La La Land

Recensione di Rossella Valdrè

Regia di Damien Chezelle, USA, 2016, 128’

Genere: commedia musicale

Trama

Perfetta ed elegante rivisitazione del musical hollywoodiano degli anni ’30 e ’40, l’esile trama ambientata a Los Angeles, città dei sogni, il film è la storia d’amore tra Mia (Emma Stone, Coppa Volpi alla 73esima Mostra del Cinema di Venezia) e Sebastian (Ryan Godling): l’incontro tra due sognatori che muterà per sempre le loro vite, avvenuto in uno di quei crocevia giovanili in cui il sogno irrealizzato si scontra con la realtà e rischia di venire depressivamente abbandonato.

Mia, giovane cameriera in un bar a Hollywood, proprio di fronte alle finestre che videro le scene di “Casablanca”, guardando passare le stelle del cinema sogna, fin da bambina, di diventare attrice. Percorre il rituale di provini tutti uguali, di fronte a distratti interlocutori che non la notano, sostenuta solo dalle simpatiche coinquiline e dalla forza dei suoi sogni. Sebastian, dal canto suo, vive un’analoga amarezza: appassionato di jazz, genere che non riempie più i locali e non piace ai giovani, è costretto a chiudere il suo amato club – sostituito da un locale per musica alla moda – e, per tirare a campare, a suonare musica che non gli piace. Sembra che lo show business moderno, che non è più quello del rimpianto Vincent Minelli o di Ingrid Bergman, il cui immenso poster riempie la cameretta di Mia, non sappia cosa farsene della passione di Mia e Sebastian. Eppure, proprio quella passione, la fede tenace che reciprocamente sanno regalarsi per non rinunciare, li porterà a realizzare il loro sogno. Inevitabile la storia d’amore, così come il distacco: la vita li divide, ma non è questo il senso del film. Si sono aiutati, amati, incoraggiati, in uno di quei passaggi fondamentali dell’esistenza dove si rischia di smarrirsi e quando, casualmente, anni dopo si rincontreranno, l’incrocio dei loro sguardi traduce tutta la pienezza di un amore eterno e di una profonda gratitudine.

Andare o non andare a vedere il film?

Assolutamente sì. Se avevamo dimenticato la spensierata, gioiosa allegria dei vecchi musical hollywoodiani, con “La La land” ne ritroviamo, immutata ma rivisitata alla luce della modernità (sia tecnica che interpretativa), tutta la potenza, la magia, il sogno, la bellezza pura. Progetto che il regista teneva nel cassetto da cinque anni, ha trovato finalmente luce, accompagnato costantemente dalla brillante musica di Justin Hurwitz, uno dei compositori più apprezzati di Hollywood, e interpretato con elegante e commovente grazia dalla giovane coppia formata da Ryan Godling ed Emma Stone.

Film magnifico. Cinema di puro piacere, sospensione nel sogno con delicato, costante richiamo al reale (un reale sempre addolcito anche dal più amaro dei ricordi), cinema “nel” cinema e “sul” cinema, come macchina che incessantemente produce sogni e li incarna in infinite storie possibili dove Los Angeles – “city of the stars”, recita una delle canzoni – è set elettivo di questo sogno, sia della storia d’amore sia dell’incontro-scontro tra vecchio e nuovo, della magia del Caso, mentre scorrono le stagioni e gli anni.

La versione di uno psicoanalista

Godibilissimo, ma non superficiale, “La La land” contiene un suo messaggio, quello che, io credo, inconsciamente ogni spettatore vorrebbe che il cinema gli regalasse: resisti nei tuoi sogni, non li abbandonare, non rinunciare. Il Caso insiste per fare incontrare i protagonisti, e il loro è non solo un incontro d’amore, ma un incontro mutativo: l’uno sostiene l’altro a non abbattersi, così quattro stagioni passano, e la fiducia nel sogno darà loro ragione.

Mia diventerà apprezzata attrice internazionale e Sebastian, in barba alla cosiddette mode, riaprirà il suo delizioso e frequentatissimo locale jazz.

Leggero, ma non superficiale, “La La Land” ci ricorda che i sogni hanno un prezzo.

La vita divide Sebastian e Mia, la loro relazione finisce, ma l’amore e la gratitudine no: è un’importante differenza che il film delicatamente sottolinea. Attualità della relazione e interiorizzazione del bene ricevuto possono non coincidere, relazione e amore non è detto che debbano marciare, necessariamente, paralleli.

Come psicoanalista, non posso non cogliere la preziosità della gratitudine, per essersi entrambi salvati la vita, credendo l’un l’altro nei loro sogni.

Un breve stralcio di conversazione è il cuore tematico, a mio avviso, del film.

“Brindiamo ai sognatori” – cantano – “ai parzialmente folli e ai cuori che soffrono: sono loro, a produrre arte”.

“I sognatori, i mezzi matti, i cuori che soffrono” tengono in piedi e nutrono costantemente la macchina del cinema, affollano le sale cinematografiche e, con un parallelo che mi è sempre caro ricordare, frequentano i nostri divani e inventano, ogni giorno, la psicoanalisi. Ritrovandomi in tutte e tre le categorie, ho personalmente provato un vero piacere nel godere di un film che sfida la seriosità del cosiddetto cinema impegnato e rispolvera un genere considerato cult, ma considerato un po’ superato. Non è così.

Di sognatori talentuosi, parzialmente folli e cuori che soffrono, un mondo che tende alla standardizzazione e allo spettacolarismo – “city of the stars” – ha e avrà sempre bisogno.

Saremo sempre grati a chi ci aiuta a salvare i nostri sogni, a chi crede nel nostro silenzioso talento, a chi ci ha amato quando non eravamo noti: è quest’investimento, in termini psicoanalitici, sui doni nascosti dell’altro, a farci crescere.

Gennaio 2017