“The Human Voice” di P. Almodovar. Commento di F. Salierno

"The Human Voice" - di P. Almodovar, SEZIONE FUORI CONCORSO. A cura di F. Salierno

Autore: Flavia Salierno

Titolo: The Human Voice

Dati sul film: regia Pedro Almodovar, Spagna, 2020, 30’.

Genere: drammatico

Fuori Concorso

 

 

Nella mente la splendida Anna Magnani con la regia di Rossellini nel film “Amore” del 1948, film composto di due episodi, molto diversi tra loro, il primo dei quali si intitola appunto “Una voce umana”, anch’esso tratto dalla commedia di Jean Cocteau, “La Voce Umana”, del 1930. La stessa opera, infatti, ha ispirato Pedro Almodovar. Atteso con moltissime aspettative dopo il bellissimo Dolores y Gloria, il cortometraggio (trenta minuti la durata) vede come protagonista Tilda Swinton. Ci si chiede come una bellezza così algida possa incarnare la passione, la sofferenza per amore. L’abbandono, il lutto, la disperazione. A partire dalla prima scena il regista la veste di rosso, colore onnipresente nei suoi film. Colore che contrasta con le fattezze eteree della Swinton, e cattura immediatamente lo spettatore, incollandolo alla poltrona. L’altalena tra il rosso e il nero delle prime scene porta immediatamente dalla passione al lutto, in una continua alternanza. Pedro Almodóvar ha sognato per decenni la messa in scena del monologo, e proprio in un sogno sembra, allo spettatore, di entrare dal primo minuto. Nella pièce teatrale originale, la storia è quella di una donna disperata, che aspetta la telefonata dell’amato che l’ha appena abbandonata.

Il regista spagnolo orienta la macchina da presa sulla perdita, sul dolore della separazione, ma non solo. L’occhio dello spettatore viene indirizzato sulla reazione tutta al femminile, della protagonista, che, pur di rimanere aggrappata all’uomo legato a lei solo dal filo telefonico, cerca ogni mezzo pur di sospendere l’addio definitivo. E dapprima si finge forte, si umilia, per poi arrivare a mostrare con piena sincerità le emozioni che la attraversano. Fuori concorso alla Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica, Almodovar riadatta l’opera liberamente, facendola quasi completamente sua, e arricchendola del suo stile. A partire dalla scelta di collocare l’ambientazione del film in un set cinematografico, in cui la Swinton entra e dalla quale esce, tra realtà e finzione. Tra il troppo pieno dell’appartamento, ricco di sculture, quadri (ognuno come oggetto-simbolo), e mobilio colorato, in « modo almodovarian », e il vuoto scarno, fuori dalle scene. Il telefono della Magnani del 1948 viene sostituito da modernissime AirPods, così come viene “modernizzata” la reazione finale della protagonista: per come, forse, Pedro Almodovar vede oggi una donna. Ma questo bisognerebbe chiederlo a lui. Lunghissima (e meritatissima) standing ovation.

 

Settembre 2020