Jours de France (Quattro giorni in Francia)

Jours de France (Quattro giorni in Francia)

Di Jerome Reybaud – Francia, 2016

Settimana della critica – In Concorso

Commento di Rossella Valdrè

Non facile parlare di questo singolare, a sua volta non facile ma acuto, ironico e intelligente film del francese Reybaud. Nonostante le simpatiche e ripetute critiche alla Francia, si tratta di un film francesissimo, nella migliore tradizione del cinema d’Oltralpe come toni, gusto, raffinatezza, declinazione sentimentale e tipologia dei dialoghi.

E’ una sorta di Tour de France sentimentale ed esistenziale, quello che Pierre inizia con l’aprirsi del film: infila due abiti in una borsa e si mette in macchina, lasciando per quattro giorni a Parigi il compagno Paul mentre dorme, e mettendosi alla guida così, senza precisa destinazione, senza meta, per puro “amore della strada per la strada”, percorrendo valli e paesini desolati, dove si ferma e alloggia casualmente.

Elemento centrale e assai intrigante del film, sia sul piano del concreto contemporaneo dei nuovi stili di vita, sia sul piano simbolico, è l’uso dell’applicazione Grindr che accompagna Pierre per tutto il viaggio. Grindr è un’applicazione sul cellulare che, come un navigatore, gli segnala uomini disponibili all’incontro gay, al veloce sesso senza nome, senza storia, con cui consumare un cruising di puro piacere senza relazione.

In aree così poco abitate, le segnalazioni non sono molte, e Pierre fatica a trovare indirizzi e uomini, ma nel corso del suo tragitto gli incontri che punteggiano la sua peregrinazione, vanno ben al di là dei pochi scambi di erotismo gay; è, infatti, la parte più preziosa del film, la galleria di personaggi che Pierre incontra sul suo cammino e con cui ha un rapido, spesso incisivo e profondo contatto. Uomini e donne soli, in valli e luoghi sperduti, ciascuno racchiuso in un proprio mondo misterioso, privatissimo: il film rimanda molto bene il mistero, a mio avviso, dell’individualità, di ciò che è racchiuso nel segreto di ciascuno e che qui si rivela con una parola, una frase, un accenno.

E’ una Francia minore, quella che Pierre percorre, solitaria, vecchia, affaticata.

Nonostante Pierre parta alla ricerca di un sesso casuale e anonimo, sorprende piacevolmente che, a differenza di molto cinema omosessuale, praticamente le scene di sesso siano inesistenti, non si vede un centimetro di pelle nuda: è la parola, o i reciproci silenzi, la parola spesso criptica, allusiva, l’oggetto dello scambio.

Paul, quando al risveglio non lo trova, usando la stessa applicazione si mette alla guida, subito sulle sue tracce: si intuisce che i due si amano, che Paul non può rinunciare a Pierre e farà di tutto per trovarlo. L’app del sesso casuale può dunque anche, in un singolare ribaltamento, essere usata per cercare amore, per ritrovarlo.

La geniale idea narrativa dell’applicazione quale modalità post-moderna per incontri al buio, trovo renda questo film abbastanza unico, almeno finora, nel panorama odierno. Oggi, le persone si cercano e si incontrano anche così, omosessuali e non solo, guidati come da un navigatore che magicamente sembra dire: ti porterò dove ti vogliono, dove qualcuno ti aspetta per fare l’amore, navigherai anonimo e indisturbato guidato solo dal tuo desiderio, ed io ti poterò a destinazione. Che magia! L’umanità deve aver sempre sognato qualcosa del genere: affidarsi un tempo al destino, oggi a un’app-navigatore che mi porterà a esaudire il mio desiderio senza chiedermi niente in cambio, né fatica, né sforzi, nessuno dei dolori delle relazioni.

E’ da questo che Pierre tenta una fuga? Il peso inevitabile del reale incontro con l’altro, della relazione continuativa che garantisce amore e appoggio, ma chiede anche molto all’identità personale. Lo scontro tra identità e alterità, a ben vedere, è alla fin fine il nutrimento tematico di tutto il cinema intimista contemporaneo. Ora, la tecnologia sembra offrire una chance, una scappatoia in più, da portarsi in tasca, ad un desiderio vecchio quanto l’uomo. Navigare anonimi tra altri anonimi nel territorio dell’Eros che si vuole magicamente puro, spogliato di storia e identità, navigatori solitari in cerca di piacere.

 Senza facili moralismi ma giocando, anzi, più sulla cifra dell’ironia, il film lascia intendere che la magia non si realizza: quello che nella splendida “Supplica a mia madre”, Pasolini chiamava fame/infinita fame di corpi senz’anima, non sembra portare Pierre a liberarsi di Paul, né della solitudine, né offre una valida alternativa al legame d’amore. In uno dei dialoghi, il più bello, con un barista a cui Pierre arriva guidato dalla app ma che poi non vuole avere un rapporto con lui, il barista gli dice “abbiamo parlato già troppo. Mi si rizza solo col silenzio. So già troppo di te. Tra poco mi dirai com’era tua madre e se ti piacciono i gatti e via dicendo. Ci conosceremo, e io non voglio”.

E’ possibile una sessualità, non importa se omo o etero, completamente scissa, privata del benché minimo apporto relazionale? Senza dirsi il nome, nel totale silenzio identitario? Mi questa pare la sottile domanda del film, la ricerca di Pierre. E’ certamente possibile come atto concreto e viene frequentemente praticata, sappiamo che “l’arena omosessuale” di cui parlava Bollas, luogo di spettri che si aggirano in cerca di altri spettri, è un luogo più che frequentato: “arena” qui rappresentata da desolati parcheggi, aree rurali, zone non-luogo dove si pratica il cruising. Ma il film non chiede questo, se ciò è possibile nella realtà: non solo è possibile ma oggi, con la tecnologia, è ottenibile anche a un abitante delle foreste. Il film chiede se questo può sostituire, per Pierre, il rapporto con Paul.

Punteggiato dalle diverse figure via via incontrate, come detto vignette umane sospese in una solitudine che non rimanda a nulla di tragico, ma quasi a una condizione a prescindere, esistenziale in sé per cui è l’umano a essere destinato alla solitudine, il tour di Pierre arriva fino al confine italiano, per poi essere raggiunto da Paul.

L’amore è instancabile, l’amore è tenace, è benevolo, perdona, riabbraccia.

Il navigatore li ha riportati uno nelle braccia dell’altro; tuttavia, non si intenda questo come un facile happy end romantico. E’ probabile che Pierre e Paul continueranno a usare il loro Grindr, ormai moda collaudata, pur continuando ad amarsi; si riserveranno, dice la mia immaginazione mentre vedevo un film (che, per la lunghezza di più di due ore, richiede allo spettatore anche un certo impegno) di tenere aperto difensivamente anche quel canale di fuga, il fascino di un sesso anonimo con uno sconosciuto che non ti chiede niente, né chi sei, né dove vai o cosa vuoi. Una quota di sessualità scissa, che uomini e donne di ogni tipo e luogo giocano in questa protettiva zona d’ombra, in quest’oscurità priva di relazione, esiste da sempre ed esisterà sempre.

Un film singolare, che speriamo arrivi alle nostre sale e non resti confinato al circuito dei festival, ci porta a riflettere sulle forme contemporanee di quest’eterna scissione, e forse, per il mondo omosessuale, dice anche qualcosa di più:

“Coloro che come me hanno avuto il destino di non amare secondo la norma, finiscono per sopravvalutare la questione dell’amore. Uno normale può rassegnarsi – la terribile parola – alla castità, alle occasioni perdute: ma in me la difficoltà dell’amare ha reso ossessionante il bisogno d’amare….”.

                                                                               (P.P. Pasolini, Lettere, 1950)