La ricostruzione

Dati sul film: Regia di Juan Taratuto, Argentina, 2013, 93 min.

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Genere: drammatico

Trama. La ricostruzione, dell’argentino Juan Taratuto, conferma il grande interesse che merita l’esplorazione stilistica del cinema sudamericano. Pur trattandosi in fondo di un piccolo film, che non raggiunge la maturità, ad esempio, de Il segreto dei suoi occhi (2009, di Juan Campanella), La ricostruzione è un film asciutto, acuto, che non si dimentica.
Il nucleo narrativo è semplicissimo, e in qualche modo prevedibile: Eduardo, operario al gasdotto di Rio Grande, in Patagonia, conduce un’esistenza desolata, ai limiti estremi della povertà e della solitudine, in un voluto abbruttimento ai confini con la bestialità. Povertà economica, del territorio e soprattutto emotiva, disegnano il desolante paesaggio di un uomo alla deriva. Si intuisce che Eduardo ha deciso di spegnere i contatti con la vita: solo l’invito insistente del vecchio amico Mario, lo raggiunge e quasi lo obbliga a venirgli in aiuto, dovendo Mario ricoverarsi per quello che ritiene un breve intervento e non sapendo a chi lasciare il negozio. L’amico morirà, ed Eduardo si vedrà costretto ad aiutare la moglie e le due figlie adolescenti, rimaste sole a fronteggiare un lutto prematuro e imprevisto, in un contesto che, per quanto meno arido e deprivato della terra di Eduardo, appare comunque difficile, isolato, dove la vita va guadagnata ogni giorno. Ha inizio, in entrambi, una ricostruzione.

Andare o non andare a vedere il film? I riferimenti geografici non sembrano casuali: è quest’Argentina quasi indefinibile, quasi lunare, che esalta la solitudine dei personaggi, il fascino maggiore del film. La Patagonia, estrema punta sud dell’Argentina di cui scorgiamo solo aridi paesaggi, fredda e ostica, rappresenta il limite ultimo, il fondo che un uomo può toccare, quando oppresso dal rimorso e dal senso di colpa. L’imbuto finale della disperazione, ma di una disperazione anche ricercata e seduttiva. “Un’amante difficile, scriveva Chatwin, un’ammaliatrice … ti stringe nelle sue braccia e non ti lascia più”. Dai pochissimi dialoghi – film affidato prevalentemente alla forza delle immagini – scopriamo che Eduardo è vedovo, dopo l’agonia durata tre anni dell’amata moglie malata di cancro, che lui non sopportava più di vedere, di sentirne i lamenti. Il macigno della colpa di non aver presenziato al suo funerale, è espiato nella quotidianità punitiva e miserrima che in seguito conduce. Lo spostamento in auto alla casa di Mario, è altresì un viaggio simbolico: è l’avvio alla ricostruzione. Il cambiamento.
Dopo un’iniziale ritrosia, inabituato ormai ai contatti umani, il nuovo nucleo familiare rimasto orfano ha bisogno della sua presenza, lo ingloba silenziosamente in sé, ed Eduardo finisce per aprirsi a un contatto. Se bellissima è la parte iniziale, affidata appunto ai silenzi, al linguaggio duro dei paesaggi, al volto segnato del protagonista (l’ottimo Diego Peretti), il finale scivola, a mio avviso, in una troppo veloce chiusura bonificante, come se il regista avesse avuto fretta, a un certo punto, di concludere il film. Tanto che, queste ultimissime immagini, fanno più pensare a una sostituzione (l’abbraccio alle ragazze che si sovrappone a quello del padre morte), che alla fatica, agli inciampi di una ricostruzione.

La versione dello psicoanalista: Ma l’interesse per lo psicoanalista non cambia. Il film esplora con sensibilità, attraverso il neorealismo poetico di molta produzione sudamericana, l’essenza della condizione umana: rimorsi, rimpianti, perdita, lutti, ricostruzioni. Il tutto evocato senza bisogno di dirsi molto, affidato alle immagini e a qualche esplicito richiamo metaforico – la scena iniziale che si apre con un incidente per strada che Eduardo ignora, l’abbraccio sensuale con la vedova di Mario intensissimo, ma dove si è comunque separati da un velo –che tuttavia non eccede. Si può uscire dalla desolazione, è il messaggio narrato del film.
Le perdite appartengono a tutti e non siamo noi, ma un destino indifferente, a provocarle.

“…E’ la morte dunque, il segreto della vita? Lo sconforto di un eterno lutto avvolge, più meno dappresso, ogni animo serio e pensoso, come la notte avvolge l’universo”.Henri Frédéric Amiel

Luglio 2014