Habemus Papam – recensione A. D’Arezzo

Nanni Moretti, 2011, I-F, 104 min.

commento di Adriana D’Arezzo

 

ConHabemusPapam Nanni Moretti prosegue la ricerca sulla natura umana, guarda a quanto elèva e fa crescere e alla sofferenza della mente che incontra limiti. Una indagine che lo spinge, ancora una volta, 25 anni dopo “La messa è finita”, agli uomini di fede,alla vita che si svolge in un mondo a parte, al dolore della solitudine, lo fa da laico rispettoso.
Scegliere di parlare dell’angosciadel successo attraverso un evento così straordinario come l’elezione del papa mi è sembrata, già in sé, una scelta originale e coraggiosa. Il modo in cui Moretti lo ha fatto mi è piaciuto molto, lo dichiaro subito, trovando distanza giusta e garbo, senza “pontificare”. Nonostante il limite, che a tratti diventa anche un pregio, di dipingere uno psicoanalista ingenuo, che deve arrivare al cospetto del Santo Padre per rendersi conto che, date le condizioni, non può nulla. Uno psicoanalista incline all’autocelebrazione e pieno di sé.
Un grandissimo Michel Piccoli è il Cardinale Melville eletto dal Conclave papa. La crisi nasce in seguito alla sua elezione, segnata da uno sgomento improvviso, senza nome, che porta ad interrogarsi su cosa muove le nostre più profonde aspirazioni. Il papa appena eletto deve affacciarsi al balcone, presentarsi al mondo con una nuova veste, una nuova identità desiderata e orainsostenibile. La crisi esplode in modo evidente col non poter dire, di fronte allaimpossibilità di assumere su di sé il ruolo guida per antonomasia: essere il capo della Chiesa Cattolica.
Nasce allora, un doppio piano da un canto l’uomo-papa fuggeora nel mondo, alla ricerca di se stesso, si sarebbe detto anni fa, cerca di orientarsi ricontattando il suo passato e sperimentandosi nell’ oggi . Dall’altro lo “psicoanalista Moretti”privato della sua vita di sempre deve riscoprirsi e stabilire nuove relazioni, riparte dal gioco. Lo spazio giocoorganizza il vuoto che si è creato. Introduce “il tempo” attraverso un buffotorneo di pallavolo, dialoga con la “famiglia” istituzione di appartenenza (come se si trattasse di un paziente adolescente, prova inconsapevolmente ad allentare la tensione? a smarcare il paziente da una pressione insostenibile?)
Il tema non è nuovo, Freud stesso lo affronta in un breve scritto del 1916 in cui si interroga su coloro che soccombono al successo, analizza i personaggi di Lady Macbeth e di Rebecca a testimonianza di come anche grandi poeti si siano cimentati con questo tema, senza giungere ad una spiegazione definitiva. ” Il lavoro psicoanalitico ci dimostra senza difficoltà che in questi casi sono determinate forze della coscienza morale che impediscono alla persona di trarre il vantaggio da lungo tempo sperato dal fortunato cambiamento verificatosi nella realtà. E’ però un compito assai difficile reperire essenza e origine di queste tendenze giudicanti e punitive, che spesso ci sorprendono con la loro presenza proprio laddove non ci aspetteremmo di trovarle.”(Freud op. compl. vol.8 )
Al contrario di quanto Moretti implicitamente sostiene, la psicoanalisi dopo Freud ha continuato ad interrogarsi su questi temi con il contributo di moltissimi autori di tutto il mondo e non solo con la concettualizzazione del ” deficit di accudimento”. Non è questa la sede per affrontare un tema di tale portata, ildibattito in corso nella psicoanalisi italiana verte anche sulle strutture adattive patogene, sulla sottile linea di confine tra adattamento, alleanza, consenso costruttivo e ricerca della soggettività. La psicoanalisi si interroga su cosa e come promuove sviluppo e crescita e quindi anche sull’azione terapeutica.Insomma, la riflessione è molto orientatasulle difficoltà che derivano dall’impossibilità del bambino di distinguere se stesso dalle aspettative dei genitori, sulla trasmissione psichica da parte della madre delle proprie aspettative inconsce.
Ma come psicoanalista il film non mi ha offeso, mi ha divertito e fatto riflettere sulla necessità di proseguire nel cammino intrapreso di “non arroccamento”, di dialogo con altre scienze e con altri statuti.
Un uomo anziano èprivato all’improvviso dello schermo difensivo fino ad allora efficace, ciò determina una sovraesposizione insopportabile, come se il soggetto non potesse più riconoscersi, sentirsi nudo di fronte al mondo, senza storia, senza ricordi. “Mi guardo dentro e non trovo niente!” dice in preda allo sgomento l’uomo che non sa diventare papa.Ma una crisi, come sempre accade, parla dei singoli ed anchedelle istituzioni di appartenenza, interroga la relazione con i diversi gruppi da cui proviene.
Moretti, ancora una volta, sceglie uno psicoanalista, gli affida il difficile compito dell’indagine, della comprensione e chissà della cura. Ben presto però risulta evidente l’impossibilità di quel compito, lì in quel contesto, con il mondo intero che guarda e che attende, privato del suo armamentario lo psicoanalista sembra impotente.Allontanato delle relazioni abituali vive una realtà speculare a quella del suo potenziale paziente e si trova immerso in un mondo nuovo. In assenza di un piano di cooperazione e soprattutto di un setting adeguato, non puòprocedere e le armi , costituite dai modelli interpretativi, appaiono inutilizzabili, quel paziente non può essere avvicinato. Ed è così che allo psicoanalista viene in mente una collega,sua ex-moglie,una brava Margherita Buy , con “la fissa del deficit di accudimento” come a suggerire che nell’angoscia non può che rivolgersi alla coppia, una coppia moderna,fragile e disunita, portatrice di incertezza e tormenti ma capace di generare e punto di riferimento. Una coppia che non si è rifugiata nella rigidità di percorsi prefissati. E, naturalmente, la sua mente associa alla crisi attuale,di cui è spettatore impotente, un trauma antico, una mancanza lontana che ora si palesa in modo inatteso e cerca soluzione.
L’uomo- papaneo eletto, smarrito nella stanza della consultazione analitica, nel raccontarsi, si ritrova pieno di “buchi”, non ha nome, né parole per descrivere la sua storia, da dove viene? Qual è il suo lavoro? Quale il contesto affettivo di riferimento? Si trova a dover mentire per supplire a un vuoto identitario, ritrovail teatro come spazio intermedio di esperienza che aveva rappresentato , in passato, un possibile percorso di crescita. Si recita Cechov, nel teatro in cui viene a trovarsi, lui ricorda i testi studiati. Cechov si astiene dal giudicare, ai suoi personaggi fa dire spesso “non capisco” ea chi lo accusava di non prendere partito rispondeva: ” Non è compito dello psicologo capire quel che non si capisce. Soltanto i ciarlatani e gli imbecilli sanno e capiscono tutto” e a suo sostegno invocava Socrate e Voltaire.
Molto poco ci viene detto sulle origini di tali aspirazioni e turbamenti. Moretti ci lascia soli a fare ipotesi e congetture. E’ reso esplicito solo il dolore, qualcosa di sconosciuto alberga in quell’uomo e quel qualcosa non può tacere, attiene alla possibilità di continuare ad esserci, attiene all’identità. Sullo sfondo solo una sorella che ha potuto fare l’attrice,come desiderava, “era brava”. Attraverso la possibilità disperimentare nuove relazioni, di abbandonare “la realtà separata” che lo aveva fin qui sorretto,come a riprendere strade lasciate in passato che prende forma una nuova possibilità di dare nuova forma all’esperienza del pensare.
Come aveva fatto con ” La messa è finita” torna sul temadella vocazione, dell’aspirazione ad elevarsi dal mondo degli umani per protendersi verso l’alto, della distanza che separa la vita sacerdotale dalla realtà, fino, talvolta, a creare un solco insormontabile. Guarda con curiosità e forse anche con ammirazione alla sublimazione che supporta scelte così radicali.Sceglie però un linguaggio cecoviano per dirlo, non grida arrabbiato, come in altri film, la sua posizione, si interroga mentre guarda. E guarda alle appartenenze, al prezzopagato in termini di individualità, al dolore e alla confusione che comportano gli atti separativi, al rischio di perdersi, alla paura di morire.
“Molta gente è nervosa, molti soffrono, ma dove mai si è vista per la strada, o in casa, della gente che corre avanti e indietro nervosamente e si tiene la testa tra le mani? Bisogna rendere il dolore come si esprime nella vita, cioè non con le gambe e le braccia, ma col tono, con gli sguardi, con grazia. Bisogna rendere con finezza i moti dell’anima propri delle persone colte. Non parlatemi delle esigenze sceniche. Nessuna esigenza giustifica la menzogna.” (A. Cechov)
Nel finale poetico, emozionante, Melville può finalmente affrontare il suo discorso con onestà, mostrarela sua fragilità che è anche la sua bellezza. Uscire dal Conclave con una nuova strada che non coincide con quella tracciata e da tutti attesa, la sua.

3 maggio 2011

Note:
Le citazioni di A. Cechov sono tratte dalla bella introduzione di G.Guerrierial ll Teatro di A. Cechov, Oscar Mondadori