Hugo Cabret

Martin Scorsese, 2011, USA, 125 min.

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Giudizio: **** 4/5

Genere: avventura

Recensione: Siamo negli anni Trenta: attraverso gli occhi azzurri del piccolo orfano Hugo Cabret scopriamo la magia dei sofisticati meccanismi degli enormi orologi dell’affollata stazione di Parigi, ci stupiamo del suo talento nel farli funzionare. E’ un’arte che ha ereditato dal padre, con il quale, prima che morisse, stava lavorando alla riparazione di un automa in grado di scrivere. Farlo funzionare per Hugo significa mantenere saldo il legame con il padre, di cui è convinto che l’automa custodisca un messaggio. Lo fa “sentire meno solo”, come quando andava con lui al cinema, dove la visione del film poteva attutire il dolore per la mancanza della madre. Ma per aggiustarlo ci vogliono attrezzi e per caricarlo ci vuole una chiave a forma di cuore. I primi li ruba a un giocattolaio, la seconda la trova appesa al collo della nipote di questi, Isabelle. “Perché vuoi aiutarmi?” le chiede Hugo. “Perché potrebbe essere una avventura, e io non ne ho mai avuta una, a parte quelle dei libri” gli risponde la ragazzina. Dal disegno fatto dall’automa e dal ritrovamento di un libro prendono avvio l’avventura di Hugo e Isabelle alla scoperta della vera identità del giocattolaio. Questi è Georges Méliès, il primo famoso regista che con il suo film Viaggio nella luna del 1902 aveva lasciato a bocca aperta platee di mezzo mondo per gli effetti speciali, inaugurando così l’epoca del cinema come nuova forma di espressione dell’immaginario e del sogno.

Perché andare o meno a vedere il film?: Perché funziona. Piace, non può non piacere, è fatto per piacere. Convincono le interpretazioni degli attori, in particolare Ben Kinsley e il giovanissimo Asa Butterfield (che forse ricorderete in Il bambino con il pigiama a righe). Infatti è un film candidato a undici premi Oscar. Possiamo cercare di resistere all’incantamento, obiettare, a mente fredda, che per un Maestro del Cinema (M e C maiuscole e in grassetto!) è facile colpire al cuore, trovare la chiave del successo. Ma a mente e cuore caldo, accese le luci in sala, ci si può davvero sentire come risvegliare, con dispiacere, da un sogno. E’ un film che riesce ad indurre nello spettatore quello stato di trance percettiva di tipo ipnotico che Metz (1977) ha chiamato “stato filmico”, che dà accesso all’appagamento dei desideri. L’atmosfera onirica è amplificata da una tecnologia 3D che ti mette dentro al film, avvolgendoti e non buttandoti addosso le immagini. Si resta ammaliati come forse, allora, gli spettatori dei film di Georges Méliès . Questa è la magia del cinema. Questo è “inventare sogni”.

Qual è lo specifico psicoanalitico: Il film ci conduce anzitutto sulla questione della trasmissione transgenerazionale, che si si può sintetizzare con la citazione di Freud (1912) da Goethe: “Ciò che hai ereditato dai padri, riconquistalo, se vuoi possederlo davvero”. Scorsese dimostra di averlo fatto e ci conferma che è una legge ineludibile.
In secondo luogo, il film ci fa vedere che il cinema davvero si può considerare “il fratello maggiore” della psicoanalisi, come scherzava Musatti (1986). Entrambi, nati alla fine del secolo scorso, sopravvissuti alle guerre, hanno salvaguardato e difeso strenuamente il “sogno” e la libertà di immaginare. La necessità di sognare, di non dimenticare, di rielaborare, di continuare a cercare la chiave giusta al tempo giusto per “far funzionare” le cose della vita, di far ri-emergere il desiderio, poter decidere del proprio futuro, seguendo passioni e inclinazioni, essendo consapevoli dei limiti…tutto questo viene rievocato da questo film e rimanda alla psicoanalisi: fratello e sorella si tengono stretti per mano!
Infine, ci poniamo una domanda: come mai anche in questo film, come in “The Artist” (un altro film di enorme successo che rimanda alla storia del cinema) una sola pellicola si salva dal fuoco e quella basta a riaprire un mondo, a ritrovare uno scopo nella vita? Una poetessa, Emily Dickinson, ha scritto questi versi che forse portano un cenno di risposta: Per fare un prato occorrono un trifoglio e un’ape,/un trifoglio,/ un’ape e il sogno./ Il sogno può bastare,/ se le api sono poche.