“Green Book” di Peter Farrelly. Commento di Elisabetta Marchiori

Autore: Elisabetta Marchiori

Titolo: Green Book

Dati sul film: regia di Peter Farrelly, USA, 2018, 130’

Genere: commedia

 

 

Trama

Il “Green Book” cui si riferisce il titolo del film vincitore del Premio Oscar 2019 è una guida dei luoghi riservati alle persone di colore dettata dalla segregazione razziale negli anni ‘60 negli Stati del Sud degli USA. È costretto a consultarla Tony Vallelonga detto Lip (Viggo Mortensen), un rozzo bianco italo-americano nel cui ambiente i neri sono considerati alla stregua di animali, assunto come autista e guardia del corpo di Don Shirley (Mahershala Ali). Quest’ultimo è uno straordinario musicista, ovviamente nero, elegante, raffinato e gay, che, pur osannato dalla New York che conta, decide di avventurarsi in una pericolosa tournée proprio lì, nel profondo Sud. Lo spingono motivazioni complesse, che emergono nel corso del viaggio grazie alla relazione di amicizia che si sviluppa tra i due uomini.

 

Andare o non andare a vedere il film

Forse la statuetta per il Miglior film non se l’aspettava nemmeno il regista – conosciuto per commedie demenziali come “Scemo più scemo” e “Tutti pazzi per Mary”-, e forse se l’aspettava – e meritava – Viggo Mortensen come miglior attore. Tuttavia, vista la rosa dei candidati, a questo film “on the road” che di una “storia vera” fa una favola per famiglie piena di speranze e buoni sentimenti, va riconosciuto un ritmo ben sostenuto e sostenibile da tutti,  scandito da scambi di battute banali ma efficaci e tappe musicali coinvolgenti. Un film dall’impianto registico tradizionale, che scorre leggero, non annoia e non disturba nessuno. La sceneggiatura è stata scritta dal regista insieme al “vero” figlio di Tony Vallelonga e Viggo Mortesten, che per ingrassare come da copione appare, non ha faticato, ma ha vissuto e mangiato in casa Valleloga per mesi, come lui stesso ha dichiarato. Lì ha anche familiarizzato con l’italiano, creando un linguaggio tutto suo che questa tradizione di doppiaggio italiana fa perdere. Ed è un vero peccato.

 

La versione di uno psicoanalista

Uscito nelle sale contemporaneamente a “The mule” (commento di Angelo Moroni: https://www.spiweb.it/cinema/corriere-clint-eastwood-commento-angelo-moroni/), dove il protagonista bianco, normalmente razzista, può girare indisturbato senza destare sospetti facendo il corriere della droga, in “Green Book” si può apprezzare come un bianco, normalmente razzista, ne desti moltissimi se porta in giro in auto un nero, benché innocuo.

I due film sono ambientati in epoche diverse, ma il razzismo evidentemente rimane la normalità, e non solo in America. E questo è un fatto sul cui senso la psicoanalisi non dovrebbe smettere di occuparsi.  La magia – o la favola di cui si diceva – sta nel come sia possibile che Tony, che nella prima scena butta nella spazzatura i bicchieri di vetro in cui hanno bevuto due operai di colore chiamati dalla moglie per qualche lavoro di casa, sia in pochissimo tempo ammaliato dalla bravura e dalla cultura del Don e si trasformi nel suo difensore e unico amico. Le risposte possono essere molteplici, la più ovvia potrebbe trovarsi nel dramma identitario di Don Shirley: “non essere abbastanza bianco per vivere tra i bianchi, nè abbastanza nero per essere riconosciuto dalla sua comunità”. Infatti ha studiato da bianco, vive come un bianco, è ricco ed è amico dei Kennedy. Tony che, in quanto italiano, è insultato come  “mezzo nero”, ne sa in effetti più del Don di cultura e musica “nera”, e come se ne compiace. Mentre il Don gli detta le lettere d’amore per la moglie, Tony gli parla di jazz e gli fa assaggiare il pollo fritto: che bello scambio! È una questione di “pelle”, ma non nera o bianca, quanto – metaforicamente – di affinità e differenze, personali, culturali e sociali, che si possono cogliere quando si ha l’opportunità di conoscere qualcuno, di parlarci, di starci insieme. Allora non essere razzista è facile. Ma sei tu che stai in quel lurido albergo pieno di poveracci ubriachi e neri, allora diventa difficile, ed è allora che bisognerebbe soffermarsi, avvicinarsi, pensare insieme: “bisogna avere coraggio per cambiare il cuore delle persone”.

 

Marzo 2019