“Joker”di T. Phillips. Commento di E. Marchiori

Autore: Elisabetta Marchiori

Titolo: “Joker”

Dati sul film: regia di Todd Phillips, USA, 2019, 118’ SEZIONE IN CONCORSO

Genere: drammatico

“Pensavo che la mia vita fosse una tragedia,

ma adesso capisco che è una commedia”

(Jocker)

Otto minuti di applausi alla premier dell’attesissimo “Jocker”, dell’americano Todd Phillips, reso famoso dalla commedia demenziale “Una notte da Leoni” (2009) diventato poi una saga, studiata per grandi incassi al botteghino. Ed è certo che anche “Jocker” li assicurerà, ha tutte le carte in regola. E la più vincente è l’interpretazione da Coppa Volpi o – più probabilmente – da Oscar di Joaquin Phoenix che per l’occasione (e questo aiuta molto nel vincere premi) è dimagrito da far spavento.

La storia, ambientata in una Ghotam City batmaniana sommersa dall’immondizia e infestata dai topi, è quella di Arthur Fleck, un pover’uomo che sogna di diventare un comico famoso – come quello che vede in TV (interpretato da Robert De Niro) – ma è ridotto a travestirsi da clown per sbarcare il lunario con miserabili lavoretti. Arthur vive con la madre inferma, che continua a fargli spedire lettere all’odioso candidato sindaco, sostenendo che è un brav’uomo e li può aiutare, ma non riceve mai una risposta. Il disgraziato Arthur è anche un paziente psichiatrico: ha le allucinazioni e soffre di un tic che lo costringere a ridere senza potersi fermare in situazioni particolarmente ansiogene. Le sue stranezze lo rendono una persona che gli altri evitano con disgusto, maltrattano, o aggrediscono con violenza. E, si sa, la violenza genera violenza (il film è “vietato ai 18”).  Arthur, con i tagli ai servizi sociali cui si appoggia, non ha più nemmeno le medicine. Sempre più pazzo e sempre più magro, di fronte anche alla scoperta dei traumi subiti nell’infanzia, è lui a diventare l’inconsapevole riferimento di una feroce ribellione “popolare” di clown contro il “sistema”.

Durante tutto il film una parte della mia mente è rimasta intenta a ritrovare quali film mi ricordassero le immagini che stavo vedendo: mi son trovata in una sorta di sensazione continua di déjà vu. Vi riporto solo alcuni titoli che mi sono venuti in mente: “Arancia Meccanica”, “Daxi Driver”, “Qualcuno volò sul nido del cuculo”, “Quinto Potere”, “It”, “La notte del giudizio”, ovviamente la trilogia del Cavaliere Oscuro di Nolan e tutti i Batman possibili e immaginabili. Inoltre, nelle scene in cui il nostro clown balla, mi pareva di vedere il Cappellaio Matto interpretato da Johnny Deep nell’Alice in Wonderland di Tim Burton. Probabilmente si tratta di citazionismo spinto alla Tarantino; sicuramente la coppia Phillips – Phoenix ha creato una miscela efficace, forte dell’esperienza del genere “commedia demenziale” da cui proviene. Volendo, al di là degli incassi, troviamo un bel po’ di psicopatologia su cui discutere e, secondo Emiliano Morreale (La Repubblica,domenica 1 settembre), il regista “per paura di non essere preso sul serio esagera con psicoanalisi alla buona”. Inoltre, si affrontano il tema dell’odio e questioni sociali di grande attualità, compreso il soffocare nella spazzatura delle città (Ghotam City come Roma). Sembrerebbe quindi sia presente qualche ingrediente di troppo e forse qualcuno che manca. Mi viene in mente, per esempio, che ci vorrebbe un po’ di poesia (e cito Catherine Deneuve nel film “La veritè”, vedi commento sul sito), che non c’è, ma forse non l’ho sentita io: ero distratta da altri film, quelli che mi giravano per la testa.

Settembre 2019