Interstellar

Dati sul film: Regia di Christopher Nolan, USA 2014, durata: 169 min.

Trailer: 

Genere: Drammatico/Fantascienza

Trama: In un futuro non lontano, un flagello di origine sconosciuta sta distruggendo le coltivazioni terrestri. Quasi tutti gli uomini sono diventati, così, agricoltori per supplire alla carenza pressochè assoluta di cibo. La scienza sembra inerme di fronte al destino catastrofico cui sta andando incontro l’intera umanità. L’ex-astronauta della NASA Cooper, mai andato nello spazio profondo, scopre, attraverso un’intuizione della figlia Murph, che un centro NASA è ancora segretamente attivo e sta lavorando per raggiungere una sorta di passaggio interstellare apparso vicino al pianeta Saturno, capace di mettere in comunicazione i terrestri con una nuova, lontana galassia in grado di ospitare la vita. Contro il volere della sua famiglia, Cooper partirà per questa missione apparentemente impossibile, ultimo, estremo tentativo per salvare l’umanità dalla catastrofe ambientale.

Andare o non andare a vedere il film: dopo film che si muovono deliberatamente sul confine tra il puro intrattenimento fantascientifico e l’esercizio di stile registico-visionario (vedi “Inception”, 2010 e “Il Cavaliere Oscuro”, 2008), Nolan decide di misurarsi con temi di maggior spessore etico, se non addirittura filosofico-metafisico, pur rimanendo saldamente all’interno di un intertainment che vuole raggiungere un pubblico il più vasto possibile. Operazione difficilissima, naturalmente, che tuttavia il regista di origine londinese riesce magistralmente a portare a termine. Nel suo “Interstellar” Nolan porta alle estreme conseguenze il suo stile narrativo non-lineare, la cui essenza spreme fino all’ultima goccia obbligando lo spettatore a essere concentrato dal primo fino all’ultimo minuto di pellicola. Complice una sceneggiatura dall’architettura genialmente strutturata da Nolan stesso con il fratello Jonathan, il film possiede una potenza visiva straordinaria, che rimanda immediatamente a 2001: Odissea nello spazio (1968) di Stanley Kubrick. L’utilizzo di un montaggio alternato molto veloce e spiazzante, consente a Nolan di sviluppare più filoni narrativi contemporaneamente, secondo modalità “trasgressive” e originalissime rispetto ai soliti stilemi della commedia hollywoodiana classica. I paesaggi intergalattici e planetari attraversati dalla Missione Lazarus e dal coraggioso astronauta Cooper, diventano poi veri co-protagonisti di un film che possiamo ben definire una pietra miliare del genere fantascientifico contemporaneo. Una colonna sonora “sinfonicamente” all’altezza delle immagini, accompagna poi suggestivamente la drammatica escalation che caratterizza molte significative sequenze. Notevole il lavoro sui sottotesti filosofici e scientifici che Nolan chiama a raccolta all’interno del tessuto narrativo dispiegato sotto gli occhi di chi guarda: in primis il tema della relatività del tempo, inteso dal regista come costrutto che più di altri rappresenta l’umano, ed è essenzialmente generato dall’intersezione tra realtà soggettivo-affettiva e realtà fisico-biologica. Difetti? Un finale troppo rapidamente risolto nel quale importanti interazioni tra i personaggi (in particolare quella tra Cooper e la figlia Murph) risultano un po’ sacrificate.

La versione dello psicoanalista: la temporalità e le sue declinazioni sempre oscillanti tra dimensione inconscia e dimensione preconscio-conscia, è uno dei cardini concettuali fondamentali della psicoanalisi (vedi il concetto di Nachträglichkeit), nozione che diventa anche asse organizzatore del concetto freudiano di transfert (ma anche di quello, ad impronta kleiniana, di transfert come situazione totale, vedi Betty Joseph, 1981), nonché della teoria freudiana dei due tempi del trauma. Il film di Nolan esplora il tema della temporalità come ovviamente può farlo un artista, ma proprio per questo le sue intuizioni risultano molto evocative e in grado di aprire orizzonti di riflessione soprattutto rispetto al tema del “coraggio di osare”, di andare oltre il tempo e i limiti che il tempo medesimo inesorabilmente ci pone. Sembra quasi, nel film, risuonare l’idea bioniana di “fede”, e il film stesso fa tornare alla mente la stessa griglia di Bion, costrutto teorico entro cui troviamo, intrecciate tra loro, la dimensione del mito, del sogno, del pensiero onirico (fila C) con quella del sistema deduttivo scientifico (fila G). Il film è, certo, come un sogno, ma il sogno è sempre strettamente legato allo sviluppo del simbolo, del linguaggio e del pensiero. Nolan sa “interpretare” tutto questo in modo creativamente magistrale.

Novembre 2014