Il matrimonio che vorrei

Dati sul film: David Frankel, USA, 2012,  100 min.

Genere: Commedia

Giudizio: *** 3/5

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Trama: Il menage della coppia formata da Kay (Meryl Streep) e Arnold (Tommy L.Jones) dopo trent’anni di matrimonio è veramente monotono e ripetitivo: solo la vita sotto il medesimo tetto accomuna questi due coniugi che sembrano non avere più niente da dirsi o da raccontarsi o da condividere; dormono in camere separate e l’intimità sembra essere sparita man mano che i figli crescevano. Kay molto “vera” nel ruolo di moglie frustrata, inascoltata e fondamentalmente sola, cerca di riaccendere la passione in Arnold proponendo, per entrambi, una psicoterapia dal dott.Feld nel Maine; Arnold è un bancario che vive solo di soldi e concretezza, con l’abitudine soporifera di guardare partite di golf e, a fatica, accetta la proposta della moglie. Mentre Kay è disponibile a mettersi in gioco di fronte al terapeuta, lui è rifiutante e pieno di resistenze. Tuttavia, dopo un tentativo di interruzione, la cura prosegue e ottiene i risultati che aveva “promesso” . Insomma il lieto fine è assicurato e l’America si dimostra ancora una volta, terra di guru solidi e pragmatici che rapidamente raggiungono lo scopo che si sono prefissati. Il film termina su questa coppia che sembra aver riacquistato la vicinanza emotiva e la propria intimità fisica. Ma vissero felici e contenti?…

Perché andare o non andare a vedere questo film: Il film può essere visto senza il desiderio di grandi aspettative artistiche; gli attori sono molto capaci nei rispettivi ruoli e questo li rende autentici come donna e come uomo con difficoltà e problemi di relazione; in questo il film è onesto e attendibile. Ciò che non torna è la fiabesca illusione che la trama lascia nello spettatore e cioè che, nella coppia, tutto viene sistemato dopo una settimana di Psicoterapia! Forse ciò può andar bene per il gusto dai toni pastello della middle-class americana: con queste angolature cosi ovvie e un poco banali la storia si tiene sul generico e rappresenta bene anche gli stereotipi del maschile e del femminile, con buon esito finale, senza autenticità

La versione dello psicoanalista: Durante una seduta di psicoterapia, alle domande dirette del dott.Feld, si capisce che l’inibizione sessuale tra i coniugi era iniziata proprio da un comportamento rifiutante di Kay, mentre, fino a quel punto del film, sembrava essere Arnold “l’uomo senza desiderio”, in realtà il declino della passione era sorto dai rifiuti di lei. Questo, proprio questo, sarebbe stato uno spazio di pensiero molto interessante da approfondire nel film, che avrebbe aperto sul tema della colpa e sul desiderio di riparazione; avrebbe richiesto un approfondimento nel dialogo e nello svolgimento della storia. Ne sarebbe derivato un lavoro più intenso e di spessore sui sentimenti e sugli affetti che legano le persone; forse invece di andare verso un lieto fine “americano”  si sarebbe potuto insistere, in modo più “europeo”, sulla caduta delle illusioni che portano alle delusioni che ogni matrimonio attraversa e che nessuna terapia della durata di sette giorni può eliminare.

Probabilmente esiste anche un risvolto sociale molto attuale nelle trama del film, e cioè che, nella situazione che universalmente le società, cosiddette evolute, stanno vivendo, le separazioni tra coniugi cominciano a diventare troppo “costose” sia in termini economici che in termini affettivi, anche negli USA sta accadendo questo fenomeno e non è più tempo di matrimoni “mordi e fuggi” è preferibile “aggiustare” attraverso la terapia di coppia che pedagogicamente dà qualche suggerimento per “tirare avanti”. 

Novembre 2012