Ghost in the shell

Recensione di Angelo Moroni

Titolo: Ghost in the shell

Dati sul film: Regia di Rupert Sanders, USA, UK, India, China, Canada, New Zealand, 2017, 120’.

Trailer:

Genere: Fantascienza.

Trama

In una caotica metropoli, in un futuro indefinito, nasce, in laboratorio, il maggiore Motoko Kusanagi (Scarlett Johansson): ha il cervello di un essere umano, salvato da un terribile attacco terroristico avvenuto durante una traumatica migrazione forzata verso la città, e il corpo di un robot. È istruita ad essere un soldato inattaccabile e perfetto a sconfiggere criminali e terroristi. Mentre si prepara ad affrontare un nuovo e pericoloso nemico, Kusanagi scopre che la sua creatrice, la dottoressa Ouelet (Juliette Binoche) le ha mentito: non è stata salvata, ma rapita alla sua famiglia per essere usata come cavia per esperimenti cibernetici. Kusanagi non si fermerà davanti a niente per ritrovare il suo passato, scoprire chi glielo ha sottratto e vendicarsi.

Il film è tratto da un fumetto manga di fama internazionale dal titolo omonimo, del disegnatore giapponese Shirow Masamune.

Andare o non andare a vedere il film

Tratto dall’opera “anime” “Ghost in the shell” ha una sua prima versione come film d’animazione di Mamoru Oshii nel 1995, in collaborazione con il collettivo di disegnatori Studio Shochiku nel 1995, per diventare un film tradizionale nel 2008 (“Ghost in the shell 2.0”), ad opera dello stesso Oshii.

Quest’ultima versione si porta dietro una lunga storia che ha contribuito alla tessitura dell’immaginario di diverse generazioni di adolescenti. Non è strano che uno script di questo tipo abbia avuto tanto successo tra giovani e meno giovani: parla infatti di origini negate, derubate, di perdita, di sradicamento da una madre patria lontana e irraggiungibile, e della lotta per ritrovarne le tracce a costo della propria vita.

La regia di Rupert Sanders è molto rispettosa delle versioni precedenti, ma introduce anche spunti innovativi, facendo diventare, a tratti, questo film una sorta di grande western fantascientifico, attraversato da tonalità dolenti e da dialoghi che stimolano il pensiero.

La fotografia di Jess Hall molto ben curata, in alcune sequenze ci riporta alla memoria le atmosfere post apocalittiche di “Balde Runner” (Ridley Scott, 1982).

La versione di uno psicoanalista

Il ritrovamento della propria identità storica e dei propri oggetti interni buoni perduti, attraverso un difficile e doloroso percorso, è il cuore narrativo di questo film, che spinge a riflettere sul ruolo della memoria nella costruzione dell’identità, all’interno del continuo processo di soggettivazione dell’individuo. “Ci aggrappiamo ai ricordi come se ci definissero, ma in realtà siamo ciò che facciamo”, dirà il fraterno tenente Batou a Kusanagi, ma lei, pur essendo un robot, non crederà a questo messaggio di rassegnazione.

La giovane soldatessa combatterà invece fino in fondo questa falsa verità che ha lo scopo di denegare ciò che di più umano è dell’uomo. Il tema dello sradicamento identitario a seguito di catastrofi sociali annichilenti, come le migrazioni, è molto attuale e impegna anche lo psicoanalista di oggi sui molti fronti del suo lavoro quotidiano.

Aprile 2017