“La Dea Fortuna” di F. Özpetek. Commento di S. Anastasia

Autore: Sergio Anastasia
Titolo: “La Dea Fortuna”
Dati sul film: Ferzan Özpetek, Italia, 118’
Genere: commedia/drammatico

 

 

 

 

 

 

 

Roma, solita terrazza, soliti amici. Sembra l’ennesima storia di una normale coppia gay, Alessandro e Arturo – interpretati da Edoardo Leo e Stefano Accorsi – alle prese con le solite difficoltà. Ma l’incontro con Annamaria (Jasmine Trinca), e soprattutto con i suoi due bambini, che lei affiderà loro per andare alcuni giorni in ospedale per accertamenti, rende la trama assai più interessante. Come uno sguardo sul profondo delle relazioni affettive, caratterizzate sempre più da un diffuso disagio e disinteresse nei confronti dell’Altro e, soprattutto della soggettività dell’altro, come ci ricorda Bollas (2018).

La colonna sonora ha sempre caratterizzato i film di Özpetek e qui le musiche di Mina prima, la ballata di Sezen Aksu poi, e di Diodato, infine, sembrano costituire una via possibile tra il primitivo dell’attività pulsionale-istintuale da una parte, e il sentimento profondo, libero dai condizionamenti del passato, dall’altra. “Lottare o abbandonare?” sembrano chiedersi i personaggi, dinanzi alla difficoltà di superare, i desideri non corrisposti, le idealizzazioni disilluse di una (qualsiasi) storia d’amore.

Özpetek pare inscenare lo scontro tra l’in-coscienza, l’in-possibilità e l’istinto, da una parte, il desiderio, il sogno e la capacità di auto-osservarsi dall’altra.

Il film è anche la rappresentazione dei conflitti interiori che occorre affrontare per riuscire ad andare avanti e superare la rassegnazione malinconica del non aver avuto risposte ai propri bisogni, sin dalle prime fasi della vita. Così come molto bene ci mostra il personaggio dell’arcigna nonna dei due bambini, inscenata dalla bravissima Barbara Alberti.

Sono lacerazioni che sembrano essere la condanna per qualsiasi amore dei nostri giorni che, nelle storie dei pazienti e di molte persone comuni, sembra fatto di vuoti infiniti, zone d’ombra rispetto a immagini interiori raffiguranti idealizzazioni romantiche, che si scontrano con le infinite possibilità offerte da una sempre più diffusa tendenza a rifuggire il legame, anche approfittando delle opportunità offerte dagli strumenti tecnologici.

Nel personaggio femminile dell’anziana nonna vi è la rappresentazione di un mondo affettivo arido, negante, in cui non vi è spazio per la fragilità e vitalità dell’essere bambini, ma allo stesso tempo adulti.

Fragilità e vitalità che Alessandro e Annalisa imparano a riconoscere, riconoscendosi nei due bambini. Alessandro, che di mestiere fa l’idraulico – non a caso, lo scopriremo durante il film in un delicato momento di interazione con uno dei due bambini – è colui che sente la dinamica dei fluidi, dei sentimenti, in tutta la loro complessità e circolarità, perché sa interrogarsi, perché non si limita a re-agire ai torti, ai traumi, ai tradimenti, alle mancanze. Egli sceglie l’aspettare, il so-stare, il vivere il presente del qui e ora con speranza, mancanza di giudizio e capacità di guardare dentro di sé.

Un ascolto che passa anche dall’accettazione che siano possibili altre strade: “Basta che funzioni”, è il titolo di un film di W. Allen ormai nel 2009. Non è rinuncia, rassegnazione o riproposizione di dinamiche apprese e subite, ma è apertura, equilibrio, indagine.

Si tratta di una metafora di un percorso psicoanalitico, che avrebbe reso la storia dei personaggi più fluida, consapevole e meno densa di azioni e re-azioni violente, aspre e ri-vendicative?

Non lo sappiamo, ma ciò che sembra è che Özpetek proponga come alternativa all’ambivalenza e in-capacità dei rapporti umani, il recupero di una “bisessualità psichica”, che passi attraverso il recupero dell’identità pura, pre-edipica da una parte e matura, post-edipica dall’altra: i due bambini puri, semplici, saggi e vitali che suggeriscono ai due gay di non soffermarsi sulle aspettative rimaste deluse, perché in fondo: “Siete già vecchi”. In questo vi è un suggerimento per sopravvivere alle onde del sentire: passare dal basso degli istinti più primitivi e contraddittori per innalzarsi verso l’alto, verso la maturazione, la crescita e l’assunzione di una responsabilità più grande. Quella di essere consapevoli e quindi più ricchi di un sapere che include la sessualità e l’istintualità, ma non ne rimane assoggettato.

Il tutto si traduce nella bellissima massima della Dea Fortuna, attraverso la quale sguardo, da strumento di controllo sull’altro e dell’altro, diviene via per accesso al profondo e di introiezione buona dell’Altro, proprio come avverrebbe all’interno di un ipotetico percorso psicoanalitico: “La Dea Fortuna ha un segreto, un trucco magico. Come fai a tenere sempre con te qualcuno a cui vuoi molto bene? Devi guardarlo fisso, rubi la sua immagine, chiudi di scatto gli occhi, li tieni ben chiusi. E lui ti scende fino al cuore e da quel momento quella persona sarà sempre con te”.

 

Riferimenti bibliografici

Bollas C. (2018). L’età dello smarrimento. Senso e malinconia. Milano. Raffaello Cortina.

David C. (1996). La bisessualità psichica. Saggi psicoanalitici. Roma. Edizioni Borla. 1992.

 

Gennaio 2020