La vendetta di un uomo tranquillo (Tarde para la ira)

Recensione di Elisabetta Marchiori

Titolo: La vendetta di un uomo tranquillo (Tarde para la ira)

Dati sul film: regia di Raúl Arévalo, Spagna, 2016, 92’

Trailer:

Genere: thriller, drammatico

Trama

Periferia di Madrid: dopo una rapina in una gioielleria, degenerata in massacro, è solo Curro (Luis Callejo), l’autista, a finire in cella, non avendo mai tradito i suoi complici, rimasti uomini liberi. Ana (Ruth Diaz), la sua compagna triste, è rimasta sola con il loro figlio piccolo a gestire un bar. È qui che si presenta un uomo senza sorriso e di poche parole, José (Antonio de la Torre), che viene accolto amichevolmente dalla gente del quartiere e che seduce Ana con la speranza di una vita diversa, lontana dalla miseria e dalla violenza cui l’ha costretta Curro.

Josè è apparentemente tranquillo ma, dentro di sé – come, purtoppo, rivela già il titolo italiano – ha coltivato pazientemente, per lunghi anni, una segreta vendetta, la cui furia si disvelerà nel corso della narrazione filmica.

Partendo da interni claustrofobici – il bar, il carcere, la casa di Ana e di José – in cui si svolge la prima parte del film, il regista stacca poi la macchina da presa da primi piani e sequenze che stanno “addosso” ai singoli protagonisti, per trasformarlo in un “on the road” di azione, dal ritmo serrato e incalzante, fino all’ultimo respiro.

Andare o non andare a vedere il film?

È un’eccezionale opera prima quella del trentaseienne cineasta madrileno Raúl Arévalo, conosciuto soprattutto come attore di grande talento, presentata alla 73° Mostra del Cinema di Venezia nella Sezione Orizzonti, dove è stata premiata per la migliore interpretazione femminile della Diaz, e che in patria ha fatto incetta di Goya (il massimo premio spagnolo): miglior film, miglior regista esordiente, migliore sceneggiatura originale e miglior attore non protagonista.

“Tarde para la ira” è un film che sdogana il cinema spagnolo dallo stile almodovariano, e ne suggella l’uscita dai suoi confini, già iniziata con il poliziesco di Alberto Rodríguez, “La isla minima” (da vedere), interpretato proprio da Arévalo.

Alfonso Rivera definisce “Tarde para la ira” un film “selvaggio, audace, duro e autoriale, girato con un nerbo e una forza sorprendenti” (cineuropa.org): difficile trovare parole più efficaci.

La sceneggiatura è dello stesso Arévalo e di David Pulido, che leggo essere psicologo di professione – e deve essere proprio bravo – perché il risultato è un thriller psicologico che ha come tema portante quello classico della vendetta, ma é orchestrato in modo assolutamente originale, come una partita a poker, di quelle che giocano i personaggi del film, fatta di carte coperte e scoperte, di “vedo”, “passo”, “mi gioco tutto”, bluff.

Un film dall’impianto “classico”, che rimanda sia al cinema contemporaneo sudamericano, sia a quello di autori come Peckinpah e Cronenberg. Arévalo dichiara di aver cercato di ottenere “una violenza cruda, realista, scarnificata” e cita a soprese autori europei, come Matteo Garrone e i fratelli Dardenne.

La versione di uno psicoanalista

Lo spettatore è messo di fronte a una serie di personaggi che non hanno scontato la pena meritata, e sono appesantiti, nel loro tentativo di “rifarsi una vita” da un senso di colpa ancora recente e da segnali ambigui di pentimento. Curro, l’unico che sta pagando con la galera, non mostra né colpa né pentimento, quasi fosse privo di sentimenti.

L’impunità e la negazione sono “benzina sul fuoco” della vendetta covata da Josè. Congelato nella sua perdita traumatica inelaborabile, diventata una “galera” psichica, egli incarna “il vendicatore”: non c’è redenzione né per lui, né per nessuno, tantomeno per Ana, che ha speso la sua esistenza “tirando avanti, come tutti”. Ma José non è “come tutti”, è tenuto in vita dal desiderio di vendetta che, come si dice “altro non è che una confessione di dolore”, una difesa arcaica inconscia con cui cerca di difendersi dalla sofferenza. “Non è mai tardi per l’ira”, quella che, nutrita ogni giorno e si trasforma in odio implacabile.

Vengono in mente i versi della poetessa Szymborksa: “Anche la giustizia va bene all’inizio/ poi corre tutto da solo, l’odio./ L’odio. / Una smorfia di estasi amorosa/ gli deforma il viso”.

È un film che fa riflettere su tanti fatti di violenza che ogni giorno rischiano di sopraffarre il nostro senso della giustizia e del diritto (cito solo la recente tragedia di Vasto), alimentati dall’odio in rete, quando il dramma della perdita della persona amata viene illusoriamente sostituito dall’azione violenta, del singolo e della massa.

E invita a rileggere il carteggio tra Freud ed Einstein sull’aggressività e la violenza “Perché la guerra”, del 1932, sorprendentemente attuale, dove il padre della psicoanalisi, afferma che “non c’è speranza di poter sopprimere le inclinazioni aggressive degli uomini”, ma possiamo “deviarle” attraverso “quei legami emotivi, quei sentimenti condivisi sui quali si fonda la vera forza del gruppo”.

Con parole semplici, il regista afferma: “Può essere banale dirlo, ma penso funzioni da antidoto l’amore verso se stessi e verso gli altri, l’essere in pace con se stessi. Il mio amico psicologo, il co-sceneggiatore, mi ha spiegato che le persone che covano una vendetta per tanti anni, sono persone che hanno deciso di restare chiuse in questa rabbia. Se José avesse incontrato un’altra donna, se si fosse affidato agli amici, se avesse avuto una famiglia, avrebbe superato questa rabbia, magari continuando a fantasticare una vendetta ma senza portarla a compimento” (news.cinecittà.com).

Aprile 2017