“Guest of Honour” di A. Egoyan. Commento di M. De Mari

Autore: Massimo De Mari

Titolo: Guest of Honour

Dati sul film: Regia Atom Egoyan, Canada, 2019, 105’ SEZIONE IN CONCORSO

Genere: drammatico

 

L’incipit è intrigante, Veronica, una giovane donna dall’aria piuttosto inquieta e misteriosa, chiede ad un prete di organizzare il funerale del padre Jim, nella sua chiesa.

Il prete non conosce l’uomo, che non ha mai frequentato la sua chiesa e che forse non è stato neanche tanto credente e, con molta discrezione, chiede alla figlia di raccontargli la storia del padre in modo da poter dire qualcosa di lui durante l’orazione funebre.

La situazione sembra rievocare quella del rapporto di una paziente che, attraverso il filtro di un ascoltatore neutro, come un’analista, può narrare a sè stessa una storia che forse aveva, fino a quel momento, nascosto anche a sè stessa.

E infatti il racconto è pieno di eventi traumatici, colpi di scena e dinamiche ricche di risvolti simbolici che si dipanano attraverso flash-back e descrivono un rapporto edipico non risolto di Veronica con una figura paterna debole, ambivalente, impegnato in un lavoro (controllore della qualità nei piccoli locali pubblici con ristorazione) che gli dà modo di esercitare un piccolo potere fatto di relazioni fugaci con i piccoli esercenti, con cui si ferma a bere un bicchiere di vino o per assaggiare un piatto ma che cerca poi in tutti i modi di incastrare, a volte creando lui stesso delle situazioni irregolari che poi sanziona con un certo gusto sadico.

Jim attraversa i locali fumosi e affollati così come attraversa la vita, quasi indifferente a quello che lo circonda, restando poi, a fine giornata, inevitabilmente da solo, come a scontare volontariamente una pena per una sofferenza non risolta.

Il dialogo tra i due protagonisti è teso, conflittuale, anche alla luce di un altro evento traumatico per Veronica, la sensazione cioè che il padre, mentre la madre lottava contro il cancro, abbia avuto una tresca amorosa con la sua insegnante di pianoforte.

Sono storie di un dolore senza soluzione, che collegano padre e figlia in una dinamica perversa.

Jim non riesce a superare la morte della moglie, Veronica non si perdona di essersi in qualche modo “vendicata” del padre, “seducendo” il figlio minorenne della sua insegnante, poi morto suicida.

In seguito Veronica mette in atto un’altra seduzione, questa volta su un allievo, uno scherzo mal interpretato per cui viene condannata ad una pena detentiva che non vuole evitare, pur potendo opporre molte attenuanti.

Tutti i protagonisti finiscono dunque per subire la propria esistenza, schiacciati dai rispettivi sensi di colpa che portano Veronica ad autocondannarsi ad una non vita e al carcere e Jim, come sembra di capire da un finale per la verità piuttosto confuso, al suicidio.

Invitato come ospite d’onore ad una festa in un locale, gestito da immigrati armeni (aspetto che potrebbe forse simboleggiare un altro trauma trans-generazionale mai risolto del popolo armeno) per ringraziarlo di avere certificato che tutto è in regola, si ubriaca e confessa pubblicamente al microfono, ad un pubblico imbarazzato, tutte le sue angosce, per poi allontanarsi e “scomparire” in una dissolvenza con cui il film, un po’ inaspettatamente, si chiude.

Atom Egoyan, regista di origine armena, naturalizzato canadese, autore di alcuni film molto premiati come “Il dolce domani” o “Exotica”, conferma la sua cifra stilistica in cui ricorrono i temi del dolore, dello smarrimento e della perdita.

Il bravissimo protagonista David Thewils (Jim) è però circondato da attori non proprio indimenticabili tra cui, in una piccola parte, Rossif Sutherland, ennesimo discendente del grande Donald.

Un film forse non del tutto definito e riuscito ma, visto in un’ottica psicoanalitica, piuttosto interessante.

 

Settembre 2019