Habemus Papam – recensione A. Falci

 

Nanni Moretti, 2011, I-F, 104 min.

Habemus taedium

Commento di A. Falci

Un consiglio veloce agli spettatori. Inutile affollarsi per la curiosità di
vedere come Moretti renda i due psicoanalisti. Impersonificati da lui stesso e
dalla Buy. Vi procurereste il solito carico di delusione, irritazione e
malumore. Non tanto per quel mix di ironia grottesca e di sarcasmo (Sogni d’
oro
) che (ci) va benissimo. Quanto per la inaccuratezza e la
convenzionalità del ritratto. Qui con risultati decisamente peggiori che ne La
stanza del figlio
. Tutto quello che riguarda qui la psicoanalisi è da
glissare. Tranne la fondamentale battuta pronunciata dal cardinale Gregori
verso lo psicoanalista. “Non confondiamo la nostra concezione di anima
con il vostro concetto di inconscio…
“.
Va bene, diremmo, ce lo aspettavamo. Ma da ora in poi vediamo come Moretti se
la cava con questa bella gatta da pelare. Macché, nulla…! Direi che partendo
da un’ idea davvero originale e che valeva oro, i tre sceneggiatori (Moretti,
Piccolo, Pontremoli) si siano persi per strada. Le sequenze introduttive – il
Conclave, i cardinali colti argutamente nella loro dimensione di bambinetti che
tentano di copiarsi l’un l’altro, e che pregano di non essere chiamati alla (Suprema)
Cattedra (dal professor Dio), fino allo stupore ed alla crisi di
angoscia e depersonalizzazione del neo papa – funzionano bene. Direi anche che,
insolitamente per il nostro, di cui tutto il bene si può dire tranne che sia
mai stato un regista di immagini, con un suo stile, ed una personale estetica
visiva. Per quella sua (voluta?) sciatteria di messa in scena, quella rigidità
della macchina da presa, quello scialbore di fotografia e luci, quella
prevalenza di piani medi. Una regia tutta di parole, dialoghi, contenuti,
concetti, paradossi e richiami al costume ed alla realtà contemporanee. Mai una
‘qualità visiva’ che ci rimanga nella memoria. Che cosa ricordiamo dei film di
Moretti? Essenzialmente situazioni, dialoghi, battute poi passate come
tormentoni generazionali (Sacher torte, nutella, D’ Alema dì qualcosa di sinistra…).
Invece stavolta tutti i primi 15 minuti sono fatti di belle immagini, con
colori e spazi davvero insoliti ed interessanti, con una tensione narrativa
palpabile ed emozionante.
Poi entra in scena l’ egotismo di Moretti. Ed il film comincia a perdere la sua
aura (e la sua portentosa idea) iniziale. Egotismo, dico. Smisurato egotismo.
“Abbiamo chiamato lei, gli dice il cardinale Gregori, che come
psicoanalista è il più bravo”. “Ah, si schermisce l’ altro, tutti
mi dicono così…!”… E sì, caro Moretti, il più bravo enfant gâté
del nostro cinema. Ma è sempre possibile rettificare.
Personalmente sono tra quanti ritengono che l’apice del cinema morettiano sia
stato raggiunto con La messa è finita. Apice anche cronologico (1985) e testo
rappresentativo di una lunga crisi generazionale, politica e sociale del nostro
paese.
Dopodiché sembra che Moretti sia stato rapito dagli alieni, o si sia
intossicato di eccessiva nutella, o che abbia declinato il suo iniziale punto
di narrazione soggettiva in un autoreferenzialismo esorbitante e senza pudori.
Vedi Aprile e Caro diario, dove erano appunto ben netti i segni
di questa ‘degenerazione’ della personalità del regista, poi esplosa in una
franca inorgoglita ‘capricciosità moralistica e caratteropatica’. (Si fa per scherzare).
Di fronte al degrado sociale e politico e culturale dell’ Italietta (che
ben coglieva), alzate di vocine isteriche, impennate sgarbate, gesti nevrotici,
moralismo saccente (ma ‘di sinistra’), vocazione al ritiro del singolo nelle
viziate beatitudini delle case spaziose ma non lussuose della classe media dei
bravi ed onesti insegnanti liceali romani, rivendicazione delle proprie bizze
infantili come l’unico possibile statuto di antagonismo (lievemente
reazionario?) rispetto alle massificazioni volgarizzate del presente, anche a
costo di ridurre tutto il proprio cinema alle plurime puntate di un serial
sulle avventure di Michele Apicella (alter ego ‘isterico’ del nostro).
Ma tornando ad Habemus papam, mi sembra che il film sconti un
fondamentale deficit. Non ‘di accudimento’, secondo un ripetuto cliché del
copione, ma più esattamente un deficit di sceneggiatura. Dicevo che sulla base
di un’ idea davvero portentosa, i tre scrittori non abbiano resistito alla
tentazione di un accumulo di temi (troppo) impegnativi, con successiva
incapacità di una loro adeguata gestione narrativa e drammaturgica. Chi è
questo quasi-papa colto da una vertiginosa angoscia sul suo futuro ruolo? Qui
direi che c’è una buona intuizione. Disegnare un personaggio anti-caimano.
Il cardinale Melville(Melville? Il Leviatano? La Balena Bianca? Moby-Dick? La
Chiesa?) è il contrario di tutto quanto, nel film precedente contrassegnava
quella figura capace di ingurgitare tutto, danaro, potere, cariche, corruzione,
regole, codici, Legge, Costituzione(ed anche la Chiesa) e di restituire un
paese forgiato (deturpato, vandalizzato) ad immagine ed identificazione di
queste secolari qualità ammirate protette e perseguite dai più. Melville non
assume su di sé il compito di distruggere tutti gli altri poteri per acquisirne
egli stesso uno personale e smisuratamente autoritario. Melville non sa fare
discorsi dal balcone (o dal predellino), non sa arringare ed eccitare gli
istinti gregari devoti pii ed assassini delle masse.
La sua umiltà da perdente
è esattamente il nadir della volgare e tracotante arroganza “sempre vincente”
dell’ altro. È l’ uomo terrorizzato dal potere e dal suo terribile esercizio.
E, come il film coglie bene, in tutto questo Dio non c’ entra. Ed è anche la
parte migliore del film, interessante e tesa. Con questo papa in piena crisi
identitaria che si perde per Roma. Sta in mezzo alle strade. Ascolta, quasi
inapparente, gli altri.(Citazione degli angeli silenziosi tra la gente,de Il
cielo sopra Berlino
, di Wenders. Un’ attribuzione che Moretti non merita?
Ce la stiamo ricavando noi?) Un uomo perduto e perdente, il ‘non-ancora-papa’,
che forse si ritrova. (Un eccezionale Michel Piccoli, su cui regge tutto il
peso recitativo del film.  Ma da
apprezzare il recupero di ‘vecchi’ attori del teatro italiano: Renato Graziosi,
Renato Scarpa, Camillo Milli). Un uomo che si ritrova grazie al teatro. Un
interessante indizio. Di che cosa? Del grande papa polacco, ex-attore? Del
recupero della finzione teatrale come unica paradossale via ad una verità
personale? Del potere temporale della Chiesa Romana come storica messa in
scena, Puro e Divino Teatro, di fronte all’ immensa platea dei credenti?
Ecco, tutto viene lasciato lì, senza approfondimenti, senza che la
sceneggiatura si assuma delle chiare responsabilità di svolgimento. Sembra che
il lavoro di scrittura del film sia stato condotto con improvvisazione e con
una caoticità di intenti che non regge alla prova. Si introduce la presenza
dello psicoanalista, poi, evidentemente, incapace del compito di ‘curare’ il
quasi-papa. Ma perché lo si lascia segregato in Vaticano se il cardinale
Melville sarà portato l’ indomani dalla psicoanalista Buy? Ufficialmente per
non far trapelare nulla dei segreti vaticani.
Ma anche perché Moretti possa
dare luogo ai suoi divertenti siparietti sulla pallavolo. E perché di quella
intervista psichiatrica al papa in mezzo ad una sala gremita di cardinali, se
poi di lì a poco il neopapa potrà andare ad un colloquio in uno studio privato
e da solo? Evidentemente per far ridere, per imbastire una scena paradossale
che diverte lo spettatore. E se tutto il film verte su questo clima
claustrofilico, del restare tutti insieme senza far uscire nessuno fino al
ritorno alla scena originaria del balcone papale (L’ angelo sterminatore vi
ricorda qualcosa?), come si spiega quella orrendissima scena di tutto il
Conclave che esce e si precipita in teatro per recuperare il profugo? Insomma
l’ impressione è che tutto vada a casaccio. Che non si riesca a tenere una
trama narrativa. Che troppi enunciati problematici – e ce n’è una quantità
enorme – rimangano abbandonati e sgrammaticati e sgangherati perché il regista
non riesce a tenere uniti e a risolvere i fili narrativi in uno svolgimento
convincente e coerente.
Siamo di fronte alla ripetizione di un rituale antropologico che ben
conosciamo. Un rituale di settori culturali a cui (ohimè!) riteniamo di
appartenere. Grandi attese per ogni nuovo film del nostro. Trepidazioni ed
orgasmi. Già anticipazioni e dibattiti quasi sul nulla. O su quello che più io
meno ad arte viene sapientemente fatto trapelare. I film di Moretti come parte
dei grandi eventi culturali che ricorrono ogni certo numero di anni.
Parteggiamenti politici, perché sappiamo da che parte milita il nostro.
Polemiche e scandalizzazioni rituali ed innocue. Una (spero piccola) parte
dell’ opinione cattolica che conta ha condannato la dissacrazione del Vaticano.
Un noto personaggio noto per la sua nota perversità intellettuale acuminata
efferata ed estrema, ma per fortuna non più estremista, che dirige un giornale
chiamato Il Foglio, e si firma ‘elefantino’, ha scritto che andrà a
vedere il film in oggetto con un francescano molto addentro nella conoscenza
della psicoanalisi, oltreché, beninteso, della sua religione.(fai bene, và
agguerrito e colpisci duro!elefantino). Insomma tutto questo risponde alle
aspettative: l’ Italia si divide sui film di Moretti!Così abbiamo a che fare
con una sorta di ‘icona sociale’dove sono messi indistintamente insieme la
persona, la figura politica, il regista, le sue opere, il suo pubblico, i suoi
antagonisti politici, il consenso sociale che lo sostiene. Non permettendo di
inframmezzare nessuna analisi dubitativa e critica. Per esempio sul declino
creativo di un autore, dopo l’ apogeo degli anni ’80. L’ anticaimanismo, nesso
potenziale con la precedente opera, di cui questo film sembrerebbe voler
raccontare appunto una storia antitetica, si disperde subito, forse non parte
mai. Moretti non riesce a svolgerlo né a rappresentarlo in un discorso filmico
teso e drammatico come il tema meriterebbe.
Troppe piacionerie, troppe
piccinerie, troppe gag del solito personaggio irascibile e nevrotico,le stesse
faccette di Michele Apicella, le stesse maniacali passioni sportive, il
travestimento da allenatore fanatico (Palombella rossa) con una congrega
cardinalizia in fase di innocente regressione fanciullesca, una incredibilmente
bruttissima scena di ballo dei cardinali sulle note di Mercedes Sosa (davvero
la cosa più brutta che abbia mai visto a cinema: amo le iperboli). (Ma gli attori
non potevano dirgli?: ma Nanni questa scena levala, fa proprio schifo.) C’ è un
senso narrativo? Oppure il regista non sa fare (più nient’) altro? Insomma un
film sulla tragedia di un uomo solo di fronte al devastante potere (religioso,
politico e ideologico della Chiesa Cattolica)? Oppure di vertenti bozzetti
sulle elites chiesastiche bonaccione ingenue e serene, benevolmente goffe e
sostanzialmente buone come i fraticelli di uno dei primi film della mia
infanzia (Marcellino pane e vino)? Per non parlare della totale carenza
di una costruzione drammatica che conduca e dia esplicazione alla scena
conclusiva. Che cos’è che, infine, induce il cardinale Melville alla sua
decisione di rinuncia? Non è dato saperlo. Ma non per un’ ellissi narrativa
-una cosa talmente palese non occorre che la si dica -. No, proprio gli autori
del film non lo sanno, hanno preso una scorciatoia per cui il film si conclude
a ghigliottina, lasciando gli spettatori interdetti ed increduli che il film
sia proprio terminato.
Una considerazione che emerge è che il personaggio Moretti alla lunga uccide i
film di Moretti. Sia sotto il profilo del soggetto cinematografico: Moretti non
saprebbe fare dei film se non su Moretti. Sia perché il nostro non si pone
minimamente il problema della sua attorialità, si limita semplicemente a ‘fare’
se stesso. (La migliore sua prova di attore rimanendo, secondo me, La
seconda volta
. Un film di Mimmo Calopresti, non suo!). È l’ autoreferenza
esasperata che mina qualsiasi scrittura e realizzazione cinematografica. Un
film sul tema della rinuncia papale, e dei suoi risvolti psichici, poteva anche
essere portato avanti senza il ‘macchiettismo’ divertente che la presenza
morettiana introduce (quel macchiettismo che il suo pubblico – noi – gli
ex-ragazzi,politicamente e socialmente impegnati, degli anni ’70-’80, adesso
padri e nonni, ancora gli chiede e per cui lo plaude). Mi chiederei, alla luce
di questo cortocircuito tra autore ed il suo pubblico che lo sostiene ed
ammira, se con Moretti non possiamo considerarci dalla parti di una particolare
e sui generis branca della commedia all’ italiana, quella stessa verso
cui lui si è così ferocemente e spregiativamente scagliato in tanti suoi film
(ricordate?: “ve lo meritate Alberto Sordi…”).
Alla fine è proprio
questo impianto di commedia che emerge e sabota continuamente l’intento
drammatico. Quattro risate con Moretti ce le facciamo quasi sempre. Una crisi
ispirativa che si trascina, serpeggiando, da anni. I dubbi che questo film
rialimenta sono sulla particolare debolezza di regia, qui decisamente allo
sbando nella tenuta e dell’ armonizzazione tra tutti i piani compresenti. Se
questa fragilità di realizzazione aveva delle rare eccezioni, come la
realizzazione più salda e compatta de La stanza del figlio, recentemente
gli ultimi due film rilanciano le perplessità sulle sue tenute registiche.

Infatti, solo la felice e tremenda visionarietà delle scene finali de Il
caimano
(processo a Berlusconi e avvio della guerra civile in Italia)
riscattava un film incerto percorso da troppi e diversi filoni narrativi (la
denuncia politica, il meta film sul caimano, la crisi matrimoniale, la gelosia,
le vendette, gli eterosessuali infelici, le coppie omosessuali felici, il
fallimento di un uomo, la volgarità e la mediocrità del cinema, i bambini che
ci osservano).
Abbiamo sempre amato Moretti. Ma adesso forse è il momento di
chiedersi quanto abbia pesato, in questa predilezioneed in questo favore, un
abbagliamento, una forma di vizio del giudizio, un’ inclinazione esasperata,
operazioni di culture e gruppi sociali che hanno‘iconizzato’ un autore
perdonandogli evidenti manchevolezze, difetti estetici e carenze di scrittura
in nome di rispecchiamenti ed identificazioni che in fondo poco o nulla hanno a
che fare con il cinema.
Concludo con le solite note richieste dal giornale parrocchiale. Film per
tutti. Psicoanalisti anche. Nessuna scena di sesso o violenza o linguaggio
scurrile. Nessuna offesa per il comune senso religioso. Idea originale
eccellente. Sceneggiatura:pervenute solo le prime sette pagine, per il resto si
è persa. Regia alla deriva: il regista poteva impegnarsi solo negli intervalli
delle riprese sportive. Una menzione della CEI come miglior film cattolico
dedicato alla promozione della pallavolo. Recitazione: grandioso (davvero)
(come sempre) Michel Piccoli, che, vista la compagnia, si fa tutto il film da
solo.

26 aprile 2011