Jackie & Ryan

Regia di Ami Canaam Mann, USA – Sezione Orizzonti

Commento di Rossella Valdrè

             “Le persone non fanno i viaggi, sono i viaggi che fanno le persone”.

 

                                                                             (J. Steimbeck)

Una gradevole, semplice, commedia di cinema indipendente, questo Jack & Ryan della giovane regista Ami Canaam Mann (anche sceneggiatrice), presente in sala e, alla fine della proiezione, calorosamente applaudita. Al pubblico, lo abbiamo detto, piacciono le narrazioni, i giusti ingredienti che, soprattutto il cinema americano (abbiamo visto in Manglehorn) sa miscelare alla perfezione: buoni sentimenti, speranza, ottimi attori, paesaggi, il tutto può reggere anche esili sceneggiature. Cinema per sognare.

Jack & Ryan ha quasi i toni della favola. Lieve, leggera, delicata.

Stato dello Utath, cittadina di Odgen. Un inverno gelido, non privo del suo fascino: tutto è ammantato di neve, come a conferire candore, immobilità, la forza della natura sulle piccole vicende umane. Jack, un giovane musicista che canta alla chitarra canzoni per strada, secondo la classica tradizione americana anni ’60 che ha visto molti giovani (di talento o meno) rincorrere il sogno di una vita on the road, approda appunto a Odgen, per far visita all’amico che tutti chiamano ‘Cowboy’. La figura di Jack, almeno nel mio immaginario (ma credo, non solo) non finisce di affascinare: esistono ancora questi giovani, immancabilmente belli, immancabilmente buoni, incontaminati, puri, non inquinati, non corrotti né da droghe né da consumismi, che non patiscono il gelo delle strade, saltano da un treno all’altro per spostarsi, si arrangiano come possono, in compagnia solo delle loro ballate? Di lui sappiamo ben poco: un patrigno “stronzo” alle spalle, un animo buono che lo portò ad occuparsi dei più deboli, studi interrotti, solo la musica, la musica, la sua chitarra unica, inseparabile compagna. ‘Cowboy’, che non vedremo mai perché morirà durante la permanenza di Jack, deve essere stato una sorta di fratello maggiore, un padre vicario, nomade come lui, che lo prese “sotto la sua ala” e che in fondo, morendo, vedremo lascerà spazio a Jack per nuovi investimenti.

Benché affabile e gentile, Jack non sembra avere legami se non con la sua chitarra, ed è diretto a Portland dove lo attende una sala di registrazione, forse la sua occasione.

Suonando sui marciapiedi di Odgen, però, una ragazza che passa lo ascolta con attenzione, si accorge che canta ballate note, popolari, che non è un autore. Un’insicurezza? Una mancanza di ispirazione?

La ragazza è Jackie. Ovviamente, si rincontreranno; non è certo un film da sorprese. Nel prevedibile filo della trama, è tuttavia sensibile, delicato. Per un piccolo incidente, Ryan la soccorre, lei lo ospita presso la casa materna dove è lei stessa ospite con la piccola figlia, da dove guardano sulla terrazza l’immensa distesa di neve davanti a loro. Silenzi. Attese.

Jackie e Ryan si raccontano, si innamorano senza clamori, senza superflue dichiarazioni. Quale il senso intimo del loro incontro, se non vogliamo farne un semplice plot sentimentale? Un incontro mutativo. Due, a mio avviso, i poli del film: il viaggio come metafora della vita dove si va, ci si ferma, si intreccia un rapporto umano che può cambiarci per sempre, si torna, si riparte: è l’incontro che ci cambia.

                             “Chi viaggia senza incontrare l’altro, non viaggia, si sposta”.

(A.David- Neel)

 

Cosa danno Jackie e Ryan l’uno all’altro? Uno di quegli incontri fortunati, fortunatissimi (perciò, il mio riferimento all’archetipo della favola) che fanno compiere la svolta attesa, innescano un meccanismo di cambiamento che giaceva lì, nel profondo, pronto ad essere attivato, ma occorreva qualcosa, qualcuno. Direi che lo sbocciare dell’amore, inevitabile in questo tipo di film, è un corredo importante, ma non essenziale; se ne poteva fare a meno, bastava l’impatto mutativo in sé, la fiducia che ciascuno riesce a innescare nell’altro. Jackie si è appena separata, da un uomo più ricco e più forte di lei, a New York, che le mette contro abili avvocati per avere l’affidamento della bambina; lei, rifugiatasi dalla madre nella casa “dove è cresciuta”, non ha soldi, non ha trovato lavoro, ama e vuole la sua bimba, ed ha alle spalle una rinuncia, che purtroppo il film non approfondisce, ma che spiega l’interesse per quel giovane anni ’60 sentito suonare ad un marciapiede: anche lei suonava, cantava, quasi professionalmente. Poi, forse il matrimonio, la troppo facile abdicazione femminile (ancora oggi, sì, ovunque), il non credere abbastanza in se stessa e molte altre variabili ancora che possiamo intuire in una fragilità, in una insufficiente autostima in lei, l’abbandono, la rinuncia. La chitarra è un cimelio appeso al muro, al pianoforte nessuno si siede: lo farà Ryan.

L’entrata di Ryan nella casa, che da passaggio per qualche giorno si trasforma nell’evento che li cambierà entrambi, rimette in qualche modo Jackie in contatto con se stessa; stava per rinunciare alla battaglia legale con l’ex marito, troppo più forte di lei, ma non lo farà.

E Ryan, cosa intercetta in lui l’incontro con Jackie? Non è dal vecchio amico Cowboy che deve andare, ma dentro di sé, a comporre canzoni. Da semplice esecutore, Ryan diventa autore. Ispirato dal ricordo di lei, dalla suggestioni dei treni, dei passaggi, delle fughe, della libertà, comporrà quelle semplici canzoni che, naturalmente, segnano il suo cambiamento, la sua adultità se si vuole, e nell’ultima suonata alla casa di registrazione a cui infine approda, tutti lo ascoltano.

E’ semplice, la canzone. Come scriveva Chatwin: “La vera casa dell’uomo, non è la casa, è la strada”. E’ la strada, sì, ma ora per Ryan la sua home, canta, sarà anche lei, Jackie…

   ….fuggirò dalla Polizia…fuggirò, non mi avrà mai, mai…

canta la ballata. Si mescolano l’innato desiderio di libertà, della fuga da qualunque costrizione, con l’altrettanto forte desiderio di una casa, di un luogo a cui tornare, un approdo: Jackie, è l’approdo.

 

Il finale induce a una duplice fantasia, dove ciascuno può proiettare ciò che desidera avvenga nei personaggi. Ryan suona la sua canzone d’autore, si sovrappone l’immagine del rincontro con Jackie, la nuova home. A me piace pensare (a differenza della persona accanto a me che commenta “è andato da lei”: meraviglia del cinema e di come ci fa giocare coi nostri inconsci!), che non sia essenziale il ritorno concreto a Odgen, dove intanto Jackie ha deciso di far crescere la bambina, dove è cresciuta lei, tra quelle silenziose montagne. A me piace pensare che sia stato sufficiente l’incontro per mutare le loro vite, per superare l’inciampo di legami precedenti che andavano sciolti, di nuove sicurezze che andavano acquisite.

E’ molto probabile che il mio vicino di poltrona avesse, sul piano di realtà, del tutto ragione: lui diventa autore e poi va da lei, home la musica e home la sua Jackie.

 

Ma a noi, in fondo, importa qualcosa della realtà?…

 

“Solo la direzione è reale, la meta è sempre fittizia, anche la meta raggiunta… anzi soprattutto questa”.
                                                                                                  (Arthur Schnitzler)