Il giovane favoloso e Near Death Experience

‘Il giovane favoloso’: in concorso, di Mario Martone, Italia, 137′

‘Near death experience’: sezione orizzonti, di Benoît Deléfine e Gustave Kervern, Francia, 87′

 

commento di Elisabetta Marchiori

 

La giornata di oggi è iniziata con la visone del tanto applaudito e, si può ben dire, favoleggiato   ‘Il giovane favoloso’, di Mario Martone, che racconta del grade poeta Leopardi in tre capitoli, scanditi dai suoi versi più sublimi: l’infanzia e l’adolescenza a Recanati, di ‘studio matto e disperatissimo’; la fuga a Firenze con l’amico Antonio Ranieri (Michele Riondino) letterato e patriota, spinto dalla relazione con l’intellettuale liberale Pietro Giordani, che per primo riconosce il suo talento; il periodo trascorso a Napoli, con il colera e l’eruzione del Vesuvio, sempre insieme a Ranieri, dove morirà a soli trentanove anni.

Martone e la moglie Ippolita di Majo scrivono una sceneggiatura (già pubblicata da Mondadori) erudita, ben equilibrata, lineare, frutto di un lungo lavoro di studio su tutti gli scritti del poeta, cogliendo ‘il disagio di sentirsi scomodi nell’esistenza’, come ha dichiarato il regista. Hanno preferito non indugiare sulla natura della relazione con Ranieri, da cui Leopardi era dipendente anche fisicamente, né sull’innamoramento, mai ricambiato, nei confronti di quella Fanny di cui Ranieri era amante. Ben delineato il rapporto con il padre Monaldo (Massimo Popolizio), severo ed estremamente reazionario, che lo ama e lo stima per le sue doti, ma lo tiene legato crudelmente a sé, per cui a Leopardi rimane solo la fuga, in cui si trascina la sua fame d’amore e la nostalgia per una madre che non fosse, come la sua, di ghiaccio. Martone, con una bella intuizione, attribuisce le sembianze austere e anaffettive della madre alla rappresentazione di quella Natura che ‘tanto inganna i figli suoi’.

Emerge il ritratto di un uomo geniale, prigioniero in contenitori troppo stretti per lui: la famiglia, il corpo deformato dal morbo di Pott, così debole ‘da non riuscire a sviluppare una malattia mortale’, e un’Italia ‘che era ed è ancora un paese tagliato su misura per vecchi, conformisti e mediocri’, come scrive Curzio Maltese su la Repubblica (2/9/2914).

L’intelligenza, la cultura, la sensibilità, l’animo appassionato e la disperazione di Giacomo Leopardi, sia come uomo sia come poeta e filosofo, vengono mirabilmente resi dalla recitazione intensa, eppure mai forzata di Elio Germano, che ne incarna lo spirito ma, anche, in modo sorprendente, il corpo. Nei suoi occhi la luce del desiderio e della curiosità è sempre accesa, la sua voce interpreta le poesie senza mai declamarle, proprio se riuscisse a cogliere il momento in cui il poeta andava creandole.

Il film di Martone è quindi un film importante. Richiama l’attenzione sulla necessità di mettere in salvo quanto abbiamo di prezioso della nostra cultura in questi tempi di ‘mutazione’ come direbbe, sulla scia di quanto sostenuto da Italo Calvino, Alessandro Baricco: ‘Nella grande corrente, mettere in salvo ciò che ci è caro. È un gesto difficile perché non significa, mai, metterlo in salvo dalla mutazione, ma, sempre, nella mutazione. Perché ciò che si salverà non sarà mai quel che abbiamo tenuto al riparo dai tempi, ma ciò che abbiamo lasciato mutare, perché ridiventasse se stesso in un tempo nuovo’.

È un film che, in quest’ottica, fa rivivere e ridiventare Leopardi se stesso, attraverso uno sguardo attuale e pieno d’amore, che coinvolge lo spettatore, gli riaccende ricordi di pomeriggi a studiare versi a memoria, lo invoglia a rileggerli o leggerli, lo contagia. Penso che dovrebbe essere proiettato agli studenti delle scuole: è una grande lezione sulla poesia, su come e da dove possono nascere versi sublimi. E mostra che, per fare arte, il talento si deve accompagnare all’apprendimento e alla costanza.

A mio parere, tuttavia, il film è penalizzato dalla sua lunghezza, dall’eccessiva meticolosità nel confezionamento, che a tratti fa ricordare lo ‘sceneggiato’ storico televisivo, da un livello eccessivo di saturazione che creano, tra immagini e spettatore, un certo distacco che non consente al film di diventare davvero, esso stesso, poesia.

 

Dalle vette delle riflessioni leopardiane sulla condizione umana trattate con estrema serietà da Martone, sono passata al film dei due cineasti francesi Deléfine e Kervern che, per mettere in scena le loro ‘esperienze vicino alla morte’, tragiche e nello stesso tempo di assurda comicità, scelgono come protagonista il poliedrico e discusso famoso scrittore e regista francese Houellebecq. É lui Paul, un impiegato alcolista e incallito fumatore, dal viso stralunato, lo sguardo perso nel vuoto, senza dentiera, spettinato e dall’aspetto disfatto che, in preda alla più cupa depressione, quella che si chiama Sindrome di Cotard, la convinzione di essere morto, decide di mettere fine alla sua esistenza fisica.

Salutata la famiglia, vestito di una ridicola tenuta da ciclista con il marchio BIC stampigliato sulla maglietta e i calzini con cuoricini, inforca la bici per poi avventurarsi a piedi sulle montagne. Paul rende partecipi gli spettatori dei suoi pensieri più cupi e bizzarri e si fa accompagnare nei suoi maldestri tentativi di gettarsi nei dirupi, più volte impediti dall’arrivo di passeggiatori: ‘per uccidersi ci vuole coraggio, ma anche fortuna’. Paul incarna il quadro clinico della depressione endogena più grave in modo straordinario, con elementi deliranti resi dai registi con trovate geniali. Per esempio, Paul ricostruisce la sua famiglia con montagnole di pietre, tipo totem, e spiega le ragioni della sua scelta a moglie e figli con frasi tipi ‘meglio un padre morto che un padre senza vita’. Ripercorre la sua esistenza cercando le ragioni della sua progressiva perdita di vitalità, del suo distacco dal mondo, dalla perdita di interesse e piacere per qualsiasi cosa, senza trovarle. ‘Parli troppo e non ti suicidi abbastanza’, lo rimprovera una voce.

Mi rendo conto che descrivere a parole un film come questo è praticamente impossibile, bisogna vederlo. Credo che per alcuni spettatori possa risultare davvero ostico e indigesto, nella sua commistione tra cinema, letteratura e una colonna sonora in perfetta sintonia con la follia del protagonista. Perché trascina lo spettatore dentro la follia, autentica, del personaggio. Una follia che appartiene alla condizione umana e non è facile comprenderla né accettarla. ‘Bisognerebbe prendere la vita per quello che è’, dice tra sé Paul. Ma non tutti, come lui, ci riescono. Soprattutto da soli.