“Il gioco delle coppie” di Olivier Assayas. Commento di Paola Ferri

Autore: Paola Ferri

Titolo: Il gioco delle coppie (Doubles Vies)

Dati sul film: regia di Olivier Assayas, Francia, 2018, 107’

Genere: commedia

L’ultimo film del regista e sceneggiatore francese è stato presentato alla 75esima edizione della Mostra di Arte Cinematografica di Venezia e, con il suo cast straordinario, ha riscosso un notevole successo di critica e di pubblico.

L’ambientazione ha un impianto teatrale, infatti è girato per lo più in interni e in scena ci sono quattro personaggi principali: Selena (Juliette Binoche) è una attrice teatrale, che recita però nelle fiction, Alain (Guillame Canet) è suo marito editore, Leonard (Vincent Macaigne) è un romanziere rubacuori amico della coppia, Valerie (Nora Hamzawi) è sua moglie, assistente di un politico. Intorno a loro si muovono altre figure secondarie, “in cerca d’autore” e di definizione identitaria. La trama si snoda attraverso le conversazioni  incessanti tra i personaggi, tenute con un tono tra il greve e il faceto, in ambiente medio-alto borghese intellettuale parigino, con uno stile simile a quello del miglior Woody Allen,ma  con un’impronta marcatamente europea.

Come spesso capita nel cinema francese e inglese contemporaneo, i personaggi si amano e si tradiscono, litigano e rimangono legati da un interesse forte, da una esperienza di vita e da affetti molto intensi che, alla fine, nonostante cattiverie e incomprensioni, riconfermano la relazione.

Il tema dominante del film è la contrapposizione tra finzione o realtà, antica quanto il mondo, che oggi  è diventata la contrapposizione tra virtualità e realtà.

Noi siano quello che produciamo e facciamo, o siamo altro? Se scriviamo un romanzo o qualsiasi altra cosa, è di noi che parliamo o di qualcun altro? O entrambe le cose come, credo, si potrebbe rispondere in un’ottica psicoanalitica?

La scrittura è destinata a morire, con l’evoluzione delle nuove forme di comunicazione tecnologica, si chiedono i protagonisti, o in effetti mai si è scritto così tanto, anche se attraverso WhatsApp, Twitter, Facebook e gli altri “social”? La rivoluzione digitale ha ucciso la letteratura nella sua forma cartacea per lasciar posto agli e-book?

Ci sono stati e sono in corso enormi cambiamenti, ma tutto ritorna, se pure in forme differenti. Fino a che esisterà la necessità di comunicare con i nostri simili, di avere a che fare con l’Altro (e qui sentiamo l’impronta di Lacan sulla cultura francese), i prodotti della scrittura, in particolare il romanzo, non moriranno; non morirà la narrazione, anche quella teatrale, che non è stata soppiantata dal cinema, così come il cinema non sarà rimpiazzato dalla serialità televisiva o dalle varie piattaforme in streaming.

Lo stesso potremmo dire della Psicoanalisi: finché due persone sentiranno il bisogno di parlare tra loro, di condividere e confrontare il peso dell’esistenza, finché qualcuno avrà bisogno di aiuto di fronte alla difficoltà della vita, la psicoanalisi non morirà, ma evolverà con i cambiamenti in atto nel mondo.

Emerge, nei dialoghi tra i protagonisti, il tema dell’Altro e del Doppio, tanto caro alla nostra disciplina: Io sono Io ma anche l’Altro, per identificazione o imitazione, e il mio gemello immaginario rappresenta una sorta di Alter Ego, un’ombra che mi accompagna come un secondo me stesso, pronto a prendere il mio posto qualora la vita psichica lo richieda, e a consolarmi e trarmi d’impaccio fino a che sarà necessario.

I protagonisti del film son contemporanei e conservatori insieme, come a dire che è giusto rivoluzionare credenze e valori, ma i bisogni primari dell’uomo rimangono e le cose che contano ritornano nella nostra vita. Sempre avremo bisogno di una famiglia, di fare dei figli e di essere innamorati o legati a qualcuno, e di parlargli delle nostre gioie e dolori.

Viene citato Tommaso di Lampedusa, nella celebre battuta di Tancredi nel Gattopardo: “Bisogna che qualcosa cambi, perché tutto rimanga come prima”.

Il film ricorda anche le opere di Bergman, in particolare “Scene da un matrimonio” (1974), e quelle di Romher, nel suo susseguirsi apparentemente lieve di personaggi e situazioni.

Farei anche un riferimento ad alcune tematiche tipiche della narrativa contemporanea , presenti per esempio nel libro di McEwan “Il mio romanzo viola profumato” (2018), che individua nel tema dell’Io-Altro dei due amici scrittori un elemento identitario fondamentale per entrambi, o il Tabucchi di “Notturno indiano” (1984), dove il protagonista va alla ricerca in India dell’amico scomparso, che alla fine è lui stesso.

Mi riferirei quindi al tema psicoanalitico che ha a che fare con la ricerca di sé attraverso l’altro e, in questa duplicità, in questo spazio di reciprocità tra Sé e altro da Sè, trova il dispiegamento della sua possibilità creativa.

Chiudo con una citazione tratta dal film dove uno dei protagonisti dice “potremmo far interpretare il personaggio di questo libro alla Binoche”, con lei presente che risponde “beh, potrei chiederglielo io che la conosco abbastanza bene.”

A questo proposito riporto un interrogativo semplice e immenso di una mia piccola paziente di sette anni che, vedendomi per la seconda volta in consultazione, mi chiese: “Ma sei proprio tu?”, forse non riconoscendomi o forse già conoscendomi, inconsapevolmente, molto bene.

Riferimenti bibliografici e filmografici

Bergman, I., Scene da un matrimonio (Scener ur ett äktenskap), Svezia, 1974.

Tabucchi, A. (1984), Notturno indiano, Sellerio, Palermo, 1987.

McEwan, I. (2018), Il mio romanzo viola profumato, Einaudi, Torino, 2018)

Dicembre 2018