I corpi estranei

Regia di Mirko Locatelli, Italia, 2013, 98 min

Commento di Maria Antoncecchi

“I corpi estranei” è la seconda opera del regista milanese Mirko Locatelli, presentata nel 2013 al Festival Internazionale di Roma, dove ha ottenuto il Premio “Sorriso Diverso”. Locatelli, documentarista, ha già al suo attivo il lungometraggio “Il primo grande inverno” (2008), in concorso nella Sezione “Orizzonti” della 65esima Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia. Ha fondato, insieme alla compagna e co-sceneggiatrice del film Giuditta Tarantelli, la casa di produzione cinematografica Officina Film.
Il film è stato proiettato in anteprima il 30 marzo 2013 allo Spazio Oberdan di Milano all’interno della Rassegna “ Il cinema Italiano visto da Milano”, dove il regista si è intrattenuto con il pubblico.
Il bravissimo Filippo Timi, cui il regista ha affermato di aver cucito addosso il personaggio di Antonio, è padre di Pietro, malato di tumore al cervello, ruolo interpretato da due bambini, gemelli, che si sono alternati rendendo la loro parte meno faticosa. Il giovane esordiente Jauher Brahim, attore non professionista, ė Jabral, un ragazzo tunisino che assiste un amico malato ricoverato nello stesso ospedale dove Antonio si reca per far curare Pietro.
Trattando un tema così delicato e coinvolgente, come la malattia grave di un figlio, il film non cade mai nella retorica e non travolge emotivamente lo spettatore, ma riesce a mantenerlo ad una ‘giusta distanza dal dolore’, facendogli vivere insieme ad Antonio le attese, le lunghe giornate, le notti e le pause scandite da caffè e sigarette, dettate dagli orari imposti dalla routine ospedaliera di coloro che assistono i malati.
Sin dalle prime scene Antonio ci appare un uomo introverso e smarrito, che deve affrontare un evento di enorme portata affettiva, ma che è deciso a lottare per il suo bambino. E’ una persona semplice, abituata ad affrontare le difficoltà della vita da sola (lo vedremo contare e ricontare i soldi nella valigia e rassicurare la moglie che tutto sta andando bene) e che non ha dimestichezza con le emozioni: non sa esprimerle a parole e forse non sa neanche riconoscerle, ma da spettatori percepiamo l’intesa dolcissima che ha con il figlio. In questa situazione così tristemente umana, quella di una grave malattia grave che può colpire ciascuno di noi, Antonio incontra Jabral. Nonostante vivano una situazione simile, non entrano in contatto tra loro. Il protagonista non si spinge a cercare solidarietà del suo vicino di stanza e tantomeno di altri personaggi che lo circondano. Al contrario, Antonio ha porta un atteggiamento di diffidenza, arrivando a provare un senso di fastidio verso tutto ciò che Jabral ha di diverso da lui: dagli odori che emana fino al modo in cui prega.
La trama del film si snoda a partire dal rapporto tra questi due personaggi. La scena iniziale ci conduce all’interno dell’auto di Antonio, luogo–simbolo del rifugio nel quale si ritira per allontanarsi dalla realtà che sta vivendo e dalle emozioni che, altrimenti, lo travolgerebbero. Antonio preferisce rinchiudersi nel suo mondo e mettere a tacere i suoi pensieri ascoltando la radio e le previsioni sul traffico, solo e fragile, tenacemente determinato a non entrare in contatto con se stesso, con le sue emozioni e i suoi pensieri. E’ proprio su questo stato d’animo che si inserisce l’incontro con Jabral che, suo malgrado, diventa il contenitore proprio degli affetti che evita e proietta. Ci aspetteremmo che tra i due nascesse una vicinanza, una sintonia, una condivisione tra anime sofferenti, invece i due rimangono come “ corpi estranei”. Antonio non ne vuole sapere di Jabral, si arrocca su se stesso e sui suoi pregiudizi. Lo guarda da lontano e rifiuta ogni forma di vicinanza, alternando momenti di curiosità (di tanto in tanto spia cosa fa) a momenti di vero e proprio conflitto nei suoi confronti. Jabral, infatti, diventa tutto ciò che Antonio vuole tenere lontano da sé: il dolore, la disperazione, la paura della morte del suo bambino, il senso di solitudine, i sensi di colpa e vergogna. Elementi ‘beta’ non mentalizzabili, ‘corpi estranei’ da tenere lontano, da mettere altrove.
Tutto questo annulla ogni possibilità di incontro, nonostante il fatto che i due condividano la stessa sofferenza e la stessa condizione di lontananza dai loro paesi. Antonio si sente invaso da questa presenza e in alcune occasioni quasi minacciato dal desiderio di Jabral di avvicinarsi a lui. Questo sentimento esploderà in una crisi di rabbia che metterà in luce tutta l’incapacità di Antonio di apprezzare le attenzioni del suo vicino di stanza – a volte fatte solo di sguardi, a volte di poche parole- verso di lui e il suo bambino.
Il film indaga il tema della fragilità umana e sviluppa quello delle difese che l’Io costruisce per proteggersi e che finiscono non solo per evitare temporaneamente la sofferenza, ma anche l’esperienza di una relazione intima.
E’ come se il film avesse due livelli che si intrecciano : la distanza che il regista mantiene dalla vicenda dolorosa della malattia e la distanza che Antonio ha con se stesso e il suo vissuto emotivo.
Solo al momento dei saluti, quando il bambino sta per essere dimesso, capiamo che qualcosa è accaduto. Intravediamo una timida apertura da parte di Antonio quando dice a Jabral “ti sta bene questa camicia”: è il massimo livello di vicinanza che può permettersi.
Penso che il film voglia anche sollecitare una riflessione sulla diversità mettendo in risalto come i pregiudizi e la diffidenza impediscano di creare dei ponti di contatto tra le persone anche quando ci sono destini comuni.
E’ un film intenso e ricco di espressività che ci presenta una storia semplice che ci invita pensare alle nostre chiusure più profonde e alle paure più arcaiche, che ostacolano quel potersi ri-conoscere nell’altro e fare dell’incontro tra due persone un’esperienza evolutiva e trasformativa.

Aprile 2014