La moglie del poliziotto (Die Frau der Polizei)

  • Autore: Rossella Valdrè
  • Titolo: La moglie del poliziotto (Die Frau der Polizei)
  • Sezione: In concorso
  • Dati sul film: Regia Philip Groening, Germania 2013, 175’min
  • Giudizio: ***
  • Genere: Drammatico
  • Trama: Scandita da numerosi (e spesso inutili ed eccessivi) capitoletti che si sfogliano come le pagine di un libro, la trama è semplicissima, d’impianto teatrale, con pochissimi esterni e sostanzialmente tre personaggi: Klaus, il giovane poliziotto, la moglie Christine e la loro bimba di quattro anni Clara. E’ soprattutto lei, più ancora che la moglie del titolo, la protagonista, o meglio il suo sguardo di bambina sul dolore della famiglia, della coppia dei genitori. Non accade nulla, al di fuori del microcosmo assoluto della piccola e apparentemente tranquillissima famiglia, ma il dissidio e il dolore sono fortissimi. Klaus soffre dell’esclusione dalla coppia moglie-bambina, racchiuse in un universo tutto loro, fatto di un loro linguaggio che è quasi un codice, e vi reagisce con rabbia e violenza disperata; ma quando, verso il finire, le parti apparentemente si ribaltano ed è lui a giocare con la bimba, la moglie se ne sente disperatamente esclusa, diventa da, madre amata, la “mamma che puzza”. Non si può essere tre, all’interno della famiglia. Né vi è alcun contatto col mondo circostante, con l’ambiente o altri esseri umani, in questo imprecisato e anonimo paesino bavarese…al di là dell’esilissima trama, non sembra esservi risorsa, speranza, redenzione possibile.
  • Andare o non andare a vederlo?: Se ci si arma di santa pazienza, si ama un certo cinema o teatro tedesco o la cultura tedesca in generale, se si è tenaci innamorati del cinema anche quando non ricambiati (come me), o si capita a un festival o se ne vuole scrivere (di nuovo, come me in questo caso), se si ha tempo e fiducia…sì, andare a vederlo. In tutti gli altri casi: suggerirei di astenersi. Pur amando personalmente molto i film come i romanzi lunghi, che mi permettono lente e prolungate immersioni (nel testo e dentro di me), qui la lunghezza pare talvolta inutile, artefatto di genere sopravvalutato, l’attenzione al dettaglio ugualmente non necessaria, e l’impianto teatrale, che pure non è privo di fascino e meriti, è ben lungi dalle atmosfere bergmaniane che, forse, possono avere ispirato il regista. Veniamo però anche ai meriti, che come detto ci sono: ottima la resa claustrofobica dell’universo familiare e coniugale, che diventa una monade assolutamente isolata, staccata da ogni contesto esterno e perciò a rischio di esplodere, come inevitabilmente avviene; molto ben resa l’anomia, la desolazione della provincia tedesca (che mi ha fatto pensare ai feroci romanzi dell’austriaca Jalinek). Se questo però voleva universalizzare l’isolamento della condizione umana, trovo che proprio i motivi detti prima (la lunghezza inutile, i capitoli fuori luogo) finiscano per indebolirne l’impatto emotivo.
  • La versione di uno psicoanalista: Se rientra tra coloro che resistono (mi si conceda, dopo tanta ‘fatica’, di giocare un po’…), l’analista trova senz’altro motivi d’interesse. Il riflettore è puntato esclusivamente sulla dinamica familiare: quello che proviene da fuori, è volutamente escluso, dando risalto solo alla ripercussione nei personaggi e nel rapporto fra loro. Perché tanto odio tra i due giovani coniugi, che pure si amano e si desiderano? Perché un tale isolamento, dove sono finiti gli altri, il mondo? E’ la dinamica della famiglia nucleare, in certi contesti sociali, che isola? è la presenza della piccola Clara, terzo che rompe la coppia? Anche se ognuno soffre moltissimo, in questo film dolorosissimo, sulle prime sembra Klaus il più disperato, il più tragicamente solo in quanto escluso dalla diade madre-bambina; poi diventa Christine l’esclusa, ed è il suo dolore in primo piano, incarnato anche da un corpo pieno di lividi. Circola la colpa (Clara nomina spesso la ‘cattiveria’) come nella tradizione del cinema nordeuropeo, il peso di una sorta di peccato che ciascuno deve espiare, per il solo fatto di esistere. Il sadismo. Il crimine. E tutto intorno tace, la vita scorre scandita stolidamente da quegli irritanti capitoletti dei quali lo spettatore non capisce il senso, se non, appunto, questo: la mancanza di senso.