Koksuz (Nobody’s Home)

  • Autore: Rossella Valdrè
  • Titolo: Koksuz (Nobody’s Home)
  • Sezione: Giornate degli Autori (Venice days). Selezione ufficiale, Opera prima
  • Giudizio: ***
  • Genere: drammatico
  • La versione dello psicoanalista: Ricchissimo di spunti psicoanalitici, questo Nobody’s Home. Forse troppi? Forse fin troppo esplicitati, anziché suggeriti (come preferirebbe il mio personale sentire…)? Ritroviamo con estrema chiarezza storie che incontriamo ogni giorno nella stanza d’analisi: un adolescente che non riesce a stare ancora un po’ al suo posto, il posto dietro il sedile: pretende il volante, di condurre subito da sé la vita (emblematica scena d’apertura), di sostituirsi a un padre perso troppo velocemente, assumendone il testimone senza che i tempi psichici necessari facciano il loro lavoro. In questo affannoso sostituirsi al padre, inizia una turbolenta relazione erotica con una donna più matura, chiaro sostituto materno, ma sappiamo che quando l’edipo è agito, nella sua riedizione adolescenziale come scrissero, tra gli altri, i Laufer, si va incontro alla tragedia. Ilker è un povero edipo inconsapevole, che mette in atto, col suo corpo che ora può farlo davvero e non solo fantasticarlo, quello che dovrebbe restare nel registro del simbolico e del desiderio: da lì, dalla tragica concretezza, la tragedia.
  • Dati sul film: Regia di Deniz Akcay, Turchia 2013,  81’ min
  • Trama: E’ la storia di una famiglia in crisi, gettata anzi in una violenta e concitata crisi dopo la morte del marito, il capofamiglia. Le quattro persone che restano, la moglie Nurcan e i tre figli, gli adolescenti İlker e Özge e la più matura Feride, sembrano non essere più assolutamente in grado di condurre una vita quotidianamente sostenibile. E’ a partire e intorno alla violenta ribellione del ragazzo, con cui si apre il film, che ruota la crisi crescente e la progressiva distruzione. Ilker è infatti quello che più soffre, con le tipiche modalità adolescenziali, la perdita del padre, e mal sopporta il ruolo delle altre donne e in particolare della sorella che è spinta dalla madre a fare le veci di capofamiglia; si allontana così di casa, rabbioso e confuso. Özge, dal canto suo, è all’opposto l’adolescente relativamente in ombra, nascosta dalle crisi del fratello, ignorata un pò da tutti. Ciascuno vive dunque un suo personale dramma, ma è la non accettazione del lutto del padre per Ilker, simboleggiato col suo volere stare al volante dell’auto anziché sul sedile posteriore, a portarlo alla distruzione.
  • Andare o meno a vedere il film?: Sebbene leggermente inferiore ai due primi film presentati, è un’opera prima di forte interesse. La regia concitata (forse eccessivamente) attraverso l’uso della presa diretta, vuole rendere il clima di progressiva catastrofe di un nucleo familiare semplice, che viveva e sopportava le problematiche di tutti i giorni, e che attraverso la crisi di un diciassett’enne (unico maschio) scivola nella deriva completa. Vederlo quindi sì, ulteriore esplorazione della cinematografia moderna sulla sofferenza della famiglia, trasversale a qualunque geografia, linguaggio e Paese. L’ambientazione turca aggiunge un suo elemento d’interesse in qualche dettaglio in cui vediamo il convivere di modernità e tradizione, ad esempio nelle parole della vecchia nonna che incolpa la figlia, la povera Nurcan, di ogni colpa. Si tratta di una tragedia contemporanea, dove il nucleo centrale è assolutamente l’incapacità all’elaborazione del lutto. 

Bellissimo il titolo, nella traduzione inglese a noi comprensibile: nonostante il caos e l’eccitamento della casa dei personaggi, dove anzi non vi è un attimo di pace, la casa è vuota. Mancato il Padre, riferimento non solo concreto ma simbolico fondamentale, in casa non è rimasto Nessuno.