III Edizione del “European Psychoanalytic Film Festival”

 

Il Festival si è aperto giovedì sera, con un simpatico party durante il quale i partecipanti possono conoscersi e gli affezionati si riconoscono, seguito dalla proiezione di due brevi film di animazione dell’artista ceco Jan Svankmajer.

Le due opere sono state precedute dall’intervento di Ian Cristie, storico del cinema, scrittore e giornalista e di Helen Taylor Robinson, psicoanalista. Il primo ha sottolineato il particolare contesto culturale in cui opera l’artista; la seconda ha cercato di offrire alcuni spunti di riflessione rispetto a cosa possano offrire al punto di vista psicoanalitico questo tipo di produzioni artistiche. Svankmajer trasporta lo spettatore in un mondo surreale, dove crudeli marionette si muovono in rappresentazioni ironiche e bizzarre, che rimandano al mondo infantile degli oggetti interni, talora estremamente violento e distruttivo.

Nei giorni successivi, i partecipanti hanno dovuto scegliere tra diversi eventi che si svolgevano parallelamente. Ringrazio subito quindi Luisa Marino per il suo prezioso contributo, senza il quale non avrei potuto offrire un report così completo e particolareggiato.

Venerdì mattina Andrea Sabbadini ha presentato un lavoro dal titolo “Hable con ella (Almodovar, Spagna, 2002): la cura della parola, da Freud ad Almodovar”, con la proiezione di alcune scene particolarmente significative del film. Il chair, Peter W. Evans, insegna cinema all’Università Queen Mary di Londra ed è autore di vari libri sul cinema americano, inglese e spagnolo.

Il contributo di Sabbadini prende avvio dalla considerazione che il regista spagnolo Almodovar è, come è stato Freud, un sofisticato conoscitore di donne isteriche o psicologicamente sofferenti, come dimostra la sua filmografia, da Donne sull’orlo di una crisi di nervi a Tutto su mia madre.

È stato con le isteriche che Freud ha scoperto la “cura della parola”, ma sarebbe più appropriato definirla “cura della parola e dell’ascolto”, come ben si evidenzia in questo film, dove Almodovar coglie l’importanza che il parlare e l’ascoltare hanno in tutte le relazioni interpersonali. Il film è incentrato sulla relazione che due uomini, Benigno e Marco, hanno con due donne, Alicia e Lidia, entrambe in coma. Senza entrare nel merito della storia, possiamo dire che Almodovar coinvolge lo spettatore in un “dialogo” e lo impegna a mettere profondamente in discussione le proprie attitudini e le proprie convinzioni, anche morali, su temi fondamentali, quali il rapporto con la vita e la morte.

Un altro tema toccato da Sabbadini è quello dell’amicizia tra i due uomini e la complessità delle loro personalità.

Il panel “Il passato nel cinema: un dialogo tra storia e psicoanalisi? Riflessioni su Mother Dao, the Turtlelike di Vincent Monnikedam (Holland, 1999) è stato tenuto da Laura Mulvey, docente di cinema e media al Birkbeck College dell’Università di Londra e dallo psicoanalista Daniel Pick, con lo psicoanalista David Bell come chair. Il film di Monnikendam (di cui è appena uscito il documentario Le anime di Napoli), proclamato miglior film olandese nel 1995 e vincitore di numerosi premi, è costruito con materiale d’archivio girato tra il 1912 e il 1933 e si occupa del colonialismo olandese in Indonesia. Le immagini sono accompagnate, invece che da un commento, da storie, poesie e canzoni indonesiane.

Il titolo richiama la leggenda di un’isola di Sumatra, raccontata all’inizio del film, secondo cui la terra sarebbe stata creata appunto da Mother Dao, detta “the turtlelike” perché gli isolani, sdraiandosi sulla spiaggia, potevano vedere l’orizzonte del mondo curvo come la corazza di una tartaruga.

Gli interventi e la discussione si sono sviluppati sui vari temi proposti da questo film enigmatico e commovente. Da una parte, esso invita a riflettere, da un punto di vista storico ed antropologico, sulle possibilità di adattamento soggettivo e sociale in una situazione di cambiamento drammatico. Dall’altra, esso fa pensare ai diversi modi in cui è possibile raccontare una storia e di come il presente sia inesorabilemente collegato al passato. Emergono inoltre, da queste immagini, questioni psicoanalitiche fondamentali come la ripetizione, il ricordo, l’elaborazione, il ruolo della “storia” ed il suo recupero.

Nel corso della giornata sono stati quindi proiettati due film Or (Mon Tresor, Israele, 2004) ed Elling (Norvegia, 2001), cui hanno fatto seguito le rispettive discussioni.

Il primo, scritto a due mani dalle giovani Sari Ezouz e Keren Yedaya, che ne è la regista, è vincitore di numerosi premi tra cui, a Cannes, il Golden Camera e il Gran Premio della Settimana della Critica. All’interessante discussione hanno preso parte lo psicoanalista Emanuel Berman (chair) e Sari Ezouz, che nella vita é impegnata per le strade di Tel Aviv come operatrice e educatrice sociale. Il film infatti racconta la storia di Or, che in ebraico significa “luce”, una brillante teenager piena di risorse che vive in un quartiere molto povero di Tel Aviv con la madre Ruthie, prostituta. Quest’ultima cerca di opporsi in tutti i modi ai tentativi della figlia di strapparla alla strada. Or da una parte lavora duramente per cercare di dare una svolta alla propria esistenza, dall’altra, con lo sviluppo della propria sessualità, è inevitabilmente attratta dalla tentazione del guadagno facile e dell’eccitamento momentaneo che il mondo della prostituzione può offrirle.

Nella discussione sono stati focalizzati i nodi centrali di questo film dai contenuti emozionali molto intensi: le dinamiche della prostituzione, il destino dei figli di questi genitori ed il conflitto tra il tentativo di cambiare la propria vita in senso evolutivo ed il potere della coazione a ripetere.

Berman, apprezzato per la sua competenza nella teorizzazione dei modelli interpretativi cinematografici, ha fornito un accorato accompagnamento all’esposizione emozionata della Ezouz, la quale ha raccontato degli anni di ricerche sul campo condotte dal suo gruppo di educatori di strada e del contatto drammatico con l’inesorabilità del destino di queste donne, così come della forza con cui si oppongono alla possibilità che viene loro offerta di modificare un’esistenza così degradata ai nostri occhi.

La discussione ha permesso di approfondire il confronto con le modalità tossicomaniche di attaccamento patologico all’oggetto-sostanza e la gratificazione del tutto e subito propria della prostituzione, il tema della compulsione a ripetere e la sua forza di trasmissione transgenerazionale.

La protagonista, infatti, dopo i drammatici tentativi di cambiamento, spinta dall’illusione, dolce quanto inutile, di poter creare una famiglia ideale mononucleare autosufficiente, alla fine cede alla ripetizione, per non perdere l’amore della madre, probabile conseguenza di quel necessario processo di elaborazione del distacco dal suo unico, e quindi insostituibile, oggetto d’amore.

Elling di Peter Naes, ha avuto una nomination per l’Oscar come miglior film straniero. Si tratta del racconto delicato del reiserimento sociale di due pazienti psichiatrici dopo un ricovero, del loro “ritorno alla realtà” e della loro originale amicizia. I due protagonisti, l’uno un brillante ossessivo (Elling), l’altro più rozzo e sempliciotto, con le loro fragilità e difficoltà, riescono a ritrovare gradatamente un loro equilibrio e a godere delle cose della vita proprio grazie alle spinte propulsive delle loro differenze. Li aiuta in questo percorso Frank, un deciso assistente sociale, che continuamente li sprona e li gratifica nei loro successi.

Nello svolgersi del racconto la coppia chiusa quasi simbioticamente dei due amici si apre alla realtà proprio grazie al progressivo accoglimento del “terzo”, che spinge i due allo sviluppo delle loro potenzialità creative ed alla riscoperta del mondo.

Il regista è riuscito a integrare humor e serietà, ottenendo il raro ed ammirevole effetto di far ridere il pubblico con i protagonisti e non dei protagonisti; inoltre, non cade nel sentimentalismo pietistico, soffermandosi su caratteristiche, manie e difetti umani nei quali, in parte, ognuno si può riconoscere, piuttosto che su sintomi psichiatrici specifici.

La presentazione ha voluto fornire una prospettiva psicoanalitica della storia, cercando di facilitare l’accesso ad una discussione con il pubblico che ha accolto e sviluppato gli spunti proposti.

Nel pomeriggio Ian Christie ha presentato un lavoro intitolato “Il tempo al rovescio”. A questo competente storico cinematografico altre volte è stato affidato l’impervio compito di fornire supporti cinematografici a concetti psicoanalitici; diversamente in questo contributo ha dato vita ad un suo specifico interesse teorico, quello del tempo, lasciando al pubblico la possibilità creativa di trovarvi possibili connessioni e suggestioni rispetto al mestiere della psicoanalisi.

Una delle qualità magiche del cinema è, in effetti, la sua capacità di permettere che il tempo possa tornare indietro, soddisfando un’onnipotente, quanto irrealizzabile, fantasia umana. Nei film questo può accadere: il film francese Irreversible, di Gaspar Noe, ne è un esempio recente, pur essendo un film violentissimo che non risparmia indulgenze alla perversione, narrativa e fotografica. Si tratta della coinvolgente storia di uno stupro e di un assassinio che inizia con la sua sanguinaria vendetta per risalire ad un inizio del tutto innocente.

Sono stati citati diversi film per mostrare come queste modalità d’uso del movimento del tempo avanti e indietro entrino in conflitto con il nostro senso comune di causa ed effetto e possano indurre inattese modifiche alla nostra capacità d’attribuzione di responsabilità, biasimo e valore. La domanda posta dallo storico potrebbe essere questa: può il tempo al rovescio fornire un punto di vista cinematografico unico, il tempo al “condizionale” dell’azione umana? In questo modo la sua tecnica illusionistica ci riporta ad una comprensione magica ed infantile del mondo, in cui le conseguenze precedono le loro origini causali secondo le regole proprie dell’onnipotenza. Al di là di questa specifica suggestione, sono stati molti i suggerimenti dal pubblico che hanno accostato queste considerazioni al fatto che il setting e la regressione psicoanalitica, con la possibilità di “ricordare, ripetere, rielaborare”, implicano anch’esse un concetto di tempo relativo, come è stato recentemente sviluppato anche scientificamente. Nel processo psicoanalitico il gioco con il tempo offre l’occasione di tornare mentalmente indietro, tollerando insieme il crollo dell’onnipotenza magica conseguente a questa azione ma anche, attraverso la parallela riscoperta degli affetti, alleviarne la dolorosità.

Più tardi si è svolto il panel dedicato al surrealismo di Luis Buñuel e al suo manifesto cinematografico Un Chien Andalou (1928), condotto dalla psicoanalista Margot Waddell (chair), con l’esposizione dei lavori del docente di letteratura Andrew Webber e dello studioso di cinema Peter Evans.

Nel primo lavoro, intitolato “Taglio e cucito (cut and laced): traumatismo e feticismo in Un chien Andalou”, Webber ha mostrato come questo film rimandi direttamente alla psicoanalisi: il suo famoso prologo funziona da vera e propria scena primaria cinematografica, cioè una classica messa in scena della fantasia di castrazione. L’effetto traumatico del film, indotto dall’immagine del taglio dell’occhio è poi “suturata” secondo una modalità feticistica, come si vede in particolare attraverso la funzione del cucire.

Evans successivamente ha posto in evidenza come per Buñuel Eros sia una forza potentissima, ma che alla lunga si prende gioco degli amanti. Per esempio, anche protagonisti maschili di film come Francisco in El del 1952, o Archibaldo in Ensayo de un crimen del 1955, finiscono disastrosamente nella loro caccia disperata di appassionati idoli d’amore. Buñuel è riuscito a rappresentare i comportamenti patologici dei suoi protagonisti maschili e risalire alle loro origini infantili. Francisco è un marito preda di una gelosia paranoide che la narrazione filmica riconduce ad una distorta identificazione con la figura paterna; la violenza di Arcibaldo contro le proprie amanti è fatta risalire all’ostilità inconscia verso la madre. Buñuel non risparmia nemmeno i suoi personaggi femminili, attribuendo a demoni infantili la loro disperata e conflittuale ricerca dell’amour fou.

Nel pomeriggio sono stati proiettati, uno di seguito all’altro, due film, Un’ora sola ti vorrei (A. Marazzi, Italia, 2002) e Woogie Daddy (E. Bafving, Svezia, 2001) che hanno come tema centrale quello del suicidio di un genitore. Roberto Goisis ha presentato, con sintetiche ed efficaci parole, Alina Marazzi, con cui una platea commossa e partecipe ha potuto confrontarsi, mentre Erik Bafving non ha accompagnato il suo film. La discussione è stata coordinata dalla psicoanalista Paola Golinelli, consulente italiana del EPFF, ed è intervenuta Franziska Ylander, psicoanalista svedese.

Un’ora sola ti vorrei è la ricostruzione della storia personale della regista attraverso il montaggio di immagini di film amatoriali di famiglia che il nonno aveva ripreso nel corso di circa vent’anni. Questo lavoro di narrazione ha facilitato, nella regista, il processo di riparazione e del Sé e dell’immagine materna interna.

Alina ha offerto con molta generosità la sua esperienza, ribadendo quanto da lei scritto, con parole molto belle, nel sito del film, che qui riportiamo in parte: “Mia madre è nata nel 1938 ed è morta nel 1972, quando io avevo 7 anni. Non ho molti ricordi di lei, ma ho sempre saputo che in un armadio in casa dei miei nonni era rinchiusa tutta la memoria visiva della nostra famiglia. È solo qualche anno fa che ho avuto il coraggio di cominciare a guardare questi filmati, con grande curiosità ed emozione, soprattutto quelli segnati con una “L”, l’iniziale del nome di mia madre: Liseli. Come per una magia, in un attimo, quella misteriosa e sconosciuta persona proiettata sullo schermo davanti a me era come se fosse viva. In un secondo ero catapultata nel passato, all’epoca in cui viveva una madre conosciuta poco e molto dimenticata. Il film inizia con la registrazione sonora di un disco 45 giri con la vera voce di mia madre che mi parla; il resto del racconto intreccia la lettura di lettere e diari di mia madre e delle cartelle cliniche delle case di cura in cui mia madre ha trascorso lunghi periodi. Attraverso questi testi è possibile ricostruire per intero la sua vita , nei suoi vari periodi: l’adolescenza, l’amore, i figli, la malattia, il disagio esistenziale. Il film è la ricostruzione della mia personale ricerca del volto di mia madre, un tentativo di ridarle vita anche solo sullo schermo, un modo per celebrarla ricordandola. Per quasi tutta la mia vita il nome di mia madre è stato ignorato, evitato, nascosto. Il suo volto anche. Ho la fortuna invece di poterla vedere muoversi, ridere, correre. Raccontare la storia di mia madre attraverso questi vecchi filmati è stato per me ridare dignità al ricordo della persona che mi ha messo al mondo. È un regalo che voglio fare a me, a lei, a tutti i figli e a tutti i genitori”.

I primi fotogrammi di Boogie-Woogie Daddy sono accompagnati da queste parole fuori campo:”Non ha lasciato alcun messaggio, non una lettera, ma ha lasciato un sacco di foto!”. Queste foto sono messe insieme in un collage che è la ricerca della storia e della figura del proprio padre morto suicida, una perdita tanto terribile ed inspiegabile per il figlio, da apparire inelaborabile. La narrazione figurativa trasmette un’idea di un gioco di presenza e assenza della figura paterna, che rimanda ad un disturbo di tipo bipolare (lo stesso di cui soffriva la madre della Marazzi) con l’aggravante della dipendenza da alcol. Allo stesso modo le foto si alternano tra quelle in bianco e nero e a colori, così come le musiche, che accompagnano bruschi e incomprensibili passaggi, talvolta drammatici, tra giocosità eccitata e ritiro totale dell’investimento verso i figli. I tragici effetti di questo comportamento portano il giovane protagonista-regista alla sensazione di non provare più emozioni: infatti, quando, un giorno qualsiasi, tornando da scuola non troverà più il padre, dice di non “provare nulla”, come se da tempo ci fosse già preparato.

Il pubblico ha accolto con grande commozione e calore i due film e la regista Alina Marazzi, la quale ha raccontato di aver studiato a Londra e di aver proiettato proprio in quella sala il suo primo lavoro.

La discussione ha ripreso gli spunti offerti dai film, evidenziando quanto la platea avesse potuto identificarsi con le immagini e le storie, che sono state commentate e confrontate rispetto alle loro somiglianze e differenze.

Il pomeriggio di venerdì si è svolto anche un panel intitolato “Le rappresentazioni cinematografiche dell’invecchimento”, condotto dalla psicoanalista Eileen McGinley, con gli interventi della docente di psichiatria e psicologia Diana Diamond, dello psicoanalista e musicista Alexander Stein e della docente di psicologia e psicoanalisi Lissa Weinstein. Questo incontro si è occupato delle rappresentazioni cinematografiche del processo di invecchiamento attraverso l’osservazione dei suoi cambiamenti interni ed esterni. Il primo lavoro della Diamond si è concentrato su due recenti film di Francis Ozon, Sotto la sabbia e The Swimming-pool, nei quali sono percorse le vicende di due donne nella seconda metà della loro esistenza e i loro conflitti rispetto all’erotismo e all’amore di quest’epoca della vita, arrivando ad affrontare temi universali come l’accettazione dell’invecchiamento, della mortalità, della finitezza, dei limiti dell’esistenza con le sue inevitabili perdite.

Stein ha utilizzato ad esemplificazione delle sue riflessioni un racconto animato, una narrazione quasi del tutto senza parole: il film franco-canadese Belleville Randez-Vouz – Appuntamento a Bellville (Chômet, 2003). Questa fiaba dolce-amara racconta del rapimento di alcuni giovani ciclisti professionisti rapiti da loschi figuri che ne vogliono sfruttare la straordinaria potenza a scopo di lucro tramite scommesse clandestine. La nonna di uno di loro, che ne è anche la manager, si impegna in una accanita ricerca degli scomparsi. La storia si presta ad una lettura metaforica rispetto a temi quali la perdita, il lutto, il desiderio, connessi ai diversi momenti del ciclo della vita. Tale lettura è facilitata dalle caratteristiche del film correlate al ritmo, alla fotografia ed alla musica, piuttosto che dalle parole. Infatti il giovane e sfortunato ciclista-protagonista è quasi mutacico dall’infanzia e la sua voce si ode solamente nelle scene finali, dove è ormai anziano.

La Weinstein, attraverso un film svedese del 1982, The flight of the Eagle (Jan Troel), ha mostrato le rappresentazioni simboliche di un conflitto centrale del narcisismo: il bisogno di denegare la realtà dell’invecchiare e delle imperfezioni del corpo.

Venerdì sera si è potuto assistere alla proiezione del film del film di Mike Leigh, Vera Drake (2004), Leone d’Oro a Venezia, la cui attrice protagonista, Imelda Stauton, ha vinto la Coppa Volpi come migliore interpretazione femminile. Ispirato ad un fatto realmente avvenuto a Londra degli anni ’50, racconta con sobrietà, rigore e partecipazione la storia di una donna di mezza età, di famiglia povera, domestica in famiglie agiate, profondamente devota e dedita a opere di bene verso i più sfortunati, che ha anche un’attività segreta, quella di praticare aborti clandestini. Il regista ci risparmia aspetti cruenti, ma mostra con indulgente sapienza gli attrezzi che compongono l’armamentario parachirurgico utilizzato.

La donna sembra ingenuamente motivata da spirito altruistico, non fa pagare le sue prestazioni (spesso richieste da “un’amica” senza scrupoli che, a sua insaputa, riceve invece denaro) e non appare preda di conflitti interni, né ideologici, né morali, né tantomeno intrapsichici, probabilmente grazie a meccanismi di scissione e diniego. Vera, in seguito ad un aborto che provoca una grave infezione ad una delle ragazze da lei “aiutate”, viene arrestata e subisce un processo, tra lo sconcerto dei familiari ignari.

Alla discussione ha partecipato l’attrice protagonista Imelda Staunton, una persona molto brillante, acuta e ironica, che si è concessa ad un pur così impegnativo pubblico tenendogli ampiamente e meritevolmente testa.

Il dibattito in sala, dopo l’intensa visione del film, si è incentrato sul cercare di attribuire a Vera-Imelda tratti di consapevole responsabilità, che ne giustificherebbero la colpevolezza anche legale o, all’opposto, di ingenuità, dovuta ad una certa povertà o inibizione intellettiva. Questa seconda possibilità sarebbe avvallata dall’ipotesi che Vera agisca spinta da motivazioni inconsce, dovute al fatto di aver subito lei stessa una violenza sessuale seguita da una gravidanza indesiderata. L’attrice ha invece voluto sostenere fino in fondo il comportamento conscio e de-responsabilizzante di Vera, giustificandola strenuamente e considerandola vittima dell’insensibilità e del moralismo dei tempi, presentandola come una donna mossa dalle migliori intenzioni. La Stauton ha raccontato inoltre che il regista aveva imposto direttive severe secondo cui gli attori non avevano possibilità di allontanarsi dalla sceneggiatura e dalla caratterizzazione precisa dei personaggi, volendo evitare interpretazioni diverse dai “fatti”. Questa strategia ha aiutato l’attrice a non porsi troppe domande e a non soffrire troppo per questo difficile e controverso ruolo, potendo tornare a casa ogni sera con la sua famiglia e dormire sonni tranquilli.

Il sabato mattina abbiamo assistito al panel: “Interpretazioni dell’Olocausto nel cinema dell’Europa centrale e dell’est”; il chair era lo psicoanalista Earl Hopper, con i contributi della studiosa di cinema e letteratura Catherine Portugues e dello psichiatra psicoanalista Bruce Sklarew. Questo evento ha offerto diversi esempi di come l’Olocausto sia stato rappresentato cinematograficamente in queste zone dell’Europa, evidentemente molto coinvolte per la vicinanza geografica e che ne hanno subito le nefaste conseguenze.

La Portugues ci ha proposto il suo punto di vista rispetto al quale le rappresentazioni cinematografiche di provenienza centro-europea, siano essi documentari o storie inventate o realmente accadute, si sono orientate intorno ai temi della memoria e del lutto, del trauma e della violenza, di stampo storico e propagandistico, anche in forma di commedia e parodia. È passata poi ad analizzare un aspetto specifico di questa gestione di tipo retrospettivo degli eventi connessi alla Shoa, nei termini di dinamiche della memoria intergenerazionale, tracciando un percorso attraverso alcuni film-documentario, filmini casalinghi, materiale di repertorio e alcuni spezzoni di film narrativi, che documentano questa esperienza traumatica.

Sklarew si è concentrato su di un unico film molto significativo uscito negli anni settanta, Il portiere di notte di Liliana Cavani, del quale ci ha mostrato numerosi ed interessantissimi spezzoni. Nel film Max (Dick Bogarde), un ex ufficiale nazista, rincontra la donna che era stata il suo oggetto di “possessione” sessuale all’epoca del campo di concentramento, l’allora giovanissima Lucia (Charlotte Rampling). Quest’ultima, diventata moglie di un direttore d’orchestra, non può che cedere masochisticamente al risvegliato interesse da parte di Max. Viene proposta l’ipotesi che l’insolubile legame di dipendenza della donna sia collegato al ruolo protettivo che il protagonista aveva ricoperto in passato, salvandole la vita. Il personaggio di Lucia incarna quelle che Primo Levi ha ben descritto quando si riferisce alle nostre zone grigie di complicità regressiva. Da questi temi il focus della discussione ha riguardato l’attaccamento masochistico, la regressione e la ripetizione compulsiva.

Nella mattina di sabato lo studioso di cinema e letteratura francese Jeff Kline con Laura Mulvay (chair) ha presentato “Lutto, riabilitazione e assassinio: allucinando il conflitto edipico, Comment j’ai tue mon pere (A. Fontaine, Francia, 2001)”. Sono stati presentati videoclips tratti dal film, che racconta a la vicenda di un gerontologo di successo del quartiere di Versailles, Jean Luc Borde, all’alba di un importante cerimonia di premiazione nella sua stessa villa. Mentre si prepara per la serata, riceve una lettera che annuncia la morte in Africa del padre, da anni lontano dalla sua famiglia. Invece, l’uomo non è affatto morto, dal momento che compare alla serata e si presenta alla moglie di Jean Luc e agli altri amici. Soprassedendo alla sua ostilità nei confronti di un uomo che egli vive come colui che lo ha abbandonato, Jean Luc chiede al padre, Maurice, di fermarsi per qualche giorno. Questa visita si rivela essere una devastante esposizione dell’intera esistenza di Jean Luc; il suo rifiuto verso il fratello, la sua manipolazione nei confronti della moglie, e la sua relazione clandestina con la segretaria Myriam. Infine, Jean Luc è indotto a tentare un omicidio che avrà conseguenze assolutamente inquietanti. L’analisi approfondita di questo film conduce non soltanto ad una riconfigurazione di ogni assunto circa la “trama” del film, ma anche rispetto a una serie di considerazioni intorno al processo del lutto, e dei suoi intricati rapporti con la psiconalaisi e l’arte cinematografica.

Sabato mattina abbiamo assistito alla proiezione di un film estremamente commovente, Mother of mine, di Klaus Häro (Finlandia, 2005). Durante la Seconda Guerra Mondiale, più di 70.000 bambini furono evacuati dalla Finlandia alla Svezia per essere adottati: questa è la storia di uno di questi bambini. Perduto il padre e lasciato dalla vera madre, il piccolo si trova in una terra sconosciuta, con nuovi genitori che parlano una lingua che non conosce. La madre adottiva inizialmente non riesce ad accettarlo, ancora in lutto per la morte della figlia. La vicenda ha uno sviluppo straziante nel momento in cui il piccolo protagonista, ormai sereno con la nuova famiglia, viene costretto a tornare dalla vera madre. Nelle ultime scene lo si vede ormai anziano raccontare alla madre il suo dolore, nell’avere due madri, ma non poterne aver amato nessuna.

Il regista ha scritto: “Il mio obbiettivo era fare un film emozionalmente forte e visivamente coinvolgente sul destino di uno di questi bambini della guerra. Il contrasto tra il mondo della guerra e le esperienze di un bimbo è un punto di partenza convincente per raccontare una storia toccante. Il film, proposto ad un pubblico di adulti, offre agli spettatori la possibilità di identificarsi con sentimenti e i pensieri attraverso cui possono vedere la loro stessa vita alla luce di una prospettiva di riconciliazione e di pace”.

La discussione è stata tenuta nel pomeriggio dallo psicoanalista finlandese Christel Airas e dai due sceneggiatori Jimmy Karlsonn, svedese, e Kirsi Vikman, finlandese. I due sono sposati, vivono in Finlandia e hanno due figli, di cui l’ultimo nato mentre veniva girato il loro film

Il pubblico, ancora emozionato dalla visione del film, ha potuto capire che esso può muovere sentimenti estremamente profondi perché scritto da persone che hanno avuto esperienze personali particolarmente forti, connesse alla separazione e alla perdita. I due scrittori hanno sottolineato l’importanza che, in queste esperienze, può avere il conoscere la verità, perché solo attraverso questa è possibile l’elaborazione.

Questi due temi sono stati approfonditi durante la discussione, insieme a quello del trauma della guerra e delle conseguenze emotive che i bambini possono sviluppare.

È emerso infine il problema dell’interiorizzazione di una figura materna consistente, affidabile e prevedibile per lo sviluppo della personalità, ricordando che la traduzione esatta del titolo sarebbe stato “La migliore delle madri”.

Nella stessa mattinata è stato proiettato il film Primo Amore, del regista italiano Matteo Garrone (2004). Il film, che prende spunto da una storia realmente accaduta, racconta della relazione tra un uomo e una donna che si sviluppa drammaticamente in una follia a due. Ambientato in Veneto, di cui gli attori parlano il dialetto, è diretto in modo crudo ed estremamente realistico. Il protagonista Vittorio desidera una donna “magra”: attraverso un annuncio incontra Sonia, che costringe a dimagrire spaventosamente. Sembra che voglia plasmare la sua mente ed il suo corpo come fa nel suo laboratorio di oreficeria con i gioielli. Sonia appare come prigioniera nella rete in cui l’uomo l’ha trascinata e, insieme a lui, si isola in una torretta in mezzo al verde perdendo progressivamente i contatti con la realtà.

Nel pomeriggio il regista ha incontrato il pubblico in una discussione coordinata da Paola Golinelli. Maria Vittoria Costantini, psicoanalista e docente di psicologia dinamica, ha presentato e commentato l’opera cinematografica di Garrone, sottolineando la sua capacità di cogliere con precisione e con acute intuizioni “poetiche” tematiche inerenti alla relazione mente-corpo. Sia nel film L’imbalsamatore, sia in Primo amore è argomento ricorrente la ricerca di un ideale corporeo, nel primo collegata al desiderio onnipotente di conservare nel tempo il corpo plasmato ed imbalsamato, nel secondo attuata tramite la de-carnalizzazione del corpo femminile illusoriamente così privato di “imperfezioni” e scarnificato all’osso. Il film permette anche di riflettere sullo sviluppo di una relazione di tipo perverso, in cui uno dei due soggetti introduce costrittivamente una parte scissa di sé nell’altro che collude e ne diviene complice. Secondo questa lettura la Costantini in un primo momento sottolinea come in tal caso il vero anoressico sia Vittorio stesso e non la ragazza. Rimane un dubbio importante, nato dal finale volutamente ambiguo: muore davvero il protagonista cui finalmente la ragazza si ribella con forza, oppure le ultime parole (“non è successo niente”) potrebbero essere i rantoli tanto di Vittorio quanto della donna, ormai simbioticamente fusa e inglobata dal suo persecutore. A questo punto si fa strada una diversa interpretazione: la relazione perversa tra i due potrebbe essere la rappresentazione esternalizzata del tormentato mondo interno di un’anoressica e del suo terribile e primordiale conflitto con il persecutore interno, in tal caso proiettato ed assunto in toto dalla figura di Vittorio.

Garrone ha risposto con simpatia e trasporto alle domande del pubblico palpabilmente sconcertato dalla durezza delle immagini. Il regista ha sottolineato che per lui la scelta di un progetto è collegata effettivamente alla forza delle immagini più che alla storia, ricordando il suo passato di pittore.

Nel pomeriggio di sabato è stato proiettato Wolfsburg (Germania, 2003), presentato alla 53° berlinare nel 2003. Il regista Christian Petzold, è conosciuto per l’alta qualità estetica delle sue opere: vincitore nel 2000 di un prestigioso primo premio ai German Awards con Die Innere Sicher-heit (The State I Am In), la storia di una famiglia di terroristi, nel 2001 ha girato un Toter Mann (Dead man), la vicenda di una donna alla ricerca della vendetta per l’omicidio della sorella.

Wolfsburg ci coinvolge nella tragica storia di un giovane rampante che, accidentalmente, uccide in un incidente d’auto un bambino e, incapace di confessare, espia il suo peccato perdendo lentamente tutto (fidanzata, lavoro, casa, soldi). La storia, rappresentata con delicatezza, ha dei momenti di grande intensità.

“Wolfsburg è la storia di una catastrofe, di una caduta inarrestabile. Ma è anche una storia d’amore” – dice Petzhold – “Si parla di potere dei motori, in questo caso la vita, e di un incidente che inceppa i meccanismi”.

Alla discussione, condotta da Gerahald Schneider, oltre al regista è intervenuto lo psicoanalista Ralf Zwiebel. Quest’ultimo ha parlato della sua rezione emotiva come spettatore, sottolineando la forza delle immagini e della struttura narrativa, che inducono sentimenti ambivalenti. Ha rilevato quelle che sono le problematiche centrali sollevate dal film: la colpa reale ed inconscia, la “perversione della riparazione” a tutti i costi e la perdita dell’empatia verso l’altro.

A Glen Gabbard è stato poi affidato il compito di esporci dal vivo il suo ben noto contributo all’osservazione con occhio psicoanalitico dello schermo cinematografico e di quali reciproci arricchimenti ne possono derivare. Lo psicoanalista al cinema è uno spettatore particolare, in quanto possiede strumenti tecnici specifici e ha familiarità con gli elementi del mondo interno. In sintesi, ora può coglierne significati , segni e simboli interpretabili, ora occuparsi degli aspetti critici evolutivi o psicopatologici dei personaggi, ora rilevare le risonanze affettive profonde che le immagini possono suscitare nello spettatore. Infine, si può considerare il film come un sogno applicandovi i concetti classici di condensazione, spostamento e così via, quanto le più recenti evoluzioni teoriche che considerano la capacità onirica una funzione psichica elaborativa e costruttiva.

L’interessante discussione dal pubblico oltre a sviluppare queste tematiche, ha fatto emergere altre prospettive quale per esempio quella che propone di accostare la rappresentazione visiva cinematografica e quello che muove nello spettatore al concetto psicoanalitico francese di “raffigurabilità”.

Nel tardo pomeriggio Bernardo Bertolucci è stato nominato Membro Onorario della British Psychoanalytical Society. La breve e commovente cerimonia si è conclusa con la proiezione di circa mezz’ora di una serie di sequenze, preparate da Bertolucci per l’occasione, tratte dai suoi film più amati.

La serata si è conclusa con un divertente dinner and dance party a bordo della nave Dixie Queen, dalla quale si è potuto assistere ad un emozionante spettacolo pirotecnico lungo il Tamigi.

La domenica mattina si è svolta la discussione plenaria, tenuta da Andrea Sabbadini, Laura Mulvey e Glenn Gabbard, durante la quale il pubblico ha potuto scambiare con gli organizzatori opinioni costruttive, utili alla preparazione della prossima, attesa edizione del Festival.

Dunque, appuntamento a Londra fra due anni, al EPFF4!