Il capitale umano

Dati sul film: regia di Paolo Virzì, Italia, 2013, 109′

Trailer: 

Genere: drammatico

Trama

Il film è ambientato, come ha dichiarato il regista, in un “paesaggio gelido, ostile e minaccioso”, che lui ha trovato in Brianza, tirandosi addosso, quasi inconsapevolmente, polemiche gratuite. Appare evidente che questi aggettivi, infatti, non possono essere collegati a un luogo geografico preciso, ma descrivono un’atmosfera, carica di tensione e angosce, che si potrebbe respirare proprio là, dove il ‘capitale umano’, cioè – in gergo assicurativo – il valore della vita umana, sia misurata con parametri dis-umani. Un posto qualsiasi, quindi: dalla Sicilia di Salvo (Grassadonia e Piazza, Italia 2013) alla New York di Blue Jasmine (Allen, USA 2013) fino, semplicemente, al luogo in cui ognuno di noi vive. Ovunque un ciclista può essere travolto da un’auto pirata e abbandonato sul ciglio della strada. Questo è l’evento dal quale si sviluppa la trama del film e di riflesso al quale prendono via via consistenza i protagonisti del film: il ricco Giovanni (Gifuni), pescecane che ‘ha scommesso sulla rovina dell’Italia’ (e ha vinto), sua moglie Carla (Bruni Tedeschi), infelice e nevrotica, il loro figlio Massimiliano (Pinelli), che si ubriaca e non ricorda quello che fa, lo squallido agente immobiliare Dino (Bentivoglio), la sua compagna psicologa Roberta (Golino), tutta concentrata sulla sua gravidanza gemellare e tardiva, sua figlia adolescente Serena (Gioli) e il suo scomodo innamorato Luca (Anzaldo). Questi ultimi, lei la bella disposta a tutto per amore, lui il ragazzo sfortunato, emarginato e tenebroso, cercano di salvarsi, come possono, la vita. Attorno a loro altri personaggi, ognuno con una sua ben definita identità e ruolo nello svolgersi della vicenda.

Andare o non andare a vedere il film?

Un film sorprendente, convincente, toccante, con prestazioni attoriali eccezionali, sceneggiato insieme a Bruni e Piccolo, è ispirato a un romanzo dello scrittore statunitense Stephen Amidon. Mantiene un ritmo serrato da thriller senza perdere quella consistenza di ‘commedia umana’ della migliore tradizione italiana: l’ibridazione tra culture diverse ottiene il risultato di dare un respiro davvero universale alla narrazione filmica.

Virzì riesce a far sperimentare allo spettatore la stessa storia vissuta da ciascuno dei personaggi, con un gioco di identificazioni e dinamiche soggettive e intersoggettive che coinvolge profondamente, nonostante risultino in qualche passaggio scontate.

Un film imperfetto, forse, ma come lo è la vita. Caratteristica che lo rende autentico e vitale.

La versione di uno psicoanalista

Questo film riesce a mostrare, grazie alla ‘visione’ da vertici diversi, sapientemente intrecciati tra loro, come esista un ‘mondo interno’ che fa propri elementi di realtà e li rielabora in modo completamente soggettivo; come la verità non corrisponda alla realtà, se non alla fine della propria vita. Nel concentrarmi nello scrivere ‘qualcosa di psicoanalitico’ su questo film, mi son trovata vittima della ‘sindrome del millepiedi’: presa da un ventaglio di possibilità, difficile sceglierne una, decidere quale zampetta muovere per prima. Il mondo del narcisismo, della nevrosi, del rapporto tra contenitore e contenuto, quello della colpa, della paura, tutto ‘pane per i nostri denti’. Mi limito quindi a mettere in luce la convincente rappresentazione del mondo dell’adolescenza: il difficile percorso per diventare quello che si è, nell’intreccio tra quello che è l’intrapsichico, l’interpsichico e l’intersoggettivo; l’importanza, per non perdere la traiettoria, delle relazioni interpersonali e dell’ambiente in cui si cresce. Un mondo che con quello degli adulti non entra in sintonia, si sfiora, si scontra, non prende contatto. Un’eccezione è, non a caso, la psicologa, che però sembra non rendersi conto di che tipo di uomo è il padre dei suoi figli.

Un particolare molto interessante è, a mio avviso, che Serena rimane colpita da Luca grazie ad un ‘ritratto’ che lui le fa, mentre entrambi aspettano di incontrare proprio Roberta (l’una come ‘figliastra’, l’altro come paziente). È solo uno schizzo a matita, quasi uno scarabocchio, in cui Serena si ‘riconosce’ e che la fa sentire ‘riconosciuta’: l’essere ‘visti’ come ci si sente di essere è un’esperienza necessaria per arrivare a sentire di essere se stessi.

Gennaio 2014