“La veritè” di H. Kore’eda. Commento di E. Marchiori

Autore: Elisabetta Marchiori

Titolo: La veritè

Dati sul film: regia di Hirokazu Kore’eda, Francia, 2019, IN CONCORSO

Genere: commedia, drammatico

Ha avuto l’onore di aprire la 76esima edizione della Mostra d’Arte Cinematografica il film di  Hirokazu Kore’eda “La veritè”. Dopo il successo di “Un affare di famiglia”, Palma d’Oro 2018 a Cannes, il regista giapponese si è fatto coinvolgere in questo progetto a respiro internazionale, con produzione francese e star francesi, Catherine Deneuve e Juliette Binoche, a interpretare le protagoniste Fabienne e Lumir, madre e figlia, con star maschile americana, Ethan Hawke, nel ruolo di Hank, marito di Lumir.  I festeggiamenti per la pubblicazione dell’autobiografia di Fabienne è il motivo per cui Lumir e Hank, con la figlioletta di otto anni Charlotte, arrivano in visita in quella che è la casa di famiglia, a Parigi. Fabienne è un’attrice famosa, ormai sul viale del tramonto, completamente concentrata su se stessa, insopportabilmente narcisista e caustica. Sta girando un film sul rapporto tra una madre che rimane sempre giovane (un bizzarro plot di fantascienza) e una figlia che invecchia, e la vecchia è lei. Questo sarebbe sufficiente a frustrare Fabienne, ma si aggiunge il fatto che deve recitarlo con una promettente giovane  attrice – di cui è palesemente invidiosa – e che somiglia terribilmente a una sua antica rivale. Questo elemento contribuisce a rinvangare antichi conflitti, rancori, misteri e bugie tra Fabienne e Lumir, trattata come una cameriera dalla madre –  conflittualità esacerbate dal fatto che le memorie dell’una non corrispondono a quelle dell’altra, e “scripta manent”. Però ognuno ha la sua verità, la sua visione in testa, cercare di estorcerla all’altro, farlo corrispondere al proprio desiderio, è inutile: come ci mostra la Psicoanalisi, è quando è possibile condividerla, la propria soggettiva Verità, che la si può anche rivisitare, per raccontarsi e raccontare una storia che prenda senso e consistenza, nell’accettazione di sè e dell’altro.

I temi sono quelli che il regista ha proposto nel suo film precedente. Potremmo dire che si tratta di un adattamento europeo edulcorato, leggero e digeribile, dove il registro drammatico si volge in melodramma e la crudezza dei personaggi diventa elegante ironia, con qualche scena particolarmente efficace. Certo, si deve riconoscere al regista una grande maestria, anche nel dirigere gli attori, che danno il meglio di loro stessi. Il tema del rapporto tra madre e figlia è al centro di questo “affare di famiglia”, e ci ribadisce che non è tanto sulla  verità che si fonda un legame autentico, quanto della capacità di cura e attenzione reciproche. È la piccola Charlotte, con le sue piccole bugie, a dimostracelo.

“Un film deve avere della poesia, anche se è un film di fantascienza”, sentenzia Fabienne.

Questa senz’altro è una verità. Ed è vero anche che questo film possiede, seppur lievemente, l’una e l’altra: verità e poesia.

Agosto 2019