Jackie

Recensione di  Elisabetta Marchiori

Titolo: Jackie

Dati sul film: regia di Pablo Larraín, USA, cile, 2016, 91’

Trailer:

Genere: biografico, drammatico

Trama

Presentato alla 73° Mostra del Cinema di Venezia, vincitore per la migliore sceneggiatura, candidato agli Oscar per la migliore attrice protagonista, la miglior colonna sonora e i migliori costumi, “Jackie” è il primo lungometraggio in lingua inglese made in USA del cileno Larraín, già appezzato per “Post Mortem”, “Neruda” e “No. I giorni dell’arcobaleno”.

Il regista segue la First Lady Kennedy durante i quattro giorni che seguirono l’assassinio del marito, fino ai suoi funerali, da lei stessa organizzati per essere “grandiosi come quelli di Lincoln”, quando, pur tornata ad essere solo Jackie, è riuscita a dare “al popolo americano una cosa che non aveva mai avuto: la maestà”, come ha scritto un famoso giornalista dell’epoca sul London Evening Standard.

Andare o non andare a vedere il film

Il film è interpretato da una Natalie Portman assolutamente da Oscar, imposta dal regista, perfettamente a suo agio nel ruolo molto rischioso di Jacqueline Lee Bouvier, diventata Kennedy e poi Onassis. Per farlo, ha studiato a fondo materiali video e audio, riuscendo a riproporre la gestualità e la voce in modo incredibilmente realistico (per questo andrebbe visto in lingua originale), dando quasi l’illusione di una reincarnazione.

Il regista sceglie come incipit la rielaborazione del famoso, drammatico video di Zapruder sull’assassinio del Presidente. Le scene del “tour” della Casa Bianca riproducono quelle originali girate per la televisione. La cornice della narrazione è la reale intervista fatta dal giornalista di Life Arthur Schlesinger per poter dare alla vedova la possibilità di far conoscere al mondo “la sua versione” di quanto accaduto. Intervista che Jackie conclude davvero con la frase: “For one brief shining moment there was Camelot”. Il riferimento è alla Camelot di Re Artù che Jackie ha paragonato agli anni di lei e suo marito alla Casa Bianca, riferendosi alla canzone di chiusura del musical Camelot molto amato da JFK.

Alle “riproduzioni di riproduzioni della realtà” si alternano sequenze di vita familiare di Jackie con i figli e suoi ricordi, con un uso del montaggio che coinvolge profondamente lo spettatore.

La versione di uno psicoanalista

Come in “Neruda” Lorraine si dimostra un maestro di narrazione, che non vuole decifrare la vicenda umana, ma la offre allo spettatore, con i suoi silenzi e le sue contraddizioni, sufficientemente insatura da permettergli una propria interpretazione.

La “biografia” diventa molto di più della narrazione di brani di vita, si trasforma “nella vita” e della vita trasmette la forza. Gli affetti profondi che il trauma e la perdita portano con sé sono intuiti, evocati, non emergono mai scomposti, messi in scena con raro rispetto.

Grazie all’interpretazione della Portman, dal film emerge un ritratto straordinario della donna icona di eleganza che ha inventato un “reame di sogno” e l’ha condiviso con gli americani, rendendolo mitico e immortale, grazie al grandioso corteo messo in scena per i funerali.

Rimangono impressi nello spettatore alcuni particolari: lo sguardo di Jackie reso opaco dal trauma, il vestito rosa imbrattato di sangue, che si rifiuta di cambiare quando scende dall’Air Force One “che tutti vedano cosa hanno fatto a John”, le scarpe nel fango, le mani che stringono quelle dei figli, la “regalità” del suo incedere mentre cammina dietro la bara, l’improvviso riemergere di memorie … sequenze interrotte, alternate, che lo spettatore può rielaborare in una sua storia.

Non è necessario “dire tutto” per dire abbastanza: come in una seduta analitica, è il dettaglio, il frammento di sogno, il gesto appena accennato, lo squarcio di un ricordo che, nel tempo, fornisce di senso e coerenza “i materiali della vita che parevano privi di qualsiasi forma” (Italo Calvino, “La strada di san Giovanni”, 1990).

Febbraio 2017