His House -Commento di A. Moroni

His House -Commento A. Moroni

Autore: Angelo Moroni

Titolo: “His House”

Regia: Remi Weekes, 93’, Netflix, 2020

Genere: drammatico, horror

 

 

 

“His House”, del regista inglese Remi Weekes, è tra gli originali Netflix più interessanti degli ultimi mesi, poiché declina il genere cinematografico “perturbante” in un ambito  psicologicamente e sociologicamente molto attuale, quello cioè dei traumi collettivi connessi alle migrazioni. Bol (interpretato dall’attore Sope Dirisu) e Rial (interpretata dall’attrice nigeriana Wunmi Mosaku) sono una coppia di migranti di origine nordafricana che ha affrontato un tragico viaggio su un barcone nel Mediterraneo, per poi giungere in Gran Bretagna, paese in cui ricevono lo status di rifugiati. I servizi sociali locali dell’indefinita località anglosassone in cui vengono trasferiti, li accolgono in un appartamento fatiscente di una periferia cittadina degradata. Il loro desiderio di costruirsi una nuova vita dopo le violenze subite nel loro paese d’origine si muta tuttavia ben presto in un incubo: la nuova casa nasconde oscuri segreti.

Il pregio di questo film, sottolineato dall’asciuttezza di una scrittura filmica semplice quanto incisiva, consiste nel raccontare il dramma familiare e politico dei migranti in modo autentico, chiaro e al contempo suggestivo, utilizzando il genere horror e i suoi stilemi, proprio per portare avanti la denuncia di un trauma collettivo troppo spesso sottovalutato dall’Occidente “civilizzato”, ricco e ipertecnologico di cui facciamo parte. Infatti, l’orrore qui narrato è quello concreto della fuga da paesi in guerra e delle profonde ferite traumatiche cui sono portatrici generazioni e generazioni di esseri umani inermi. Il genere horror, attraverso l’utilizzo del suo tipico linguaggio drammaturgico che esaspera iperbolicamente l’emozione e l’espressione dell’angoscia e del perturbante, è appositamente scelto dal regista proprio perché è un genere che racconta da sempre le angosce e i traumi della società che rispecchia e di cui è espressione. L’eccesso di tragicità e di paura che il genere horror estrinseca ci aiuta a cogliere ciò che spesso preferiamo rimuovere.

Weekes ci narra la tragicità della realtà migratoria odierna su più piani: l’angoscia della separazione e della perdita delle proprie radici; la difficoltà, per i due protagonisti, ad adattarsi ad una nuova società e ad una nuova cultura; il senso di colpa persecutorio per aver lasciato nel proprio paese d’origine i propri cari, pensandoli in costante pericolo perché residenti in un paese in guerra. Tutti temi che non solo la Psicoanalisi, ma anche l’Etnopsichiatria da sempre hanno affrontato, elaborato, nonché contribuito a costruire intorno ad essi una maggiore consapevolezza e una più efficace testimonianza. Il film di Weekes va a sua volta nella direzione di questo tipo di testimonianza, non deludendo affatto, inoltre, sul piano registico. Da esordiente quale è il regista dirige questo suo primo lungometraggio con tono misurato e con potenza visionaria molto apprezzabile, come dimostra la suggestiva sequenza in cui Bol sta mangiando seduto al tavolo in cucina per ritrovarsi poi, come in un sogno, in mare aperto.

 

Novembre 2020