“La donna elettrica” di B. Erlingsson. Commento di Elisabetta Marchiori

Autore: Elisabetta Marchiori

Titolo: La donna elettrica (Kona fer í stríð)

Dati sul film: regia di Benedikt Erlingsson, Francia, Islanda, Ucraina, 2018, 101’

Genere: drammatico, commedia

Trama

La protagonista di questo film da non perdere, Halla (Halldóra Geirharðsdóttir), è una “donna che va in guerra”, secondo il titolo originale. Le associazioni evocate dalla traduzione, che ha scelto di usare l’aggettivo “elettrica”, con cui Halla si firma sostenendo le sue attività di “ecoterrorista anticapitalista”, vanno però alle pecore elettriche sognate dagli androidi di Philip Dick, piuttosto che alle sue imprese. Questa signora cinquantenne, conosciuta come insegnante di canto, passa infatti il suo tempo libero a sabotare le multinazionali che stanno devastando la sua Islanda e il mondo intero munita di arco e frecce. Poiché ad un certo punto Halla, per nascondersi ai droni che cercano di stanarla dopo un attentato, si copre con la pelle di una pecora, magari qualche collegamento c’è. Una citazione alla kubrikiana Odissea, quella si riconosce di sicuro.

Nell’evolversi della storia, a mettere in crisi la duplice identità della donna si profila la possibilità di diventare madre e, in questa circostanza, la sorella gemella, insegnate di yoga, parla di una “luce” che non è quella prodotta dall’elettricità, e l’epilogo è sorprendente.

 

Andare o non andare a vedere il film

Il film è stato Presentato alla Settimana della Critica all’ultimo Festival di Cannes e ha vinto il Premio Lux del Parlamento Europeo. Ho avuto l’occasione di assistere alla sua proiezione al Festival di Psicoanalisi e Cinema di Bucarest un paio di settimane fa, in lingua originale (islandese) con i sottotitoli in rumeno. Non avendo familiarità con queste lingue, mi son sorpresa del fatto che, pur non cogliendo il senso dei dialoghi – o forse proprio per questo – mi sembrava di capire tutto, attenta come ero a non perdere nemmeno una sequenza. Sono stata rapita dalla bellezza dei luoghi e dall’intensità dei personaggi, dall’espressività dei volti, dai suoni e dai toni delle voci, dalla suggestiva colonna sonora cantata da un coro di tre donne e suonata da un trio di musicisti, la cui surreale presenza nelle scene sembra accompagnare gli stati d’animo della protagonista. Intriso di ironia, è un film che non ha bisogno di parole per sintonizzarsi con lo spettatore e la situazione particolare mi ha permesso di sperimentare e di godere questo aspetto del cinema ormai diventato una rarità.

 

La versione di uno psicoanalista

Il film tocca i nervi scoperti della nostra contemporaneità con intelligenza e ironia. In primo piano c’è l’urgente questione dell’ambiente e del rapporto dell’uomo con la sua terra, quella madre-terra che Hanna vuole salvare, ma è una battaglia che porta avanti da sola. Così come, da sola, desidera diventare madre, cosa che la legge in Islanda permette, ed è un tema altrettanto scottante. Sullo sfondo, una società spaventata, armata, intrisa di pregiudizi.

Ad un livello più profondo, è la scelta del regista di sdoppiare Halldóra Geirharðsdóttir in Hanna e la sorella gemella, che si offre ad una visione psicoanalitica, poichè sembra mettere in scena le due parti della donna, l’ecoterrorista e l’insegnate di canto, potenziale madre. Il film si apre quindi alla riflessione sul tema della relazione tra distruttività, creatività e capacità generativa, che possono essere foriere di moti evolutivi, se incanalate e integrate, pena la distruzione dell’essere umano.

Hanna, la donna elettrica, in rappresentanza di tutte le donne coinvolte in guerre su più fronti, può dare una scossa stimolante alla capacità di pensare dello spettatore.

Dicembre 2018