“Il buco” di G. Gaztelu-Urrutia. Recensione di F. Salierno

Autore: Flavia Salierno

Titolo: “Il buco” (El Hoyo)

Dati sul film: regia di Galder Gaztelu-Urrutia, Spagna, 2019, Netflix,94 min.

Genere: Horror, thriller

 

 

 

 

“Ci sono tre classi di persone, quelli di sopra, quelli di sotto, e quelli che cadono”, questo l’incipit di un film che già da subito conduce lo spettatore in un tranello, ovvero quello di agganciarlo immediatamente ad una metafora, troppo palese ed evidente per essere l’unica possibile.

Prendi le metafore della lotta di classe, dell’avidità e dell’ingordigia umana, della sopraffazione del più ricco e potente sul povero e derelitto, e puoi infilarti in un capolavoro o in una farsa. Prendi gli aspetti negativi di una società, un’utopia al negativo, immaginane un futuro infausto e costruisci un film. È un thriller distopico, infatti, “Il buco”, a tratti horror, a tratti volutamente splatter. Il film, presentato al Torino Film Festival, ha vinto il premio della Scuola Holden, ed è stato premiato anche a Toronto e Sitges, oltre a vincere il Goya, il più alto riconoscimento del cinema spagnolo, per gli effetti speciali. Sappiamo che il cinema non è solo quello che viene detto, ma anche come viene detto, come è evidente in quest’opera.

Ci si interroga da subito sulla scelta volontaria del protagonista, Goreng (Iván Massagué), di entrare nella “fossa”, prigione verticale, costruita su livelli. Può portare solo una cosa con sé e lui sceglie un libro, il “Don Chisciotte”, il cavaliere che fallisce tutte le sue avventure e che cozza con la realtà, dall’illusorietà dei suoi ideali: come un flashforward, uno spoiler deliberato, sulla trama a venire. Il nostro protagonista quindi prende dimestichezza sulla “fossa”, dove i prigionieri vengono nutriti grazie a una piattaforma che procede di piano in piano e che passa attraverso “il buco” centrale. È imbastito un enorme banchetto sulla piattaforma e il cibo viene consumato col tempo massimo di due minuti. I commensali, due per livello, ne consumano quanto più possibile, soprattutto nell’ottica di lasciarne il meno possibile al piano inferiore. Gli scarti, quindi, procedono sulla piattaforma al livello sottostante, corredati di sputi di scherno per chi si trova al di sotto. Più si è a un piano inferiore, peggiore è anche il cibo a disposizione, lasciando morire di fame chi, via via ,si trova più sotto. Se tutti i carcerati prendessero solo quanto basta a sopravvivere, ci sarebbe abbastanza cibo per tutti. Ma questo non avviene, ovviamente, perché non sono queste le leggi che determinano il comportamento della vera natura umana, soprattutto in cattività. L’unica legge possibile è la sopraffazione. Goreng ha una guida (l’attore Zorion Eguileor), come Virgilio per Dante nei gironi infernali.

“La fossa”- cosi viene chiamata la prigione verticale – richiama alla mente “il pozzo” del girone infernale dantesco. Parallelepipedo in altezza la prigione del film, imbuto a forma di pozzo scosceso l’inferno di Dante. Su livelli il primo, struttura a spirale il secondo. In comune i dannati e la crescente gravità del loro peccato. E il terrifico scenario. L’impianto scenografico del film, infatti, i suoi colori grigi e tetri forniscono allo spettatore un vissuto claustrofobico che ben si sposa col periodo di quarantena che stiamo vivendo a causa del Coronavirus. La visione di questo film si muove come metafora di un incubo che ruota intorno agli aspetti peggiori di una società ad altissimo potenziale autodistruttivo. L’aggressività dei protagonisti del film è manifesta cosi come è aggressivo l’utilizzo delle inquadrature, quello dei primi piani e la maggior parte delle scene con fiumi di sangue e morte. Dalle tonalità buie del film a quelle delle fosse comuni negli Stati Uniti o dei crematori intasati del nord Italia il passo è breve. Le associazioni libere si producono al suono dell’angoscia che non smette in questi giorni di far sentire le sue note. Come quelle delle ambulanze che si susseguono ininterrotte, soprattutto in certe zone del nostro bel Paese. E forse le reazioni somatiche che anche si provano nella visione cruenta del film, si allineano con la difficile digestione dei continui notiziari. Digestione, appunto, di vissuti di difficile pensabilità, tanto da portarci a una continua convivenza con una nausea che testimonia l’ingestione metaforica di troppo cibo per il nostro stomaco. Ed è proprio il cibo ad essere un altro dei temi centrali intorno al quale si snoda il film. Per eccesso e per difetto, dalla preparazione del banchetto da chef di alto rango, al cannibalismo, divenuto necessario alla sopravvivenza in molti dei livelli della “fossa”. E come metafora di potere su chi può averne tanto e chi niente. “Non puoi parlare con quelli di sopra”, “Perchè?” “Perché stanno di sopra, ovvio”, “Non puoi parlare con quelli di sotto”, “Perchè?”,  “Perché stanno di sotto, ovvio”, si sente ripetere nel dialogo tra il protagonista e la sua “guida”, con l’ironia dell’ovvietà.

Volutamente grottesco, volutamente assurdo e caricaturale, ci vuole uno stomaco forte, appunto, per digerire le scene de “Il buco”. Nel film si oscilla tra i due propositi del protagonista del film, ovvero quello di arrivare al livello superiore attraverso anche la costituzione di una “solidarietà spontanea” (termine ripreso dal film), e la salvezza dell’unica bambina nascosta ai piani inferiori della prigione. Alla solidarietà non si arriva spontaneamente, ma solo a suon di mazzate, e alla salvezza della bambina solo attraverso una rinuncia. L’autoironia del film si materializza anche nella scelta di una panna cotta come eventuale messaggio messianico. Si potrebbe disquisire a lungo sulla forma, sul contenuto, sul dato simbolico della scelta di questo “dolce”, ma si rimane col dubbio che il regista abbia voluto proprio trarci in inganno col suo aspetto volutamente concreto. Una panna cotta, infatti, in fondo, è solo una panna cotta.

Lasciandoci nell’oscillazione tra il riso e il disgusto, “Il buco” è un film che fa parlare di sé, nel bene e nel male, liberi nella scelta delle tante possibili strade interpretative, o facendo sedimentare il pensiero, come si fa con un vino particolare, lasciandolo in sospeso, nell’attesa di capire se ci piaccia o no.

 

Aprile 2020