“Noi” di J. Peele. Recensione di Amedeo Falci

Autori: Amedeo Falci

Titolo: Noi (Us)

Dati sul film: Regia di Jordan Peele, USA 2019, 116’

Genere: Horror

 

IL RITORNO DEL RIMORSO E L’AGNIZIONE DEL FORCLUSO

 

Una famiglia middle-class afroamericana – padre, madre, due figli – è in vacanza al mare di Santa Cruz, California. Le cose si mettono male quando, a sera, nella penombra, si stagliano le sagome di quattro sconosciuti. “Ma siamo noi”, mormora angosciata la figlia” (qui mi fermo per discrezione, ma non potrò parlare del film senza qualche inevitabile spoiler: il lettore è quindi avvertito!)

 

Amare il cinema implica una curiosità, un piacere di voler vedere tutto. Rifiutare le comode categorie critico-cinematografiche di alto e basso, oltre che mettere in crisi il nostro orizzonte estetico, ci permette di capire come il cinema sia una estesissima trama continua di rimandi, dove gli autori guardano verso altri autori, con continuità e rotture, dialoghi e confronti, imitazioni e citazioni, omaggi e furti, non meno che nell’arte e nella letteratura. In questa trama lo spettatore è solo una trascurabile variabile (o quasi), basta che si diverta, si terrorizzi anche, se gli piace, paghi il suo biglietto e, se proprio vuole, cerchi di godere dei giochi dei rimandi.

Così per il quarantenne Jordan Peele, con un consistente curriculum come attore e sceneggiatore comico e, poi, la svolta decisiva di “Scappa” (“Get out”, 2017), film da lui ideato, sceneggiato e diretto. Sorprendente e originale horror-thriller-comedy, originalmente percorso dalle venature umoristiche del suo autore.

Grande successo al botteghino, e “winner” agli Oscar 2018 come migliore sceneggiatura originale (da vedere assolutamente!), “Scappa” riprende il modello degli horror movies anni ’70-’80, del genere “intrappolati ignari in una casa dove te ne combineranno di tutti i colori”, innestandolo con l’esplicito tema delle inestirpabili radici del cripto razzismo in USA, degli abusi razziali dei “white” versus i “black”, mostrando come tutti i bianchi, nel film, siano liberal, progressisti e pro-Obama, ma anche molto molto cattivi. “Get out” è un film sapiente nell’uso delle regole del thriller, e con un paio di eccellenti “twist” di sceneggiatura, vale a dire quei colpi di scena che spiazzano lo spettatore. Il primo è quando si capisce come i bianchi, dietro la maschera affabile, in realtà vampirizzino i neri con trapianti dei loro cervelli per rivitalizzarsi contro i decadimenti della vecchiaia; il secondo mi rifiuto di rivelarlo per chi volesse godersi il film (e vale la pena di goderselo).

 

Tornando alla seconda prova del regista, non da meno questo “Noi” strizza l’occhio ai generi tipici degli anni ’70 -‘80, con una intera famiglia “black” come protagonista. Il film ammicca prima al genere “vacanze al mare con terrore”, vedi “Lo squalo” (“Jaws”, 1975) di Spielberg: il ragazzino ha giusto una t-shirt con stampato su “Jaws”, e le scene di angoscia in spiaggia sono esattamente le scene di panico sulla battigia del film di Spielberg. Ma non è lo squalo bianco in arrivo, bensì il primo dei Doppelgänger. Seguono citazioni del genere “L’ultima casa a sinistra” (1972) di Wes Craven e “Non entrate in quella casa” (1980) di Paul Lynch, dove giovani avventurosi quanto sconsiderati si infilavano in abitazioni in cui non avrebbero dovuto mai infilarsi, finendo sul ceppo del macellaio (film politici, si è scritto, malgrado le apparenze? Metafore delle carneficine vietnamite?). Non manca l’esplicito omaggio a “La notte dei morti viventi” di George A. Romero (1968), e nemmeno può sfuggire come la subdola invasione dei Doppelgänger rimandi agli alieni che ne “L’invasione degli ultracorpi” (1956) di Don Siegel (film di iperculto, con ben tre remake successivi) si sostituivano silenziosi e inespressivi agli umani. Allo stesso modo la passerella sulla spiaggia di Santa Cruz, dove la bambina trova la funhouse of mirrors è la stessa location (e simile è il plot di umani in trasformazione) di “Ragazzi perduti” (1984), di Schumacher.

Quindi simpatico horror citazionista e qualche incerto accenno al “disagio della civiltà” americana: si tratta del razzismo o di che altro? Il film si colloca temporalmente qualche decennio dopo il 1986, anno del famoso “Hands Across America” – citato con filmati d’epoca proprio in apertura – un evento pubblico che coinvolse qualche milione di persone che, tenendosi per mano, formarono una catena umana attraverso il paese per raccogliere fondi destinati all’assistenza alle fasce sociali più deboli degli U.S.A.

I nostri doppi provengono dunque dal residuo fallimentare della lotta alla povertà? Il popolo “rimosso” degli abbandonati ritorna a farsi visibile, ma sotto forma di doppi resi mostri dall’annientamento di classe, e dal fallimento dei programmi sociali di lotta alla povertà? Peele insinua, ma non mantiene, anche un discorso su un incombente senso del Male, come nei romanzi di Stephen King. Guardare la bellissima scena di inizio del film, con la bambina che si infila incautamente nella funhouse of mirrors “Find Yourself”: nerissima la piccola su uno sfondo più che nerissimo, scintillano solo gli occhi. Sinistri pupazzi, corridoi bui, un sinistro fischiettare, e specchi dove si ritrova la propria immagine, evocano inquietanti anticamere dell’inferno dove l’innesto tra “amusement park” e horror appare un esplicito richiamo a “It” di King.

Solo in un punto si coglie l’ispirazione di Peele ad un modello filmico più drammatico: quando i doppi intrudono in casa per aggredire la famiglia. Qui il regista, solo per pochi frammenti, mutua l’idea della famiglia indifesa e esposta dall’angosciosissimo “Funny Games” di Haneche (nelle sue due versioni, 1997 e 2007) – uno dei film più disturbanti che si possano vedere, e riflessione sul Male puro e privo di senso – come testimoniato dalle scene chiave del padre azzoppato dalla mazza da baseball (in Haneche da una mazza da golf), e dal tentativo di gettarlo legato nel lago (in Haneche tocca alla madre).

Sfiorando soltanto questo discorso sul Male, Peele ripiega su spiegazioni eteroclite, contraddittorie e ingarbugliate. Flirta con il genere apocalittico-fantascientifico facendo dei “doppi” una sorta di revenant che riemergono dall’inferno dei sotterranei, dei sottopassaggi, delle linee metropolitane abbandonate degli Stati Uniti. Us=US=United States: è il ritorno del rimosso americano? È la grande massa di vittime e di reietti che il colonialismo prima, e il sistema americano poi, hanno relegato nei sotterranei della storia? E ancora l’esistenza di un “popolo di sotto”, suggerisce, nella pluralità di spiegazioni di Peele, anche una sorta di “Matrix underground” di cloni creata dal potere per qualche sconosciuta ragione sperimentale (vedi gli insistenti riferimenti ai conigli richiamati da quello stampato sulla t-shirt della ragazza: ma, ci chiediamo, perché i conigli?). Un sottosuolo (da esperimenti pazzi o direttamente infernale?) dove ci sono le nostre copie maligne (o i nostri originali maligni?), di cui non si comprende chi sarebbe la simulazione di chi. Ma flirta anche con il genere apocalittico-biblico-profetico, con tutte quelle apparizioni dei numeri “11:11”, che rimandano a Geremia che cita l’Eterno: “Ecco, faccio venir su loro una calamità, alla quale non potranno sfuggire”.

Si tratta di pasticci di scrittura che appesantiscono il film di incredulità, e fanno perdere il film nella seconda parte, dopo una prima molto più interessante e lineare, forse il nucleo filmico originale, dove si giocava lo scioglimento dei primi due fondamentali “twist”! del film: chi è la bambina con la (apparente) sindrome da stress post-traumatico trovata nel tunnel? E chi sono i visitatori della notte?

Del terzo e più inimmaginabile “twist” dirò solo che si va ben al di là de “il ritorno del rimosso”. Si tratta semmai dell’agnizione del “forcluso”: il personaggio scopre una sua identità che neanche sapeva di avere, anche se sparsi indizi potevano dare qualche sospetto allo spettatore.

Molto brava Lupita Nyong’o, attrice keniota, premio Oscar 2014 come migliore attrice non protagonista per “12 anni schiavo”, di Steve Mc Queen, che riesce a tenere bene in equilibrio le diverse personalità della protagonista, da ex-bambina con supposta sindrome da stress post – traumatico, a madre angosciata, ad altro. Bilanciata da Winston Duke a cui tocca fare il ruolo del marito pasticcione e goffo, che cede l’iniziativa alla moglie.

Film intelligente, accettabile e godibile, che gioca bene con generi cinematografici così popolari come thriller e horror tentando di parlare di disagi sociali. Ma le ambizioni di “significare” sono tante e spese in tante direzioni, addirittura inflazionate.

L’ipersaturazione di loghi, concetti e immagini fanno parte della sapiente commercializzazione del prodotto, ma qui la disseminazione di simboli è davvero inflattiva. Vedi il poster del film con l’immagina dell’attrice con il volto semicoperto da una maschera, che suggerisce subito i duplicati dello stesso. Vedi quelle forbici simbolo sincretico di lame assassine, ma anche di sintesi dei due anelli che si oppongono e sono poi lo stresso “corpo”. Vedi quella proliferazione delle immagini dei conigli (nemmeno il regista ha saputo spiegare che cosa rappresentassero esattamente). Vedi la lunga fila dei Doppelgänger in tuta rossa che si tengono per mano per tutto il Paese, che è non solo il rovesciamento critico di “Hands Across America”, ma il più che esplicito richiamo dei doppi alle tute rosse dei prigionieri di Guantanamo! Va bene, si afferra quest’ultima metafora figurativa: “oppressi di tutto il mondo”, ma si rimane tuttavia incerti se anche per “rosso Guantanamo” si tratti di strategie di ammiccamento commerciale per un certo pubblico sensibile ai contenuti sociali, ovvero se si tratti di ulteriore metafora, che intenderebbe costituire il commento morale dell’opera. Ma come per tutte le figure retoriche il problema è l’equilibrio, la misura e il non appesantimento del testo, e se sono troppe, troppo forzate e troppo didascaliche sfociano in un senso di falso dell’operazione estetica.

In questi casi mi viene sempre in mente il noto aforisma di Ennio Flaiano che qui cito storpiandolo solo un po’: “chi ha aperto una metafora, per favore la richiuda”.

 

Aprile 2019

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