avesse visto “Penny Dreadfull”, risulta fastidiosa la somiglianza tra il personaggio di Fleur Salomé con quello di Miss Ives, ma senza la stessa complessità psicologica né la stessa profondità dei dialoghi.

Detto ciò, se lo spettatore abbandona subito la speranza di ritrovarci il “vero” Freud, potrà comunque godere del telefilm e restare ingaggiato fino alla fine. Le tematiche centrali della serie sono l’ipnosi, il mistero, la crudeltà, la vendetta e l’ossessione; tutte fonti potenzialmente infinite di esplorazione.

La serie si conclude con la frase “avanti il prossimo”, come a farci immaginare l’arrivo di un ulteriore paziente. In effetti c’è da augurarsi una seconda stagione, che affini sceneggiatura e pensieri, sviluppi maggiormente i personaggi e i temi esplorati.

In fondo, la psicoanalisi ce lo insegna, vale la pena puntare sull’evoluzione profonda affinché emerga qualcosa di originale.

 

Marzo 2020