La casa di carta – Recensione di Angelo Moroni

Autore: Angelo Moroni

Titolo: La casa di carta

Dati sulla serie: creatore Álex Pina, Spagna, 2017, distribuzione Netflix, 2017

Genere: thriller, azione

 

Trama

La piattaforma digitale Netflix con “La casa di carta”, trasmesso dapprima in Spagna da Antena3, lancia per la prima volta un prodotto di area e di stile squisitamente  mediterranei. Lo spagnolo Álex Pina confeziona una variazione sui temi classici dell’heist movie (il genere cioè dei film di rapina), un noir leggero, ma anche sottilmente inquietante, quasi tutto ambientato all’interno della Zecca di Stato di Madrid, nella quale si è asserragliato un gruppo di rapinatori piuttosto bizzarro nel suo assortimento di personaggi. I protagonisti sono coordinati dall’interno del suo rifugio segreto, fuori dalla Zecca, dal capobanda, detto il Professore” (Álvaro Morte). I primi episodi della serie (alla sua seconda stagione) ci raccontano il reclutamento dei vari membri della banda da parte del Professore, nonché l’accuratissima preparazione del piano. Pina utilizza questi prime puntate soprattutto per delineare i tratti psicologici dei vari personaggi, tutti appartenenti alla categoria, si potrebbe dire “pasoliniana”, degli “sconfitti”, e per descriverne le loro storie personali. Il regista ci presenta i partecipanti della banda con una giusta dose di tenerezza e ironia, al di là della loro provenienza dagli ambienti della piccola e media criminalità. Tutti i personaggi sono, per contrasto, rinominati dal Professore (come nel film “Le iene” di Tarantino) con nomi di città famose: Tokyo (Úrsula Corberò), la voce narrante, ragazzina delinquente che ben presto si innamora di Rio (Miguel Herràn), mettendo più volte a rischio il progetto di questa rocambolesca e naïf “rapina del secolo”; Nairobi (Alba Flores), donna dal passato controverso e misterioso, falsaria da quando era bambina; Berlino (Pedro Alonso), dai chiari tratti da Disturbo Narcisistico di Personalità, il duro del gruppo, che sa mantenere il sangue freddo in qualsiasi circostanza; Helsinki e Oslo (Yashin Dasàyev e Dimitri Mostovòi), ex militari e commilitoni serbi. A fare da alter ego narrativo al Professore, troviamo Raquel (Itzia Ituño), ispettrice della polizia spagnola, donna intelligente e tormentata.

Al di là dell’ottima strutturazione complessiva del cast, è  la sceneggiatura a risaltare per originalità: la serie è un insieme ben costruito di colpi di scena molto efficaci nel sorprendere e coinvolgere lo spettatore, nonché di promuovere di volta in volta identificazioni specifiche con i vari personaggi sulla scena.

 

 

La visione di uno psicoanalista

Il tema dell’Etica umana e della sua difficile costruzione all’interno degli spazi intersoggettivi, relazionali, ambientali e sociali in cui l’individuo si viene a trovare oggigiorno, è il nucleo simbolico che fa da perno a tutta la serie. Il regista riunisce un gruppo di personaggi tutti segnati da ferite esistenziali profonde. Lo stesso Professore, che ci appare sulle prime come un freddo intellettuale, assolutamente cerebrale e calcolatore, ha sofferto da bambino di una malattia che lo ha costretto a lunghi ricoveri in ospedale. Una possibile suggestione psicoanalitica è dunque l’importanza di non perdere il nostro sguardo umano, la nostra “pietas”, anche quando osserviamo individui che commettono reati. Il reato e la persona sono due aspetti differenti, che non vanno mai confusi quando guardiamo l’individuo come soggetto nella sua specificità, altrimenti diventiamo co-responsabili della scissione sempre troppo manichea e semplicistica che vuole dividere il Bene dal Male. Come nel noto quadro di Maurits Cornelis Escher, la vita stessa è un intreccio nel quale angeli e demoni si creano e si trasformano reciprocamente, continuamente, nel flusso continuo della Vita. È attraverso uno sguardo intriso di tenerezza che possiamo cogliere il lato fragile, infantile, bisognoso dell’umano,  l’incertezza della vita stessa e le sue poliedriche, a volte comiche, a volte tragiche sfaccettature.

È certamente vero che la scrittura filmica di questa serie indulge in alcune ingenuità, e non è in quest’ottica paragonabile all’architettura narrativa di altre più famose serie, in particolare statunitensi, che possiedono una solidità stilistica di ben altro calibro. Considerati i limitati mezzi economici a disposizione del regista, creatività e godibilità dell’insieme del girato non risentono di tali ristrettezze. Al contrario “La casa di carta” è un prodotto che apre nuove vie stilistiche ad un genere che cerca con sempre più intensità e passione di fotografare la condizione umana e in particolare i destini dell’Etica nella nostra contemporaneità.

Ottobre 2018