La ballata dell’odio e dell’amore

Dati sul film: Alex de la Iglesia, 2010, Spagna, 107 min. 

Giudizio: 3/5*** 

Genere: drammatico 

Trama: Balada triste de trompeta, è il titolo originale di questo film di genere inclassificabile (melodradramma, horror, pulp) del regista basco Alex de la Iglesia, vincitore di molti premi tra cui il Leone d’Argento a Venezia nel 2010, conferito da Quentin Tarantino, penalizzato nell’uscita in sala da un deplorevole ritardo in poche copie e per breve tempo. 

La vicenda è insieme surreale, melodrammatica, crudele, indigesta, disturbante. Le immagini a colori, che sembrano rubati ai quadri del Goya, sono grottesche e cruente, rese angoscianti da una fotografia retrò che le fa emergere da una luce tetra, inframezzate da sequenze in bianco e nero televisive e di repertorio relative a vicende storiche della Spagna di Franco. 

La narrazione prende avvio nel 1937 quando gli orrori della guerra civile spagnola irrompono nel del circo e nell’esilarante spettacolo per i bambini dei pagliacci “triste” ed “allegro”, che a forza vengono trascinati nelle milizie repubblicane per combattere. Il piccolo Javier, figlio del pagliaccio “allegro”, alla ricerca disperata del padre disperso, lo trova condannato ai lavori forzati dai franchisti e lì torna giorno dopo giorno, con i tratti del viso sempre più adulti, a parlargli, a ricordare, a confidargli il suo desiderio di portare avanti la tradizione di famiglia facendo il pagliaccio “allegro”, per far ridere i bambini.  

Il padre, indurito dalla prigionia e svuotato di ogni speranza ed empatia nei confronti del figlio, gli può consegnare in eredità solo la grande sofferenza che non ha potuto evitargli. Convince Javier che il suo destino è quello del “pagliaccio triste” e che solo la vendetta potrà dare un senso alla sua vita. E così sarà. Il desiderio di vendetta, primariamente del padre, non può essere deluso da Javier che se ne fa paladino ed esecutore: in un attentato messo in atto per liberare il padre, ne provoca invece la morte. Il sentimento di colpa e inadeguatezza, di disperazione e desiderio di rivalsa segneranno inesorabilmente, come i traumi subiti, il destino di Javrier verso la dissociazione e la follia. Improvvisamente la scena si sposta nel 1973, la dittatura di Franco volge al termine e la Spagna è distrutta. Vediamo Javrier adulto, un “pagliaccio triste” che fa coppia con il pagliaccio “allegro” Sergio, che lo umilia e lo perseguita, nella contesa per la conquista della stessa donna, l’acrobata Natalia: l’uno con la tenerezza e la dolcezza, l’altro con la violenza e il sesso. Intorno a loro, compagni di una storia che si fa sempre più convulsa e in un crescendo di orrore, si muovono in modo sgangherato personaggi da circo di ispirazione felliniana, sospinti da motivazioni incomprensibili. Motivo ricorrente è l’irriverenza nei confronti delle forze dell’ordine, esecutrici di un potere stupido e cieco (non a caso un generale è accecato da un occhio da Javier). 

Perchè andare o meno a vedere il film: Lo sapevo pluripremiato e con la critica divisa: o lo si ama o lo si odia. Io mentre ero in sala l’ho odiato, ma ho resistito, per amore del Cinema, all’impulso di uscire dalla sala. Ammetto che è stata dura. Da quando sono uscita per strada, con sollievo, spinta forse da quel “perturbante” che muove affetti oscuri, ho provato a concedergli uno spazio di pensiero, per provare non dico ad amarlo, ma almeno ad apprezzarlo. Cercando nel web, ho scoperto, tra le tante cose interessanti, che il regista, molto apprezzato in patria, aveva otto anni nel 1973 (l’età di Javrier bambino), afferma di avere ricordi “confusi e intensi” di quegli anni e di aver fatto riferimento a questi girando il film (Escobar). Ho appreso che è un film cui si attribuisce un grande “spessore storico” (Crespi) e un’intenzione allegorico-simbolica precisa (Alò): i pagliacci che si fronteggiano sarebbero gli eserciti della guerra civile, mentre la trapezista rappresenterebbe la Spagna, ambivalente vittima della terribile contesa. Non ci sarei mai arrivata. A ripensarci, con solo queste informazioni, lo avrei guardato con un altri occhi e diversa attenzione ai particolari. 

La versione dello psicoanalista: Per riuscire ad abbozzare una versione psicoanalitica di questa “ballata triste”, e non rigettare il film nella categoria di quelli “da non vedere assolutamente”, è stato fondamentale per me conoscere il contesto storico in cui si sviluppa, proprio per l’aspetto “allegorico” incomprensibile intuitivamente. Ed è stato importante provare a capire le motivazioni del regista, che mette in scena ricordi, ma anche incubi infantili ancora inelaborati. 

Ho visto l’amore dei due pagliacci per Natalia come un pretesto per mostrare che quelle che sono le differenze nella “forma” non lo sono nella “sostanza” dell’essere, dove odio e amore, vita e morte sono pulsioni che fanno parte della “bestia” che è in ognuno noi, che il trauma può liberare in tutta la sua ferocia. A più riprese i due pagliacci lottano per differenziarsi e spesso vengono confusi uno con l’altro:“io è un altro” (come diceva il poeta Rimbaud). Nel corso del film si assiste alla trasformazione violenta del trucco posticcio sui loro visi in maschere di carne deturpate da cicatrici indelebili, a rappresentare lo sconvolgimento di un mondo interno violentato e sfregiato dalla crudeltà, il ghigno dell’odio prodotto dalla guerra civile fratricida. Una guerra dove il potere della dittatura (il pagliaccio allegro e violento) induce i bambini a ridere perchè “così piace al re” e li usa a scopo di propaganda (penso alla scena in cui pur di issare un bambino piccolo sull’elefante i due clowns rischiano di ucciderlo). 

Un film duro, intenso e complesso,che in après-coup può far vedere, pensare e capire molto, tra odio e amore. Come capita quando si ha a che fare con la devastazione della follia. 

Novembre 2012