La La Land

La La Land

Di Damien Chezelle – USA 2016

Selezione ufficiale – In concorso

(Rossella Valdrè)

Se avevamo dimenticato la spensierata, gioiosa allegria dei vecchi musical hollywoodiani degli anni ‘30e ’40, con “La La land” ne ritroviamo, immutata ma rivisitata alla luce della modernità (sia tecnica che interpretativa), tutta la potenza, la magia, il sogno, la bellezza pura. Progetto che il regista teneva nel cassetto da cinque anni, ha trovato finalmente luce accompagnato costantemente dalla brillante musica di Justin Hurwitz, uno dei compositori più apprezzati di Hollywood, e interpretato con elegante e commovente grazia dalla giovane coppia Ryan Godling ed Emma Stone.

Diciamo subito, intanto, che il film è magnifico. Cinema di puro piacere, sospensione nel sogno con delicato, costante richiamo al reale (un reale sempre addolcito anche dal più amaro dei ricordi), cinema nel cinema e sul cinema, come macchina che incessantemente produce sogni e li incarna in infinite storie possibili. Los Angeles – city of the stars, recita una delle canzoni – è set elettivo di questo sogno, della storia d’amore tra Mia (Emma Stone) e Sebastian (Godling), dell’incontro-scontro tra vecchio e nuovo, della magia del caso, mentre scorrono le stagioni e gli anni. E’ nel corso di un anno, infatti, che si snoda l’incontro tra Mia e Sebastian, incontro che muterà per sempre le loro vite, avvenuto in uno di quei crocevia giovanili in cui il sogno irrealizzato si scontra con la realtà e rischia di venire depressivamente abbandonato. Mia, giovane cameriera in un bar a Hollywood, proprio di fronte alle finestre che videro le scene di Casablanca e vedendo passare dalle sue vetrine le stelle del momento sogna, fin da bambina, di diventare attrice. Percorre il rituale di provini tutti uguali, di fronte a distratti interlocutori che non la notano, sostenuta solo dalle simpatiche coinquiline e dalla forza dei suoi sogni. Sebastian, dal canto suo, vive un’analoga amarezza; appassionato di jazz, genere che non riempie più i locali e non piace ai giovani, è costretto a chiudere il suo amato club dove ora è nato un locale per musica ‘alla moda’ e, per tirare a campare, a suonare musica che non gli piace quando ne ha l’occasione. Sembra che lo show business moderno, che non è più quello del rimpianto Vincent Minelli o di Ingrid Bergman il cui immenso poster riempie la cameretta di Mia, non sappia cosa farsene della passione di Mia e Sebastian; eppure, proprio quella passione, la fede tenace che reciprocamente sanno regalarsi per non rinunciare, li porterà a realizzare il sogno.

Tutta l’esile trama è vissuta in sospensione tra reale e immaginario, nella perfetta ambientazione di una Los Angeles assolata, le lunghe autostrade dove i due si incrociano, senza notarsi coscientemente, per la prima volta, i panorami dall’osservatorio Griffith: una bolla nel Paese del possibile, dove lo spettatore è trascinato dal perfetto incastro tra musica, danze, dialoghi…due ore di pura, intelligente e terapeutica favola.

Godibilissimo ma non superficiale, “La La land” contiene un suo messaggio, quello che, io credo inconsciamente, ogni spettatore vorrebbe che il cinema gli regalasse: resisti sui tuoi sogni, non li abbandonare, non rinunciare. Il Caso insiste per farli incontrare; il loro è non solo un incontro d’amore, ma un incontro mutativo: l’uno sostiene l’altro a non abbattersi, a riaprire il locale per Sebastian, a diventare lei stessa autrice anziché sottoposi all’umiliante trafila dei provini per Mia. E così sarà. Quattro stagioni passano; e la fiducia nel sogno darà loro ragione: Mia diventa apprezzata attrice internazionale e Seb, in barba alla cosiddette mode, riapre il suo delizioso e frequentatissimo locale jazz.

Leggero ma non superficiale, abbiamo detto. I sogni hanno un prezzo. Gli improvvisi nuovi impegni li portano lontani, in tour per l’Europa, richiedono tutta la loro energia. Se la relazione, prendendo le vite corse differenti, inevitabilmente finisce, l’amore no. L’amore, lo si intuisce perfettamente, e direi la gratitudine per quello che si sono dati, non finirà mai. Amore e relazione non è detto che debbano marciare, necessariamente, paralleli. Lo scambio di sguardi finale, quando si incontrano casualmente anni dopo, direi contiene proprio l’essenza dell’amore che resiste al tempo e scalda il cuore: non necessita, per forza, di frequentazione, ma contiene gratitudine, per essersi entrambi salvati la vita, credendo l’un l’altro nei loro sogni.

Un breve stralcio di conversazione è il cuore tematico a mio avviso, del film.

Brindiamo ai sognatori – cantano – ai parzialmente folli e ai cuori che soffrono: sono loro, a produrre arte.

I sognatori, i mezzi matti, i cuori che soffrono tengono in piedi e nutrono costantemente la macchina del cinema, affollano le sale cinematografiche e, con un parallelo che mi è sempre caro ricordare, frequentano i nostri divani e inventano, ogni giorno, la psicoanalisi. Ritrovandomi in tutte e tre le categorie, ho personalmente provato un vero piacere nel godere di un film che sfida la ‘seriosità’ del cosiddetto cinema impegnato con un capolavoro che rispolvera un genere considerato cult, ma un po’ superato. Non è così.

Di sognatori talentuosi, parzialmente folli e cuori che soffrono, un mondo che tende alla standardizzazione e allo spettacolarismo – city of the stars – ha e avrà sempre bisogno.

Saremo sempre grati a chi ci aiuta a salvare i nostri sogni, a chi crede nel nostro silenzioso talento, a chi ci ha amato quando non eravamo noti: è quest’investimento, in termini psicoanalitici, sui doni nascosti dell’altro, a farci crescere. Meravigliosa musica accompagna questa favola contemporanea….

“Non è necessario essere folli per fare del cinema. Ma aiuta molto.”

                                                                                                           (Samuel Goldwyn)