“Joker” di T. Phillips. Commento di R. Valdrè

Autore: Rossella Valdrè

Titolo: “Joker”

Dati sul film: regia di Todd Phillips, USA, 2019, 118’

Genere: drammatico

 

 

 

 

 

“L’arte è sovversiva perché è connessa all’inconscio.

Più un film è connesso all’inconscio più è sovversivo. Come i sogni”

(David Cronenberg)

 

Si faticherà, tra le altre scene, a dimenticare quella della danza folle e solitaria di “Joker” nella scalinata della squallida e sporca Gotham City: “Joker” è uno di quei rari film che si scolpisce, nel bene e nel male, nella memoria dello spettatore, e si ritaglia una pagina nella storia del cinema.

Preferibilmente commento piccoli film, che possono sfuggire all’attenzione dello spettatore, ma la visione di “Joker”, di cui tutti parlano e su cui i social imperversano di commenti e richieste a furor di popolo per l’Oscar a Joaquin Phoenix, mi ha indotta a un’inevitabile eccezione: il desiderio di condividere l’intensa emozione che procura la visione di questo straordinario film. Non solo l’attenzione e l’ascolto, ma tutti i sensi si attivano e restano tesi per tutta la durata, durante la visione necessariamente stralunata e sognante di questo film: è forse uno di quegli esempi che lo studioso di cinema Laurent Jullier (1997) avrebbe forse definito “film concerto”, di quelli che, impregnati di sonoro come un concerto, avvolgono lo spettatore post-moderno in un “bagno sensoriale”.

Ispirato a una versione inedita dell’omonimo personaggio dei fumetti, ma del tutto svincolata da questi, la vicenda è già universalmente nota. Siamo negli anni ’80 e Arthur Fleck vive con l’anziana madre Penny in un misero appartamento di Gotham City – una New York che non può non evocare, anche per il crescendo che subirà la storia, “Taxi Driver” – esibendosi per le pericolose strade della città come clown. Il suo sogno è diventare un comico celebre e acclamato come Murray (Robert De Niro), del cui show televisivo è appassionato fan. La sua vita invece si trascina tra squallore, umiliazioni e violenza: malato di una malattia che lo costringe ad un’irrefrenabile risata involontaria, e privo di talento, coperto di trucco e parrucca, porta in giro un cartello da clown di strada per la città, sognando ad occhi aperti la vita che non ha. Il successo, l’amore per la vicina di casa: tutto il non posseduto si fa, in Arthur, allucinazione. Il personaggio incarna, all’inizio, un uomo mite, sfortunato, che vive ai margini di una società violenta che lo esclude, dove tutti lo maltrattano tranne chi, come il collega nano, è un diverso come lui; picchiato brutalmente da ragazzini di strada, Arthur non si ribella. Ma un giorno un “collega” gli regala una pistola, perché possa difendersi, ed è proprio la pistola a fargli perdere il lavoro, cadendogli di tasca mentre intrattiene bambini, lui che si sente venuto al mondo “per far sorridere”.

Costretto a quell’assurda, beffarda risata patologica, Arthur non può fare altri lavori: inizia la discesa agli inferi. L’arma in tasca lo rende improvvisamente libero, improvvisamente potente; il calpestato clown, ancora una volta picchiato da tre giovani yuppies in metropolitana, ora può finalmente ribellarsi.

A questo filone narrativo se ne aggiunge un altro, il doloroso e intimissimo rapporto di Arthur con la madre, unica sua presenza al mondo. Ma anche questo legame, in un tragico crescendo, verrà spezzato brutalmente e lo porta alla scoperta di verità che gli erano oscure. La perdita materna si porta via anche le allucinate fantasie d’amore – che avevano per un momento ingannato lo spettatore che potesse esserci una qualche speranza – lasciandolo completamente solo.

Arthur, nel suo crescendo di violenza, finisce su tutti i giornali e la città non parla d’altro: è diventato simbolo di tutti i reietti, di tutti gli emarginati che ora inondano Gothan City mascherati anch’essi da pagliacci. A questo punto, svolta narrativa centrale del film, il nostro antieroe non ha più niente da perdere: Arthur diventato eroe dei vinti e dei perdenti che come un fiume in piena invadono la città, vuole dare vita al sogno, come in una sorta di tragica liberazione, e inscena un atroce spettacolo comico che viene notato proprio dal suo idolo, Murray.

Nell’apocalisse finale, indimenticabile festa macabra in machera che vede Arthur, oramai diventato “Joker”, sfuggire alla cattura, animale braccato in una folle corsa e in una folle danza, esaltato da una folla impazzita, si è voluto vedere, e non è difficile, la parabola sociologica della rabbia dei poveri contro i ricchi, della sete di vendetta e odio che le disparità sociali alimentano nelle grandi città, di un altro taxi driver, un altro reduce che si fa giustizia da sé in un mondo che non lo ascolta, non lo convoca, non lo integra, non lo abbraccia. Lo stesso regista ha confermato questa versione. Ma “Joker” non è riducibile a un messaggio sociale; “Joker” è anche pura arte del cinema, omaggio al cinema in quanto sogno, potenza immaginifica che sa intercettare il nostro inconscio in un mutuo scambio fantasmatico (Metz, 1993), che coinvolge, spaventa, non deve, come ha detto Joaquin Phoenix in un’intervista, necessariamente farci star bene, non gli si chiede di farci accomodare sulle nostre credenze, di farci star comodi; “Joker” è un film scomodo. Sia che ci si identifichi e ci si lasci coinvolgere, come nel mio caso e di chi, evidentemente allo stesso modo, lo ha premiato al Festival del Cinema della 76esima Mostra di Venezia, sia che ci si ritragga per la stessa ragione all’opposto, disturbati da tanta forza, non se ne resta mai indifferenti; in questo senso, come per altri impegnativi film simili, lo scopo di fare del grande cinema è stato raggiunto.

Favola macabra sul Male e i suoi effetti, sull’infanzia distrutta e il trauma irreparabile, sulla solitudine violenta, la malattia e l’abbandono, la rabbia e la vendetta, la follia collettiva e la barbarie moderna, è film che non può prescindere dai due elementi principali che lo compongono: la musica e il suo protagonista. Todd Philips ha affidato la colonna sonora al violoncello dell’islandese Hildur Guðnadóttir, mescolandola a classici americani di Fred Astaire e Frank Sinatra (That’s life), e a melodie del mondo dei clown fra cui spicca Smile di Chaplin in “Tempi moderni”, quando era ancora il clownesco Charlot; e smile, il sorriso, è la condanna di Arthur, metafora di un Paese che ha fatto della felicità, happyness, il suo credo e la sua religione. Happy, lo chiama la madre; portare felicità e sorriso, è il beffardo scopo nella vita di un emarginato condannato a ridere fuori posto, a ridere senza far ridere. Tutto questo, è stato da più parti detto ma vale la pena di ripeterlo, si incarna con oscena perfezione nel corpo emaciato di Joaquin Phoenix, dimagrito per la parte più di venti chili, attore versatile dallo sguardo triste che ha dedicato lunghi studi al personaggio e ne ha richiesto, si dice, il massimo rigore, guadagnandosi l’ammirazione di De Niro e di un popolo di fan che si riconosce, attraverso tutto uno spettro di identificazioni, nella vendetta dell’eroe negletto, dell’ultimo che diventa involontario simbolo di lotta. Sono molte le corde emotive, le letture possibili sul registro sociale, sugli stili narrativi, le citazioni cinematografiche, gli approfondimenti psicoanalitici, le metafore sociali su un mondo, il nostro Occidente opulento, che nella ricorsa al benessere ha scartato i molti che non ce la fanno, facendone dei pagliacci calpestati, sfruttati, folli solitari a loro modo eroi, a loro modo poeti.

Finale da cult.

 

Bibliografia

Jullier L. (1997): L’écran postmoderne. Un cinema de l’allusione e du feu d’artificie. L’Hartmattan, Paris.

Metz C. (1993). Le signifiant immaginaire. (trad. it) Cinema e psicoanalisi. Marsilio, Venezia.

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